Posts by: Alvise Miozzo

Padre e figlio: Leonardo e Bruno Bancher, due figure della storia del Trentino e della Bosnia

Padre e figlio: Leonardo e Bruno Bancher, due figure della storia del Trentino e della Bosnia
Dal Trentino alla Bosnia: due destini tragici, accomunati dal desiderio di giustizia e dal coraggio di scendere in campo, a costo della vita (articolo di Edvard Cucek in collaborazione con Alice Sommavilla, gia apparso su Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa il 9 aprile 2020, clicca qui per leggere l’orginale, foto tratte dal sito OBCT)

È stato il semplice sfogliare un libro regalatomi dall’amico e coautore Tihomir Knežiček a suscitare il mio interesse per la famiglia Bancher. Per raccontare la storia completa di questa famiglia straordinaria ci vorrebbe molto più spazio e di certo la mano di qualcuno all’altezza del compito. A questo modesto tentativo di raccontare i Bancher dovrebbero seguirne molti altri. Il Trentino dovrebbe sapere quanti suoi «figli» si sono avventurati per il mondo, arricchendolo di idee nobili e gesta eroiche.

Secondo il mio modesto punto di vista sono Leonardo Bancher e il figlio Bruno a meritare di essere ricordati nella storia trentina e bosniaca ed è per questo che mi appresto, pur azzardandomi un po’, a proporre al pubblico italiano, specialmente quello trentino, quanto già descritto nella monografia «Stoljeće Italijana u Tuzli» (Secolo degli Italiani a Tuzla), cercando di offrire qualche dettaglio in più proveniente da altre fonti attendibili. Una storia che inizia a Siror nel Primiero e finisce su un ponte a Sevran nella Parigi occupata dai nazisti. Una storia che forse, almeno finché rimarrà viva nella nostra memoria, potrebbe e dovrebbe non finire mai.

I Bancher erano originari del Primiero. Nel 1911 il capo famiglia Luigi Domenico Bancher, muratore che per lavoro si era già spostato in diversi paesi del mondo, decise, assieme alla moglie Francesca Zanetell e ai tre figli, di insediarsi a Tuzla, in Bosnia-Erzegovina (all’epoca ancora parte dell’Impero Austroungarico) per cercare un po’ di fortuna. I figli Simone e Leonardo conobbero la Bosnia fin da giovanissimi. I ricordi del paese natio e delle montagne tirolesi che coltivava Leonardo, il più giovane, erano probabilmente molto pochi. Tuzla e la Bosnia divennero la loro nuova patria. Nonostante fossero circondati da molti connazionali, comprese tante famiglie tirolesi di artigiani arrivati alla fine del 19° e all’inizio del 20° secolo, i Bancher legarono molto di più con la popolazione locale e vissero il periodo tra le due guerre mondiali come se avessero le loro radici in quelle terre ormai da secoli.

Leonardo Bancher con la moglie e i figli, tra cui il maggiore, Bruno
Leonardo Bancher con la moglie e i figli, tra cui il maggiore, Bruno

austriaco, ritornò in Bosnia entusiasmato dalla Rivoluzione d’ottobre, impressionato dall’operato di Lenin e dalle sue teorie sul futuro della classe operaia.

Da quel momento Leonardo iniziò a schierarsi apertamente in favore degli operai, che nella Prima Jugoslavia della dinastia dei Karadjordjević vivevano in condizioni estremamente sfavorevoli.

Convinto sostenitore della parità dei diritti

Professionalmente seguì le orme del padre, diventando un muratore molto apprezzato, ma nel suo intimo era innamorato dei libri. Oltre ad essere un avido lettore era anche un abile musicista, una persona umile, sincera e sempre disposta ad aiutare chiunque ne avesse bisogno.

Già nel 1919 Leonardo Bancher insieme al fratello Simone ed altri tirolesi-trentini, tra cui anche la famiglia Mott, iniziò a militare all’interno del movimento in favore dei diritti della classe operaia. Nel 1920 sposò Ljubica Jerkić, la donna che rimase accanto a lui per tutta la vita, condividendo gli stessi ideali di vita sulla parità dei diritti come imprescindibile condizione per la costruzione di un mondo migliore.

Nello stesso anno entrò in vigore il «Decreto» del Governo del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (successivamente Regno di Jugoslavia), conosciuto come «Obznana». Il decreto proibiva definitivamente lo svolgimento delle attività del Partito Comunista, terzo partito nel parlamento, mettendo di fatto i suoi aderenti in una posizione di illegalità.

Oltre a questo gesto, che rappresentò di fatto il prodromo dell’avvento della dittatura, i diritti degli operai, seppur garantiti dalla nuova Costituzione, furono drasticamente ridotti. Per ribadire questa decisione, il governo di Belgrado nell’anno successivo introdusse la «Legge sulla protezione dello Stato», che negava totalmente anche il minimo spazio di azione ai rappresentanti dei lavoratori nell’esercizio dei propri diritti attraverso mezzi legali.

Punto di riferimento per gli operai di Tuzla

In quelle circostanze, le famiglie trentine Bancher e Mott, si impegnarono in modo inaspettato e senza risparmiarsi. Inizialmente sostenendo la causa e diventando via via i veri artefici e punti di riferimento per il movimento degli operai nella regione di Tuzla.

Pur non avendo radici slave, si fecero portavoce e divulgatori di quelle idee che aspiravano ad unire gli operai di tutta Europa.

Raccontare le imprese di Leonardo Bancher non è affatto semplice. Fortunatamente tanti ricordi e episodi sono stati salvati nell’importante volume dedicato alla lotta operaia intitolato «Tuzla u radnickom pokretu i revoluciji» (Tuzla: il movimento degli operai e la rivoluzione).

La regione di Tuzla, industrializzata ancora dai tempi dell’Impero Austroungarico, era considerata un centro all’avanguardia. Il numero degli operai impiegati nelle fabbriche superava di gran lunga quello degli agricoltori. Per affrontare le cause della lotta operaia Leonardo si unì al neofondato movimento «Comitato di Tuzla» rimanendovi fedele fino alla sua tragica morte.

Quando su iniziativa del grande rivoluzionario Mitar Trifunović Učo, venne fondata la prima Associazione sportiva degli operai, «Gorki» (poi denominata «FK Sloboda»), Leonardo entrò da subito nel consiglio direttivo per diffondere le idee socialiste e rivoluzionarie tra i giovani atleti, diventando anche un abile dattilografo. Divenne il più abile distributore del materiale informativo, proibito in quanto incitava la classe operaia ad organizzarsi, iscriversi ai sindacati e opporsi alle oppressioni del governo. Scriveva per una pubblicazione clandestina intitolata «Fabbrica e campo», diventando di fatto un vero insegnante rivoluzionario e trasformando la casa dei Bancher nel vero quartier generale del movimento.

Nel dicembre del 1932 Leonardo Bancher insieme ad alcuni compagni fu tradito da un collaboratore, e successivamente arrestato ed imprigionato. Dopo aver retto le accanite torture interrogatorie, venne condannato a cinque anni di carcere duro, terminato il quale tutta la famiglia avrebbe dovuto essere estradata in Italia senza diritto di ritorno.

Anche in carcere lotta per la causa operaia

Leonardo venne dapprima processato a Belgrado e successivamente trasferito nel carcere di Sremska Mitrovica, dove continuò a diffondere le proprie idee tra i prigionieri, creando una rete di comunicazione che permetteva lo scambio di messaggi in codice senza bisogno di parlare o vedersi. Non smettendo nemmeno in carcere di promuovere la causa operaia, decise di aderire al grande sciopero dei carcerati del 1933, atto che compromise in maniera grave la sua salute.

Morì all’ospedale di Belgrado l’11 maggio del 1936 e fu sepolto già il giorno successivo nel cimitero ospedaliero. Poco prima del decesso ricevette la visita di tutta la famiglia. L’ultima immagine che conservano i suoi figli è quella del loro padre molto provato e in attesa di una donazione di sangue, pratica le cui spese erano all’epoca interamente a carico della famiglia del malato. Nonostante la trasfusione Leonardo non riuscì a farcela e la notizia del suo decesso portò ad una serie di sollevazioni popolari sia a Belgrado che a Zagabria. Alla vedova Ljubica fu inviata una lettera di solidarietà, speciale ed unica in quanto scritta e firmata da 136 prigionieri politici, tutti coloro che avevano condiviso quotidianamente le sofferenze assieme a lui.

Due giorni dopo la scadenza dei cinque anni di prigionia ai quali era stato condannato l’ormai defunto Leonardo, a casa dei Bancher si presentarono gli agenti di polizia con un documento della prefettura che obbligava la vedova Ljubica e i tre figli minorenni a lasciare il Regno di Jugoslavia, e dirigersi verso quello che era stato indicato come il loro «paese di provenienza», ovvero l’Italia di Mussolini, un luogo dove non si prospettava certo una situazione di vita ideale.

Ai bambini fu vietata l’iscrizione scolastica per l’anno 1937/38, e nel dicembre del ’37 vennero formalmente rilasciati i lasciapassare per tutta la famiglia.

La famiglia Bancher era molto stimata e conosciuta, e questo fece si che i numerosi compagni si adoperassero per trovare una soluzione in modo da evitare che dovesse espatriare per stabilirsi nell’Italia fascista.

Grazie ai fondi del cosiddetto «Aiuto Rosso» riuscirono a procurarsi dei biglietti e gli inviti per la famosa esposizione internazionale «Arts et Techniques dans la Vie moderne», la cui inaugurazione era prevista a Parigi nel maggio del 1937. Un’impresa tanto folle quanto geniale.

Verso la Francia con meta Sevran

I Bancher arrivarono in Slovenia, dove furono ospitati da una serie di conoscenti e militanti comunisti sloveni, e proseguendo il loro viaggio, anziché dirigersi verso il confine italiano, vennero «dirottati» verso l’Austria da dove, attraverso la Svizzera, raggiunsero la Francia. La destinazione finale avrebbe dovuto essere la Russia, ma un insieme di circostanze sfortunate impedì loro di arrivarci. La famiglia si stabilì a Sevran, nella periferia parigina, in un appartamento situato sopra al bar gestito dalla famiglia Goudard. L’edificio esiste ancora, ed oggi è conosciuto come «Place Gaston Bussiere».

Ljubica si diede da fare fin da subito lavorando come donna delle pulizie, mentre Bruno, ormai sedicenne, si iscrisse alle scuole professionali per seguire la tradizione di famiglia e diventare muratore. Furono loro due, una volta esauriti gli aiuti dei fondi solidali, ad occuparsi dei piccoli Vesna e Rinaldo.

La convinta adesione all’appello di De Gaulle

Anche se la moglie di Leonardo, Ljubica, dopo averlo sposato si era impegnata nel movimento degli operai e nei sindacati socialisti svolgendo operazioni di alto rischio e si era iscritta già nel 1923 al Partito comunista, il vero erede del padre rivoluzionario è stato il figlio maggiore, Bruno Bancher. Bruno nacque a Tuzla il 6 ottobre 1923 e non a Lubiana (Slovenia) nel 1922, come sostengono alcune fonti, prevalentemente francesi, basandosi su quanto scritto dall’autore francese Harlay André nel libro «Souvenirs de Bruno Bancher».

Harlay è sfortunatamente uno dei pochi, se non l’unico autore, ad aver dedicato delle pagine alla storia di questo giovanissimo eroe, originario della Bosnia ma con sangue trentino. Spero vivamente che in futuro altre persone possano raccontare in maniera esatta la storia di Bruno, correggendo i dati anagrafici scorretti finora diffusi. Grazie a Tihomir Knezicek e ad altri amici di Tuzla, siamo riusciti ad ottenere una copia del certificato di nascita di Bruno, e una serie di altri documenti che rendono questa storia, già di per sé straordinaria, ancora più particolare per la comunità trentina in Bosnia Erzegovina, così come per i cittadini di Tuzla.

Il leggendario annuncio del 18 giugno 1940, trasmesso sulle onde di Radio Londra, attraverso il quale Charles de Gaulle chiese ai francesi di continuare la lotta clandestina contro il Terzo Reich, non lasciò Bruno indifferente. Già nel 1941, ancora minorenne, prese parte alla Resistenza francese. Fu coinvolto in varie operazioni, compresa la liberazione di Sevran, il quartiere dove viveva.

All’inizio del 1944 fu costretto a sospendere le attività in quanto costretto ad arruolarsi nell’organizzazione «TODT», il cosiddetto «esercito dei muratori», mandati a terminare la costruzione del Vallo Atlantico (una muraglia cementificata sulle coste dell’Atlantico affiancata da una serie di fortificazioni pensate dal Terzo Reich per impedire lo sbarco degli Alleati).

Bruno non resistette a lungo. Riuscì a fuggire, e dopo un periodo passato a nascondersi nel quartiere di Saint-Germanin-en-Laye, protetto da un conoscente partigiano, si unì al movimento dei FTP (Franc-Tireurs et Partisans), all’interno della cosiddetta «Legione Garibaldina», diventando in poco tempo il comandante del 143° plotone.

Per tutto il 1944 Bruno Bancher organizzò e condusse diverse azioni per liberare Sevran e tagliare i collegamenti ferroviari verso il resto della città. Il 27 agosto durante un attacco di artiglieria nazista Bruno fu gravemente ferito nel tentativo di fermare un soldato tedesco, un’azione che si rivelò fatale. I compagni riuscirono a soccorrere Bruno ma il tentativo di salvargli la vita non ebbe successo. Morì il giorno dopo a soli 21 anni.

Madre e fratello sulla tomba di Bruno
Madre e fratello sulla tomba di Bruno

Una vita dolorosa ma dignitosa

La sua tomba si trova ancora oggi nel cimitero di Sevran e il viale che porta sul ponte dove la sua breve ma intensa vita finì oggi porta il suo nome, Bruno Bancher Avenue. Non credo che i residenti conoscano il suo percorso di vita affascinante, doloroso ma incredibilmente dignitoso.

Vale la pena ricordare che fino agli anni Novanta, a Tuzla ci fu anche una via intitolata a suo padre.

Alla moglie e madre di questi due eroi alla fine della guerra fu consegnata la Medaglia della Legione d’onore, principalmente per i meriti di Bruno ma anche per onorare il suo impegno e quello del fratello minore Rinaldo, che combatté in Jugoslavia a fianco dei partigiani di Tito fino al termine della guerra.

Nel corso dei miei approfondimenti ho potuto constatare come i documenti in italiano a disposizione di chi voglia intraprendere una ricerca su questa storia siano drammaticamente scarsi. Uno dei pochi testi che ho avuto modo di approcciare, è stato quello di Chiara Gobber, che nella sua opera «Letteratura del migrante- Mondo ex e tempo del dopo: un progetto interculturale sui Balcani», tocca l’argomento menzionando Leonida Bancher, nipote di Leonardo Bancher, scrivendo una riflessione sulle memorie di Leonida durante gli anni ’80, riflessione che verrà inserita all’interno di un’enciclopedia jugoslava pubblicata nel 1987.

 

 

 

Un monumento alle donne di Sarajevo

Un monumento alle donne di Sarajevo

La ong “Obrazovanje gradi BiH” (“L’istruzione costruisce la Bosnia Erzegovina”), fondata da Jovan Divjak, uno dei più famosi difensori della Sarajevo assediata, ha compiuto 25 anni l’anno scorso. Una delle proposte recenti dell’Associazione è la realizzazione di un memoriale dedicato alle donne di Sarajevo, al loro coraggio e alle loro sofferenze durante l’assedio ‘92 – ’95. Ne parla Edvard Cucek in un articolo già apparso su Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa il 18/04/2018 (foto di copertina dal sito di OBCT).


Era il 9 giugno del 1992. Erano le 12.45. Una granata cadde in un cortile di Sarajevo e uccise due fratelli, figli di Halida Bojadžić e una bimba, cugina dei due fratelli. Morì anche un soldato della difesa di Sarajevo assediata.

Qualche giorno dopo, nella sua usuale visita a Sedrenik, uno dei quartieri di Sarajevo, il generale Jovan Divjak passò davanti al luogo dove era avvenuta la tragedia . I soldati lo informarono di quanto successo e il generale decise di entrare nel rifugio sotterraneo per porgere le proprie condoglianze. Dentro incontrò un gruppo di persone, si preparavano un caffè, piangendo, attorno ad un fuoco. La prima persona che Divjak incontrò fu proprio Halida Bojadžić, la madre dei due bimbi uccisi. “Ecco il nostro comandante”, disse lei.

Nacque un’amicizia. Halida incontrò poi il generale in varie altre occasioni. Nel 1994 fu proprio lui a dirle di cercare la consolazione in un altro figlio. Significava rimanere incinta, partorire nonostante l’età non fosse più quella adatta. Ridevano tutti e due e Halida ribadiva che i vecchi come lei ormai non fanno più niente.

Nel 1995, però, Halida ebbe una bella notizia da comunicare all’amico di famiglia Jovan Divjak. Sì, aspettava un figlio.

Il monumento

“Uno dei tre compiti che mi sono dato e mi sono impegnato a terminare finché sono ancora in vita è far sorgere un monumento a lei, alla sarajevese, a tutte le donne come Halida”, ha dichiarato recentemente il generale.

Donne che hanno perso i propri figli, i genitori e i mariti ma hanno comunque trovato la forza di andare avanti. “Sono stato anche il padrino di questo meraviglioso ragazzo”, ricorda e racconta il generale in un’intervista rilasciata al portale web Radiosarajevo.ba.

“È vero che noi uomini abbiamo difeso la nostra città dall’assedio e dalle armi del nemico, ma chi ha lavorato nelle scuole, negli ospedali e in tutte le strutture che servivano per garantire il minimo che una città possa respirare erano sempre loro, le donne sarajevesi”, sottolinea il generale sempre per Radiosarajevo.ba.

È ormai da due anni che il generale Jovan Divjak promuove quest’idea. Sembra sia già concordato anche dove sarà posizionato il primo monumento di questo tipo in tutta la Bosnia Erzegovina.

Donne e assedio

La prima vittima a Sarajevo fu una studentessa di medicina di nome Suada Dilberović originaria di Dubrovnik. Ancora prima che la città fosse assediata, durante le proteste cittadine del 5 aprile 1992 con le quali si chiedeva alle forze armate dei serbo-bosniaci di rimuovere le prime barricate. Dal tetto dell’Hotel “Holiday Inn” partirono i primi spari che tolsero la vita alla giovane studentessa sul ponte Vrbanja. Successivamente, nello stesso posto, sarà uccisa, sempre dai cecchini serbo-bosniaci, un’altra giovane donna sarajevese, Olga Sučić. Il ponte Vrbanja oggi è dedicato a queste due donne.

Il coraggio delle donne di Sarajevo si manifestava in molte occasioni. È diventata famosa una fotografia scattata dal giornalista britannico Tom Stoddart nella primavera del 1994 a Dobrinja, quartiere di Sarajevo martoriato forse più di altri, che mostrava un’orgogliosa sarajevese – truccata, con tacchi alti, capelli ben sistemati, vestito elegante, collana perfettamente abbinata ed elegante borsetta – che sfilava lungo una strada in quel momento deserta, se non per qualche soldato, e con le finestre degli edifici protette da sacchi pieni di sabbia.

Una fotografia surreale. Sembrava una scena di qualche classico cinematografico. Meliha Varešanović, questo il nome della donna ritratta, intervistata poi dalle più importanti testate giornalistiche mondiali dal “Life” al “Sunday Times” ha parlato di quella fotografia. Tornava dal lavoro e quel giorno non si era messa a correre, come al solito si faceva, nemmeno per un istante. Come se volesse che i cecchini la vedessero per bene, anche se fosse quella fosse stato l’ultimo istante della sua vita. Per dispetto, “za inat” si direbbe in Bosnia Erzegovina.

Tornerei per un attimo al nostro generale, Zio Jovo, come lo chiamano tanti ma soprattutto i giovani della Fondazione “L’istruzione costruisce la Bosnia Erzegovina” della quale si occupa ormai da più di 20 anni dando la possibilità a tanti orfani di guerra, e non solo, di studiare e di realizzarsi come giovani esperti in diversi ambiti. Il generale da più di un decennio sta lavorando anche ad una sorta di diario della guerra e dell’assedio e ammette di non essere ancora riuscito a finirlo. Vuole però sbrigarsi per pubblicarlo mentre è ancora in vita. E, come dichiara, sa benissimo quanto tempo gli è ancora concesso perché crede fermamente in quello che una donna messicana gli disse anni fa, leggendogli il palmo della mano.

Foto di Mikhail Evstafiev, da Wikimedia Commons
Foto di Mikhail Evstafiev, da Wikimedia Commons

Contributi pubblici ricevuti – anno 2019

Contributi pubblici ricevuti – anno 2019
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(Fonte: Wikimedia Commons)

Per rispondere all’esigenza di trasparenza così come stabilito dalle norme di legge e per permettere ai nostri lettori una migliore comprensione della portata del nostro lavoro, di seguito trovate il file pdf contenente l’elenco completo dei contributi pubblici ricevuti dalla nostra Associazione nell’anno 2019.

Nel documento pdf allegato (clicca sul titolo) sono indicati tanto la denominazione del soggetto erogante, con la somma e la data di incasso, quanto la causale.

CONTRIBUTI PUBBLICI RICEVUTI NEL 2019

 

INCONTRO CON L’AMBASCIATORE ITALIANO A SARAJEVO

INCONTRO CON L’AMBASCIATORE ITALIANO A SARAJEVO
LE ASSOCIAZIONI PROGETTO PRIJEDOR (APP) E TRENTINO CON I BALCANI (ATB) HANNO INCONTRATO L’AMBASCIATORE ITALIANO A SARAJEVO

di Dario Pedrotti, Presidente di APP

Dopo la conferenza “Italia e Bosnia Erzegovina: Balcani ed UE da un secolo all’altro” svoltasi a Sarajevo il novembre scorso, co-promossa da Ambasciata d’Italia in BiH e OBCT/CCI, la relazione tra il Trentino e la BiH ha segnato un ulteriore passo avanti di confronto tra una delegazione dell’associazione Progetto Prijedor e dell’associazione Trentino con i Balcani con i responsabili delle Agenzie per la Democrazia Locale di Prijedor, Mostar e Zavidovici, che il 3 febbraio 2020 hanno incontrato a Sarajevo, presso la sede dell’Ambasciata Italiana, l’ambasciatore Nicola Minasi.

Incontro di APP e ATB con l'Ambasciatore italiano a Sarajevo
Incontro di APP e ATB con l’Ambasciatore italiano a Sarajevo

L’incontro è stato un’occasione di informazione e approfondimento dei progetti più significativi che le due associazioni da più di vent’anni hanno programmato e realizzato sul territorio della BiH e che nonostante tutto, sono ancora presenti portando avanti nuove iniziative ispirate a nobili valori e a creare una relazione permanente tra le comunità bosniaca e trentina.

La cooperazione è stato per le associazioni un ponte percorso in entrambe le direzioni, un reciproco scambio di esperienze e valori nella convinzione che nessuno debba insegnare nulla all’altro e che il confronto e il rispetto con gli altri rappresenti sempre un arricchimento prezioso per tutti.

Questa modalità diversa di costruire relazioni ha preso il nome di “cooperazione comunitaria”.

Partendo dai primi interventi con il sostegno ai campi profughi e agli affidi a distanza, passando per il Centro dei servizi sociali e mensa di Ljubija, al microcredito, alla formazione professionale, l’artigianato femminile, gli interscambi educativi e formativi con le scuole-insegnanti-teatro-musica-campi estivi con i giovani, la costituzione delle Associazioni Cooperative Scolastiche, la prima fiera delle ACS, il Concorso Internazionale dei murales “Paola de Manincor”, la raccolta differenziata, gli interscambi formativi, il sostegno allo sviluppo economico-sociale partecipato del territorio e promozione dell’imprenditoria , siamo ancora presenti con il supporto alle capacità dei Governi locali e il contributo alla promozione economica dei settori delle energie rinnovabili, sostenibilità e gestione forestale, promozione delle piccole imprese in tre municipi della BiH.

Ci siamo proposti di combattere e arginare l’economia criminale post-bellica sostenendo la ricostruzione del tessuto socio-economico e produttivo, abbiamo puntato soprattutto alla valorizzazione delle risorse e delle potenzialità del territorio.

Tutto ciò è stato possibile con il contributo economico in primis della Provincia Autonoma di Trento, della Regione Trentino Alto Adige e dei Comuni di Trento, Lavis, Borgo Valsugana, Levico, Cavalese, Predazzo, Ronzo Chienis, Pergine Valsugana, San Lorenzo-Dorsino soci dell’associazione.

L’ambasciatore ha dimostrato molto interesse alle informazioni e alle modalità con cui si è lavorato nei territori interessati e visto anche il coinvolgimento della popolazione nei progetti si è proposto come interlocutore e promotore di ulteriori iniziative rivolte in particolare a favorire la cultura italiana nelle scuole al fine di promuovere un maggiore interscambio.

Croazia, il passato che ritorna

Croazia, il passato che ritorna
In Croazia la politica fatica ancora a fare i conti con i crimini del movimento ustascia, che durante la seconda guerra mondiale ha fondato uno stato fascista, satellite del terzo Reich (lo Stato Indipendente Croato, NDH). Grande influenza hanno avuto i membri della diaspora anticomunista che, migrati all’estero negli anni della Iugoslavia socialista, sono tornati in Croazia negli anni ’90 e hanno dato forza al sentimento nazionalista che regnava nel Paese in quel periodo di guerra e divisioni. Ne parla Edvard Cucek in un articolo già uscito per atlanteguerre.it il 9/ 12/ 2019.

Nel testo due immagini dall’archivio di Nikola Majstorović dove si vede una giovane Zdravka Bušić che si esercita a sparare. In mezzo, lo stemma dell’esercito croato ai tempi di Pavelić ritratto in copertina durante una seduta del parlamento all’epoca del regime (1941-1945)

Indossava una divisa colore verde oliva. E con la pistola in mano e sulla spalla lo stemma dello Stato Indipendente di Croazia*, a metà degli anni Settanta nei boschi vicino alla città americana di Cleveland insieme ad un’amica si esercitava a sparare. La allora venticinquenne Zdravka Bušić, insieme al fratello Zvonko e al marito Vinko Logarušić, era anche membro della “Resistenza popolare croata”, un’organizzazione fondata dal generale Vjekoslav Maks Luburić dopo la seconda guerra mondiale. Questo comandante degli Ustascia era noto anche come “Il Guardiano” del campo di concentramento di Jasenovac (Croazia), dove furono commesse atrocità di massa contro Ebrei, Serbi, Rom e tutti gli altri oppositori al regime nazi fascista. Oggi Zdravka Bušić è sottosegretaria al ministero per gli Affari Esteri ed Europei.

Tutta la storia è partita da un giornalista croato – Nikola Majstrović – che attualmente vive e lavora in Svezia il quale ha avuto occasione, come lui stesso conferma, di scattare una le ormai famose fotografie che ritraggono la sottosegretaria da giovane mentre si esercita. Nei decenni passati Majstrović si è guadagnato notorietà perché ha scritto diversi libri e ha realizzato dei film sull’emigrazione croata nel mondo. Dimostrò omicidi, pubblicò fotografie e numerosi documenti riguardanti i movimenti secessionisti e le loro cellule operative che spesso compivano anche atti di vero e proprio terrorismo. Come persona molto informata sui fatti Majstorović nel 1976 fu ingaggiato dalla televisione nazionale svedese per realizzare un documentario sulla emigrazione croata intitolato: “Croati: terroristi o combattenti per la libertà?”.

 Un passato che non passa

Stemma dello Stato Indipendente Croato, da Wikipedia
Stemma dello Stato Indipendente Croato, da Wikipedia

In quel periodo, esattamente il 10 settembre 1976, il fratello di Zdravka, Zvonko Bušić insieme ai “camerati” della “Resistenza popolare croata” compie una vera azione   terroristica dirottando l’aereo passeggeri in volo da New York a Chicago. Dopo essere atterrato temporaneamente a Montreal e per dimostrare che le sue intenzioni erano serie, Bušić informò i media di aver piazzato anche una bomba in una stazione ferroviaria di New York. L’agente di polizia newyorkese Brian Murray morì durante il disinnesco dell’ordigno esplosivo. Un anno dopo Zvonko Bušić fu condannato all’ergastolo dalla magistratura statunitense. Le sue dichiarazioni anche in quel momento restarono invariate. Faceva di tutto per attirare l’attenzione della politica mondiale sulla situazione della Croazia e del popolo croato in generale nella Federazione jugoslava. Rifiutava di essere classificato come terrorista.

Secondo un altro giornalista croato Željko Peratović che collabora con Majstorović risulta che l’attuale sottosegretaria di Stato croata Zdravka Bušić era già membro della stessa cellula terroristica in quegli anni, come dimostrerebbero anche le fotografie scattate a Cleveland a metà degli anni Settanta e pubblicate in varie occasioni. Da quando lo scandalo ha causato una scossa nei palazzi del governo croato nel marzo di quest’anno coloro che chiedono spiegazioni e provvedimenti al premier croato Andrej Plenković sono sempre più numerosi.

 

Zdravka Bušić, foto tratta da Wikipedia
Zdravka Bušić, foto tratta da Wikipedia

Del caso si è occupato proprio in questi giorni anche Avdo Avdić, giornalista della testata “Žurnal”,  sollevando nuovamente il problema e sottolineando l’inaccettabilità del fatto che un personaggio con tale passato possa coprire un incarico politico così importante. Dopo il ritorno in una Croazia ormai indipendente, la Bušić è diventata nel 1992 subito consulente del primo Presidente croato Franjo Tudjman e in seguito è rimasta a capo dell’ufficio della presidenza fino al 1995 quando è poi entrata nel Parlamento croato rimanendo parlamentare sino al 2003. Dieci anni dopo, nel 2013, Bušić diventa deputata al Parlamento europeo. Oggi, sottosegretaria agli Affari Esteri ed Europei, affianca spesso l’attuale Presidente croata Kolinda Grabar Kitarović anche durante i viaggi istituzionali all’estero.

Željko Peratović sta chiedendo ripetutamente una dichiarazione dai vertici della politica croata riguardo il passato di Zdravka Bušić. Ma la risposta continua a non arrivare.

* Lo Stato indipendente di Croazia (Nezavisna Država Hrvatska) fu costituito nel 1941 con l’aiuto dei Paesi dell’Asse. Guidato da  Ante Pavelić, il fondatore degli Ustascia, comprendeva la maggior parte della Croazia e tutta l’attuale Bosnia ed Erzegovina.

L’insolita storia dell’amicizia tra “Lupi di Livno” e i cavalli selvaggi delle alture bosniaco erzegovesi

L’insolita storia dell’amicizia tra “Lupi di Livno” e i cavalli selvaggi delle alture bosniaco erzegovesi
La testimonianza di “prima mano” di Mario Jozić, uno dei “Lupi”, gruppo di centauri della cittadina bosniaca di Livno, raccolta da Edvard Cucek. Articolo già apparso su Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa il 10/1/2020

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I cavalli di Livno, foto di Mario Jović. Per vedere le sue foto, clicca QUI.

Il racconto di un amico di vecchia data, dopo il 1994 diventato residente nelle terre dei propri genitori, mi ha fatto riconoscere qualcuno che dei cavalli selvaggi della zona di Livno (cittadina a sud ovest della Bosnia) sa proprio tutto. Il suo racconto mi ha portato indietro di quasi 40 anni.

Un viaggio al mare, forse nel 1980, da Banja Luka per andare sull’isola di Hvar (Lesina) ed una scena spettacolare che si svolgeva lungo i prati fiancheggianti la strada che ci portava a Livno per comprare il pane, di mattina presto. Pazzo di gioia imploravo mio padre che guidava la nostra vecchia Fiat 1300 Berlina color bianco avorio del 1966 di fermarsi o almeno di rallentare. Chiedevo da dove venivano tutti ‘sti cavalli, così tanti e così belli sotto i timidi raggi del sole sorgente che bucavano il pulviscolo sollevato dai loro zoccoli. Lì sì che mancava la macchina fotografica. “Dove corrono?” domandavo a mia madre facendo tutto il chiasso che un bambino incuriosito può produrre. Sembrava che i cavalli ci inseguissero correndo sempre al nostro fianco a qualche decina di metri dal ciglio della strada.

Papà non voleva fermarsi, però pronunciò la parola che mi resterà impressa nella memoria.

“Kalaša!”, disse con aria pensierosa.

Cavalli scappati in natura, sciolti fino a diventare selvaggi. Cavalli indomabili.

Di una fermata prima della città non si parlava nemmeno. Mio padre mi raccontò che se ti fermavi i cavalli ti circondavano la macchina perché sempre affamati e curiosi. Così la semplice sosta poteva prolungarsi parecchio finché si riusciva a tirare fuori dal branco.

Non incontrai mai più questi spettacolari animali. La parola invece non la scordai, anche perché una sua derivazione si usa in diversi contesti. Come nel caso dei ragazzi troppo allegri, sregolati, pazzerelli. E da quel giorno sapevo da dove arrivava questo termine “raskalašen” – scatenato fino alla pazzia.

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I cavalli di Livno, foto di Mario Jović. Per vedere le sue foto, clicca QUI.

Anche se ormai dopo decenni possiamo chiamarli selvaggi questi meravigliosi animali in realtà sono discendenti dei semplici cavali da lavoro presenti, fino alla metà del secolo scorso, in ogni realtà contadina, partendo da quelle più piccole e familiari. Il cavallo, come dappertutto, era utilizzato come mezzo di trasporto, mezzo di lavoro e per ogni esigenza che una famiglia prima della industrializzazione jugoslava poteva avere.

Non sono stati invece l’industrializzazione, lo sviluppo economico e la possibilità di permettersi un mezzo agricolo i fattori, come spesso si cerca di spiegare il fenomeno, a determinare il destino di questi amici degli uomini. Il fatto di poter acquistare il trattore e di non aver più bisogno di uno o più cavalli e di decidere di lasciarli liberi non è mai stata la causa di questa storia. Il cavallo affamato, nei mesi d’inverno, tornava sempre al suo padrone. Questo lo ribadisce proprio Mario, la persona che con i kalaša ha da fare tutte le settimane, soprattutto in inverno e nei giorni del caldo torrido e la “siccità alla bosniaca” come la chiama lui.

Dietro questa storia c’è qualcosa molto più triste e tragico.

Figli dei “cammini spenti”

Partendo da nord, da Kupres, una cittadina che da Livno dista meno di 45 km, a metà strada si innalza la montagna di nome Cincar (Tsintsar, nome antico e significativo). Da quei versanti parte il regno di queste creature per poi occupare tutta l’area del monte Krug e il suo altopiano alle porte di Livno.

“I primi cavalli diventati selvaggi non sono, come si pensa, cavalli di cui contadini non avevano più bisogno e li lasciavano liberi. La prassi di liberare le bestie, sperando di non dover macellare anche i cavalli quando la fame bussava alle porte e non c’era da mangiare neanche per i figli, esiste da quando viviamo qui”; racconta Mario.

“Questi cavalli ‘liberati’, se sopravvissuti rimanevano sempre vicini alle stalle e alle case. Si proccuravano scarso cibo e finché dai cammini usciva il fumo e le loro orecchie captavano voci umane non si allontanavano mai per evitare di perdersi. Quasi sempre, appena le circostanze permettevano, il padrone si riprendeva il cavallo se ancora in forza e capace di lavorare. I primi cavalli diventati selvaggi furono quelli che non avevano più un posto dove tornare. In realtà figli orfani delle loro famiglie umane. Nella seconda metà degli anni Sessanta intere famiglie in cerca di un futuro migliore lasciavano la loro terra natia. Spesso si trasferivano sulla costa dalmata nella vicina Croazia, oppure in Germania, Nuova Zelanda, Australia e America del Nord lasciando le porte di casa serrate spesso per sempre. I loro cavalli furono i primi a dover cercare da vivere altrove. La trovarono proprio tra montagna Cincar e altipiani di Krug. E sono di tutti e di nessuno. Peggio di così non può essere”, conclude il suo racconto questo centauro, uno di cui cavalli si fidano al di fuori dal mio concetto del rapporto che si può istaurare tra un umano e un animale selvatico.

Sembra che i cavalli riconoscano anche il rombo del motore del suo “fuoristrada” russo di marca -Lada Niva-che di certo ricorda i tempi migliori, e gli vengono incontro. D’altronde diversi gruppi di entusiasti lanciatisi nel mondo del safari-turismo ci mettono ore per incontrarli. Bisogna cercarli i kalaša, questo si sapeva da sempre. Questi altipiani carsici occupati da loro si stendono su più di un centinaio di chilometri quadrati. Raramente li trovi al primo tentativo e quando succede il punto d’incontro è la strada e spesso di notte. Mario dice che per qualche motivo, a lui sconosciuto, non manca quasi mai di incontrarli.

Bellezze difficili da gestire

Dopo un lungo racconto, concedendomi veramente tanto tempo, Mario conclude che in realtà di questo sensazionale fenomeno, unico da queste parti del vecchio continente ma abbastanza raro anche nel resto dell’Europa, non si occupa formalmente nessuno. Il Comune di Livno, per un certo tempo assuntosi la gestione dei branchi, ha ceduto dopo le prime e numerose cause degli automobilisti che in presenza dei cavalli sulla strada sono finiti fuori subendo danni ai veicoli. Oppure, nei casi fortunatamente meno frequenti, in cui si sono schiantati contro gli animali.

C’è poi l’Associazione “Borova Glava” che si occupa di ecologia e foreste e cerca di dare un contributo soprattutto nei mesi invernali fornendo il sale in punti predisposti, sempre cercando di evitare che i cavalli vadano a cercarlo, il sale, proprio sul manto stradale dopo gli interventi dei mezzi spargisale. Anche loro non hanno mai potuto assumersi un ruolo giuridico. Nessuno sarebbe intenzionato di registrarsi come ente che si occupa dei branchi di kalaša, li gestisce, li promuove come offerta turistica ma si assume anche le responsabilità dei danni da loro causati. Smettendo in tali condizioni di occuparsi dei cavalli anche in modo “meno formale”. A quel punto, in modo costante e serio ormai dal 2007, in scena sono entrati “Lupi”. Anche se a prima vista non facilmente riconciliabili, due realtà sul campo funzionano moto bene.

“E’ la libertà che ci rende così vicini. Noi “cavalchiamo” in piena libertà e un animale come il cavallo selvaggio non può che essere un nostro amico”, ribadisce Mario.

Mi mostra una lunga lista delle strutture che hanno costruito con i propri soldi. Dagli abbeveratoi alle tettoie rudimentali dove nascondersi, almeno per quelli che capitano nei paraggi, in caso di grandine. Le mangiatoie dove lasciare del fieno e addirittura un rifugio per chi vuole visitare gli altipiani o per chi facendo la manutenzione delle strutture si ferma fino a tardi. I cavalli sono tanti. Mario si rifiuta di speculare sui numeri. Quello che ha sentito o letto in tutti questi anni su un “numero totale” gli dà molto fastidio. La prima cosa che i giornalisti vogliono sapere e qui ne sono passati tanti. Conferma comunque che il numero non è inferiore di 400 unità. Tanti si confondono osservando i branchi (un certo numero di cavalle con i relativi puledri) e associando ogni branco a quello che loro chiamano Lo Stallone. Il calcolo un stallone = un branco non funziona in questo caso e così si va a fantasticare su numero infinito di esemplari. Uno (sulla destra della foto sottostante) ne guida due a volte anche tre/quattro branchi e appena si accorge che un altro maschio intende di impossessarsi delle sue femmine non esita di rimproverarlo.  Lui è uno di quelli al quale è difficile avvicinarsi.

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I cavalli di Livno, foto di Mario Jović.

Toccando questo argomento Mario è molto perplesso riguardo la nascita di questa specie di turismo e safari fotografico con protagonisti principali i kalaša. E’ consapevole che la cosa deve partire e ben venga che una rarità come questa sia valorizzata, ma vedere questi gruppi così chiassosi, intenti a fotografare tutto senza un minimo di precauzione, andando anche a cibare le bestie con dei prodotti assolutamente non idonei, fa tanto preoccupare. Non si tratta di una gestione normale dove un ente turistico formato per organizzare i giri e osservare i cavalli si occupa della gestione. Si tratta di qualche giovane entusiasta, anche con nobili idee e con tanto amore per questa terra, ma i modi in cui si svolgono queste gite sono molto spesso pericolosi. I kalaša sono comunque selvaggi e questo non bisogna mai toglierselo dalla testa. Mario personalmente ha assistito più volte alle tragedie mancate per un millimetro. I zoccoli sfioravano qualche testa lasciando i presenti impietriti.

Piano giunge l’ora di salutarsi. Mario mi convince che i cavalli ballano qualche volta e mi mostra anche una foto e ammette che la vita senza i suoi amici a quattro gambe per lui sarebbe difficilmente pensabile.

“Niente di più emozionante di quando un puledro, dopo aver appoggiato la testa sul cofano della mia vecchia Lada, per fermarmi mi sembra a volte, infila suo muso dal finestrino cercando quello gli spetta”, dice con gli occhi lucidi.

Per finire gli chiedo come è possibile non trovare niente, inserendo sui vari motori di ricerca nome kalaša, che colleghi i cavalli selvaggi con il loro antico nome?

Politica”, dice.

 “Per qualcuno, o per tanti, considerando che ci troviamo nella parte della Bosnia della larga maggioranza croato bosniaca, questo nome che suona troppo asiatico e orientale non è molto carino. Preferiscono chiamare kalaša “cavalli selvaggi di Livno” e così si cerca di presentare il fenomeno al pubblico comune. Inoltre i cavalli non sono mica solo della zona di Livno, provengono da Kupres e anche dalle parti a sud della municipalità di Livno”, conclude.

-Nomina sunt odiosa- dall’antica Roma fino alla Bosnia odierna.

Vukovi - I "Lupi" di Livno durante una manifestazione
Vukovi – I “Lupi” di Livno durante una manifestazione

Eroina nei tempi delle tenebre: Diana Obexer Budisavljević

Eroina nei tempi delle tenebre: Diana Obexer Budisavljević

Diana Obexer, nata a Innsbruck nel 1891 e trasferitasi a Zagabria nel 1919 dopo aver sposato il chirurgo Julije Budisavljević, ha salvato migliaia di bambini dai campi del regime ustascia tra il ’41 e il ’45. La sua figura, scomoda sia per la Jugoslavia socialista che per i governi della Croazia indipendente degli anni ’90, è stata conosciuta solo nel 2003 con la pubblicazione postuma del suo diario. La ricorda Edvard Cucek in un articolo già apparso per Osservatorio Balcani e Caucaso (21/03/2019).


Le gesta di Diana Obexer Budisavljević sono forse paragonabili a ciò che fece il ben più noto Oskar Schindler, ed è difficile spiegare come un atto di umanità di questa portata sia stato nascosto all’opinione pubblica per quasi 60 anni.

Per uno come me, cresciuto ed istruito nel sistema scolastico socialista, molto attento a tenere viva la memoria degli atti di coraggio antifascista, il nome, le origini e l’opera di questa donna fino a pochi anni fa erano completamente sconosciuti.

Oggi appare chiaro perché, sulla sua identità e sulla straordinaria azione da lei intrapresa, per lunghissimi anni non si sia saputo nulla.

Diana Obexer nacque a Innsbruck, in Austria, il 15 gennaio del 1891. Si trasferì a Zagabria nel 1919, sposata con un chirurgo dal quale acquisì il cognome, Budisavljević. Di lui sappiamo che fu un medico apprezzato e appartenente alla comunità religiosa ortodossa, fatto che non gli impedì di dichiararsi croato e di passare miracolosamente illeso attraverso gli anni del cosiddetto “Stato indipendente Croato” governato dagli ustascia collaborazionisti di fascismo e nazismo.

Nel periodo buio, i primi anni quaranta del secolo scorso, Diana Budisavljević scoprì molto presto l’agghiacciante verità dei campi di concentramento non molto distanti dalla capitale croata. Le sofferenze delle donne serbe, rom ed ebree insieme ai loro figli nella vicina Lobograd, uno dei campi di detenzione, furono il suo primo contatto con l’inferno messo in atto a pochi passi da lei, e segnarono ufficialmente l’inizio dell’”Azione di Diana Budisavljević”, come lei stessa la ribattezzò.

Durante questa azione – inizialmente pensata come fornitura di prodotti di prima necessità alle donne e ai minorenni detenuti nei diversi campi di concentramento, con l’aiuto del Comune Ebraico di Zagabria – furono salvati 12.000 bambini.

Provenienti per lo più dal monte Kozara in Bosnia Erzegovina e da Kordun, zona montuosa della Croazia, questi bambini, per i quali la morte sarebbe altrimenti stata l’unica speranza di veder concluse le proprie sofferenze, furono salvati proprio grazie alla decisione di Diana Budisavljević di dare il via ad una vera e propria evacuazione dei minorenni da campi di concentramento come quelli di Stara Gradiska, Mlaka, Jasenovac, Gornja Rijeka e Jablanac.

Un’operazione che fu portata a termine non solo con l’obiettivo di salvare le vite di quei ragazzini innocenti, ma anche mettendo in piedi un archivio con tutta la documentazione indispensabile a tenere traccia dei loro genitori biologici con la finalità di poterli ricongiungere alla rispettive famiglie al termine della guerra.

Il diario personale

Solo nel 2003 si sono potuti ricostruire i dettagli di questa grande iniziativa di impegno civico, grazie ai documenti conservati nell’Archivio Statale della Repubblica di Croazia e all’iniziativa della nipote di Diana Budisavljević. Silvia Szabo, nipote di Diana Budisavljević, ha infatti deciso nel 1983 di renderne pubblico il diario personale che ricostruisce il periodo che va dal 1941 al 1947. Nella raccolta sono contenuti 80 documenti originali che permettono di ricostruire i nominativi di tutte le persone che aiutarono la Budisavljević a realizzare l’evacuazione dei minori dai campi: una rete segreta che fornì supporto logistico, nella produzione di documenti falsi e nell’assicurare ospitalità ai piccoli una volta che questi venivano messi in salvo.

Una memoria scomoda

Perché siano passati altri 20 anni da quando la nipote decise di aprire il diario della nonna e il momento della pubblicazione dello stesso, nel 2003, è questione che fa riferimento alla rimozione della memoria. La pubblicazione nel 2003 potrebbe essere dovuta, tra le altre cose, al termine dei 20 anni del governo dell’HDZ, il partito di Franjo Tudjman, e alla vittoria dei partiti della sinistra croata.

Il primo fatto storico che ci fa capire come e perché questa eroina finì nel dimenticatoio è il sequestro di tutta la documentazione, un archivio immenso contenente le identità di tutti i bambini salvati, da parte degli ufficiali dell’OZNA (Reparto per la Protezione del Popolo) nel maggio del 1945, subito dopo la fine della guerra sul territorio ormai della nuova Jugoslavia. Fortunatamente il diario si salvò dalla confisca ed è divenuto la base per una ricostruzione storica firmata dalla professoressa Marina Ajduković, che definisce l’iniziativa di Diana Budisavljević come la “prima opera umanitaria in Croazia” e come l’inizio della prassi di assistenza sociale e tutela delle categorie deboli e minacciate.

Si può oggi comprendere senza troppi sforzi perché la biografia di questa donna risultasse tanto scomoda per il regime comunista instauratosi dopo la guerra. È facile capirlo se si pensa che ci troviamo davanti alla storia di una donna austriaca, cattolica praticante, originaria di una famiglia dell’alta borghesia e per di più sposata con un chirurgo di religione ortodossa. Si comprende ancora meglio come la nuova classe dirigente dell’epoca, impegnata in uno sforzo notevole di indottrinamento, si sentisse impotente e disarmata di fronte al fatto che fu proprio il marito, il dottor Julije Budisavljević, misteriosamente sopravvissuto al regime ustascia, ad aiutare la propria moglie mettendola in contatto con le persone che in quell’epoca decidevano la vita o la morte, facendo in modo che il suo cognome le aprisse tante porte in quanto garanzia di discrezione e fiducia.

A complicare il quadro, la documentazione testimonia inoltre che sin dall’inizio, a sostenere l’iniziativa umanitaria di Diana Budisavljević, furono i vertici della Caritas di Zagabria, un soggetto ritenuto tra i “traditori” nell’immediato dopoguerra, in virtù della stretta associazione con la Chiesa cattolica. Una messa al bando che si fondava in parte sui gravi episodi di collaborazionismo con il regime nazifascista da parte delle gerarchie ecclesiastiche, ma che viene in parte stemperato proprio dai fatti raccolti nel diario della Budisavljević: tra le pagine si trova infatti addirittura il nome del Cardinale Alojzije Stepinac, che fu personalmente coinvolto (con il notevole ritardo di due anni come lamentato dall’autrice) nel salvataggio di alcuni dei bambini dai boia del regime ustascia. Lo stesso Stepinac inoltre si sarebbe speso per la costruzione di una solida rete di famiglie croate cattoliche disposte ad ospitare i piccoli rifugiati in città come Zagabria, Sisak e Jastrebarsko.

Nel suo diario, Diana nomina anche Camillo Bròssler, uno degli alti funzionari del regime croato dell’epoca, a capo del ministero delle Politiche sociali. Bròssler fu il fondatore del Reparto per l’assistenza sociale dei bambini ed adolescenti, e rappresenta dunque un’altra figura di origini germaniche, persona di fiducia del regime, coinvolto nello sforzo di salvare un numero altissimo di bambini e adolescenti.

Tutti questi elementi rendono la storia personale di Diana Budisavljević difficilmente riconciliabile con la nuova storia che ci si proponeva di scrivere nel secondo dopoguerra.

La memoria dei giusti

Questi sei decenni di silenzio sono un errore imperdonabile della storia moderna. Un silenzio che forse fu anche uno dei motivi per i quali Diana decise di lasciare per sempre la Jugoslavia e di tornare a Innsbruck, la sua città natale, nella quale trascorrerà gli ultimi anni della sua vita straordinaria, dal 1972 fino alla sua morte il 20 agosto del 1978.

Diana Obexer Budisavljević, Donna Coraggio, fu la seconda madre di tutti i 12.000 bambini salvati da morte certa. La sua vicenda non coincideva con la versione della storia voluta dai comunisti jugoslavi, in quanto l’intera azione non era stata organizzata da loro. Nemmeno alla classe dirigente della Croazia indipendente nata dopo il 1990 andava bene la storia dei 12.000 bambini salvati, in quanto oggi come 20 anni fa, la classe politica è impegnata a sminuire le dimensioni dello sterminio di massa condotto nei campi di concentramento di cui il più conosciuto era quello di Jasenovac.

I riconoscimenti ufficiali, le vie e le piazze che da poco portano il suo nome, arrivati tanti anni dopo la sua morte, ci servano oggi per essere consapevoli di questa vicenda di umanità e altruismo. L’opera più recente sulla straordinaria impresa di Diana Obexer Budisavljević risale all’autunno del 2012, porta il titolo di “Dianin list” (La lista di Diana) ed è opera di Dana Budisavljević e Miljenka Cogelja. Spero renderà questa storia alla portata di tutti.

Mi piace concludere questo pensiero scritto ricordando l’ultima scena della maestosa opera cinematografica del 1993 del regista Steven Spielberg, intitolata “Schindler’s List” in cui ciascuno dei sopravvissuti appoggia un sasso sulla tomba della persona alla quale deve la propria vita. In quella scena, i sopravvissuti dopo la guerra erano 1.100. Cerco per qualche istante di immaginare una piccola collina fatta dai 12.000 sassi, in qualche cimitero a Innsbruck, appoggiati dalle mani dei, all’epoca, piccoli, indifesi, discriminati ma comunque alla fine fortunati esseri umani.

Il Diario di Diana Obexer-Budisavljević (immagine tratta da Wikipedia)
Il Diario di Diana Obexer-Budisavljević (immagine tratta da Wikipedia)

Bosnia Erzegovina: i volti degli invisibili

Bosnia Erzegovina: i volti degli invisibili

La guerra in Bosnia (1992 – 1995) è stata (anche) una guerra contro le donne. La storia delle donne vittime di violenza e dei figli nati dagli stupri di guerra è stata raccontata, tra gli altri, dalla regista Jasmila Zbanić nel film Grbavica (Il segreto di Esma), Orso d’oro alla 56a edizione del Festival di Berlino nel 2006. Ne parla Edvard Cucek in un articolo già apparso su Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa il 27/02/2019, che qui si ripropone.


La madre di Alen lo ha lasciato in ospedale dopo la nascita. Non si è più fatta vedere finché lui non l’ha cercata, ormai adulto.

Quella di Ajna invece, nonostante lo stigma e il dolore che portava, ha deciso di essere la sua vera madre.Coloro che hanno violentato le loro madri sono ancora liberi, impuniti.

Alen e Ajna raccontano di essere “i ragazzi invisibili”, dimenticati ed emarginati dalla società. Gli altri bambini spesso chiamavano Alen “il bastardo di Četnik”. Per Ajna ogni Natale era un incubo perché è proprio in quel giorno che sua madre subì l’inenarrabile violenza.

Alen oggi è un tecnico in medicina ed Ajna è una studentessa universitaria di psicologia oltre che, dal novembre scorso, presidentessa dell’associazione “Zaboravljena Djeca Rata” (I dimenticati figli della guerra).

Entrambi sono giovani e simpatici. Entrambi sono figli di due tra le migliaia di donne bosniaco-erzegovesi che hanno subìto stupro durante la guerra 1992-1995, una violenza organizzata che la giurisprudenza internazionale definì “stupro come arma di guerra, strumento specifico di terrore”.

Alen

La Goražde di cui è originario Alen, Bosnia occidentale, nel 1993 era un luogo dell’orrore. Sua madre biologica, originaria della vicina Foča  , fu una delle vittime civili del conflitto. Venne imprigionata e violentata da militari di varie formazioni dell’esercito dei serbo-bosniaci. Il giorno successivo al parto lasciò il figlio in ospedale e se ne andò.

Fu all’età di dieci anni che Alen scoprì le sue vere origini. Fu a causa di un banale litigio tra ragazzi. Si prese a pugni con un ragazzo che per fargli del male disse ad Alen chi erano i suoi veri genitori. Fu la fine di un’epoca di spensieratezza. Lo stesso giorno Alen ottenne conferma da coloro che lo avevano cresciuto di questa sconcertante verità.

Il 19 giugno 2018, nella Giornata internazionale contro la violenza sessuale nei conflitti armati, Alen Muhić si è rivolto ai membri dell’Assemblea generale della Nazioni Unite a New York e il suo discorso  è stato accolto con un enorme applauso. Apertamente e senza vergogna un giovane “figlio della guerra” ha parlato della madre biologica e dell’identità che stava ancora scoprendo: “Penso comunque che non abbia commesso niente di imperdonabile. Non so che vita avrei avuto con lei se mi avesse portato con sé. Forse avrei avuto un’infanzia felice? Forse si sarebbe scagliata contro di me infastidita dal trauma fisico e psicologico che aveva vissuto durante la guerra? Non posso proprio giudicarla perché non so nemmeno cosa avrei fatto io se fossi stato al posto suo in quel momento. Senza una famiglia vera, lasciato da solo, così piccolo ho conquistato comunque i cuori di molti. In particolar modo di una persona che lavorava come portiere in ospedale e che poi diventò il mio vero padre “, raccontò Alen.

Alla fine Alen ha conosciuto la sua madre biologica ma il periodo in cui hanno mantenuto i rapporti è stato breve. Suo padre invece è un criminale di guerra. Ha scontato una penna di cinque anni e mezzo per vari crimini e ha riconosciuto di essere il padre di Alen. Vive non lontano da Foča. Una volta Alen si è presentato davanti alla sua porta. Non hanno mai avuto nessun rapporto. Questo suo padre biologico non si è mai occupato di lui, nemmeno in modo indiretto.

Oggi Alen lavora nello stesso reparto di chirurgia dell’ospedale di Goražde dove fu abbandonato da neonato.

Ajna

Più a nord, in Bosnia centrale, la guerra colpì con la stessa durezza. Lo stesso crimine, altri nomi. La madre di Ajna partorì e decise di tenera la figlia, di essere madre, portando il dolore e la tristezza che ciò avrebbe comportato. E affrontando anche quella società che l’aveva anche rispettata ma allo stesso tempo la stigmatizzava e condannava perché non aveva abortito. Il padre biologico vive ancora in Bosnia.

La storia di Ajna è stata raccontata da Eldina Jašarević  all’interno di un progetto della Fondazione Heinrich Boll. E’ in questa occasione che Ajna racconta: “Ho sempre saputo che qualcosa non andava. Ho frequentato le scuole elementari in paesi piccoli. Ero una bambina senza padre, non conoscevo né il suo nome né le sue origini. Giravano molte voci nel villaggio su di me e su mia madre. Quando mia madre si sposò, le stesse storie cominciarono a girare anche nel villaggio del mio “nuovo padre”. Tutti sapevano che non ero la sua figlia biologica. Da piccola, per alcuni versi, era più facile perché c’erano sempre i miei genitori, mia madre e mio padre o il marito di mia madre. Io lo chiamo padre. Lui e mia madre mi hanno sempre protetta. Tuttavia, all’età di 15 anni, mi sono iscritta alla scuola superiore di medicina a Zenica ed ho lasciato la città natale. Ero sola, senza nessuno che mi proteggesse e risolvesse i miei problemi. Un giorno un professore mi chiese il nome del padre visto che in rubrica al posto del suo nome c’era solo una riga vuota. Non avevo risposta. Lo stesso professore poi mi chiese: “Ma almeno tua madre lo conosce?”. Per me è stato un colpo devastante. Mi sono ricordata subito che mia madre non mi ha mai dato il mio certificato di nascita in mano. Quando mi ero iscritta alle superiori, tutti i ragazzi stavano aspettando da soli e io invece accompagnata dalla mamma. “Non puoi andare da sola, ti iscriverò io”, mi disse.

Così capì anch’io che mio padre non era mio padre biologico. Fu l’inizio della mia ricerca delle mie origini. Mi ricordo che ero andata a casa. I miei erano fuori. Nel nostro grande armadio mia madre teneva ben sistemati i nostri documenti. Tra questi ho trovato il rapporto della polizia rilasciato all’organizzazione non governativa “Medica“, che all’epoca aveva sede a Zenica e forniva assistenza psicologica alle donne stuprate”.

In quell’istante davanti ad Ajna si aprì un abisso. Un vuoto creatosi dopo che un pezzo della sua identità era crollato in un istante. Tante incognite le divennero però chiarissime. Non riusciva comunque a credere che questa “mancanza anagrafica” fosse dovuta ad un episodio così crudele, inquietante, terribile.

“Mia madre ha fatto di tutto affinché non mi sentissi diversa dagli altri. Però non avevo il papà come gli altri. Negli anni dell’adolescenza proprio questa mancanza fu il grilletto che fece scoppiare in me un conflitto interno. Ci sono voluti anni per ritornare ad una vita “normale”. Dopo tante ore di assenze ingiustificate a scuola e tanti pessimi voti finì dallo psicologo della scuola e lì cominciai a confessarmi. Oggi posso dire che fu al ima fortuna. Pensavo che mia madre mi odiasse e di essere la conseguenza che le resta della sua tragica vita”, ha raccontato Ajna.

Non fu quindi casuale la sua scelta di studiare psicologia.

Stigma

Lei e Alen oggi portano avanti la loro causa, quella che lo stato bosniaco non ha saputo o non ha voluto sostenere e risolvere. Il numero delle donne che hanno subito violenze sessuali durante la guerra, il numero di quelle che poi hanno partorito ed il numero di questi ragazze e ragazzi figli del conflitto non si saprà mai. La vergogna e la società incapace di assistere queste donne e i loro figli spesso abbandonati non permette che si venga a sapere.

In Bosnia ed Erzegovina al livello statale ma anche delle Entità non esistono leggi che riconoscano ai nati da madri che li hanno concepiti a causa di stupri sessuali durante il conflitto gli stessi diritti di vittime civili di guerra. Loro stessi si chiamano “invisibili”, anche se potrebbe sembrare esagerato a qualcuno, in realtà è la descrizione esatta della loro posizione nella società odierna. Questi giovani, alcuni letteralmente orfani fin dalla nascita e con padri non identificabili e madri – per cause assolutamente comprensibili – che spesso li hanno abbandonati, non godono di alcuna agevolazione come avviene invece per i figli dei soldati caduti in guerra o dei figli di vittime civili di guerra.

Oggi l’associazione fondata soltanto a novembre dell’anno scorso, di cui Ajna è presidente, conta 15 membri. Delle persone con cui condivide il passato, solo lei ha ottenuto un’assistenza psicologica da un esperto. Gli altri nemmeno questo. Il basso numero di adesioni alla sua iniziativa si spiega con il fatto che chi ha subito questo tipo di violenza non prova niente altro che vergogna e tristezza, difficili da esprimere.

Quando nel 2006 nelle sale cinematografiche della Bosnia ha cominciato a girare l’eccellente opera cinematografica “Grbavica”, in cui la regista Jasmila Žbanić ci ha raccontato una vicenda basata proprio sulla vita di Ajna e di sua madre, sempre più vittime hanno deciso di rivelare le loro identità, le loro storie. Un migliaio forse.

Lo conferma anche Bakira Hasečić, alla guida dell’associazione “Donne vittime della guerra” (Udruženje Žene Žrtve Rata) che ad oggi conta più di 6.000 associati e non solo donne, tra le quali donne sopravvissute alle torture che però rappresentano un numero piccolissimo rispetto alle stime, che si attestano tra le 25 e le 50mila di donne vittime di stupro negli anni ’90. La stessa associazione, basandosi su documenti e dati certi, parla di 62 bambini identificati nati a seguito di stupri sessuali. Un numero non certo definitivo.

La locandina de "Il segreto di Esma (Grbavica)".  Immagini tratte da Wikipedia
La locandina de “Il segreto di Esma (Grbavica)”. Immagini tratte da Wikipedia