Posts by: Alvise Miozzo

Vent’anni a Prijedor: 1999 – 2019

Vent’anni a Prijedor: 1999 – 2019

di Luigi Penasa per lo Studio d’arte Andromeda.

Vent’anni. Nei Balcani erano da poco finiti i dieci anni di Guerra. Prijedor e la Bosnia tutta erano svuotate e impoverite fisicamente e, soprattutto, nello Spirito. Noi dello Studio d’arte Andromeda, eravamo stati invitati da Michele Nardelli, della allora nascente Associazione Progetto Prijedor, a partecipare alla raccolta fondi per la realizzazione, nel centro violentato di quella città, di una Galleria d’arte. Progetto simbolicamente utopistico rafforzato dal fatto che Prijedor era conosciuta in tutti i Balcani come la “città dei pittori”. Raccolti i fondi organizzando due aste di opere d’arte generosamente donate da molti artisti amici della nostra associazione, nel dicembre del 1999 la Galleria era pronta ad aprire. Quando sono andato, in rappresentanza dell’Andromeda, per l’inaugurazione, ho trovato una città grigia e triste che faticava a rinascere schiacciata com’era dal peso di quegli anni di odio e rancore. Così che quel posto che stavamo per aprire, luminoso e aperto, pareva invitare tutti alla speranza e alla comunione. Anche la mostra scelta come prima esposizione non era stata una  casualità era una selezione di opere prese dalla Rassegna Internazionale “Don Quijote”, opere che parlavano di speranza, magari utopistica ma cercata caparbiamente, come unico possibile futuro comune.

Da allora l’Andromeda ha mantenuto una vicinanza collaborativa con il www.progettoprijedor.org  ultima ma importante iniziativa che ci vede partner è il Concorso dei murales, da sette anni ogni autunno la città vede una facciata del suo centro abbellita con opere murali importanti che hanno l’intento di accompagnare con immagini simboliche ricche di colore e di allegria i passi di chi tutti i giorni esce di casa per costruire il tessuto, ancora sfilacciato della sua comunità. Buona Vita Amici.

Vent'anni a Prijedor
Vent’anni a Prijedor, 1999 – 2019

 

L’antenato della Dichiarazione

L’antenato della Dichiarazione
A 71 anni dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, il 10 dicembre del 1948, si ripropone un articolo di Edvard Cucek che ne individua un precedente nella lettera di un francescano bosniaco, Ivan Frano Jukić, al Sultano della Sublime Porta. Articolo già pubblicato su atlanteguerre.it l’11 dicembre 2018

Sono passati 70 anni da quanto è stata pubblicata per la prima volta la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. E’ interessante scoprire come, poco meno di cent’anni prima, il primo maggio del 1850, un francescano bosniaco di nome Ivan Frano Jukić avesse scritto alla Sublime Porta, a Istanbul, una lettera che può essere considerata un’antenata della Dichiarazione del 1948. La lettera fu scritta da un uomo che era un suddito dell’Impero Ottomano di religione cattolica. Era originario di Banja Luka (Bosnia), vissuto in tempi di forti turbolenze politiche e diffidenze verso le popolazioni di religioni non musulmane nel territorio dell’Impero. In una introduzione abbastanza lunga, prima di elencare in 28 punti tutto ciò che i cristiani bosniaci – emarginati nel Impero Ottomano – “umilmente chiedono al Sultano Abdul Medjid”, frate Jukić scrisse anche questo:

Ivan Frano Jukić (da wikimedia.commons)
Ivan Frano Jukić (da wikimedia.commons)

“Vostra Maestà!

Vi sono più di 600.000 cristiani che vivono nei due eialet (distretti) della Bosnia ed Erzegovina. I Vostri fedeli sudditi, ribadendo la propria fedeltà verso l’alto devlet (Stato) turco confermata per 4 secoli, umilmente domandano che Voi, con la Vostra bontà e natura generosa, ci guardiate e possiate ascoltare le nostre grida disperate, concedendoci le seguenti misericordiose grazie;

1. che non ci chiamano più raja (it. raia), ma sudditi e cittadini del intero Impero turco ( il nome raja (raia) era “riservato” alle popolazioni del Impero Ottomano di seconda classe, una specie di schiavitù in semilibertà ndr).

2. Che davanti ai tribunali diventiamo uguali ai Turchi e che le decisioni non vengano prese basandosi sulla appartenenza religiosa, ma sempre sulla giustizia.

3. Che tutte le sure (sciure) siano composte da appartenenti in numero pari di entrambe le religioni, mussulmana e cristiana (sura era una specie di consiglio composto dai vari rappresentanti della popolazione, un organo simile alla giuria al quale si rivolgeva anche il giudice –kadija durante i processi di giudiziari ndr).

4. le tasse e “decime” cristiane siano per conto loro e Turchi per conto loro raccolgano e li portino al grande Visir ( governatore).

5. Tasse e dazi non si determinino in base al numero delle abitazioni, ma in base alle proprietà e alla situazione economica.

6. L’Harac, l’imposta che ogni famiglia cristiana deve pagare per ogni maschio del nucleo familiare, venga per sempre abrogata in quanto contrario alla eguaglianza dei popoli nel Impero.( harac era una imposta secondo la quale il Sultano aveva diritto di chiedere la somma di denaro per ogni maschio vivo in famiglia come una specie di garanzia della fedeltà all’Impero e di conseguenza essere libero ndr).

7. Che anche i cristiani possano entrare nell’esercito del Impero, anche come ufficiali e che abbiano i propri preti tra di loro.

8. Che la “decima reale” si calcoli come tassa e si paghi con il denaro (la decima reale era una tassa che, tradizionalmente, veniva imposta chiedendo per il Re un decimo del raccolto annuale. Essendo difficilmente calcolabile e sempre a sfavore dei contadini cristiani, la richiesta voleva che diventasse un’imposta di valore pari a tutti i cittadini ndr).

9. Che i contadini non debbano pagare altro tranne un sesto del raccolto di grano, fieno e tabacco e i padroni non debbano per loro pagare le tasse all’Imperatore, come i primi non debbano portare i guadagni propri a casa del padrone

10. Che mai il padrone possa sfrattare il contadino dai propri poderi di sua volontà, ma soltanto se si dimostra davanti al giudice la malafede del contadino e pagando prima dello sfratto, al contadino, tutte le spese sostenute per i disboscamenti, coltivazioni ed altro.

11. Che il lavoro gratuito ai beg, conosciuto come beglucenje, non avvenga mai più (si tratta di lavori che i contadini cristiani erano costretti ad eseguire per i beg, nobili proprietari turchi o soltanto slavi mussulmani, a titolo gratuito).

12. Tutte le spese dei viaggi, spostamenti e mantenimento dei funzionari del Impero in Bosnia che vengano pagate dalle casse reali.

13. Via sia la manutenzione delle strade e dei ponti, degli uffici postali ed altro per promuovere il commercio e l’artigianato e che al più presto diventi a carico del governo reale.

14. Che lo stesso governo reale permetta e sostenga economicamente anche le tipografie per i cristiani

15. Che non sia impedito ai cristiani del rito ortodosso di eleggere da soli i suoi episcopi, i quali conoscono la lingua e le usanze di queste terre e che dalla Vostra Maestà vengano poi confermati.

16. Che vi sia il libero esercizio del proprio credo e religione e che ci venga consentito di riparare, ampliare e laddove vi è necessità ricostruire le vecchie chiese e i monasteri, ed avere i campanili e le campane e liberamente e pubblicamente celebrare i nostri riti religiosi.

17. Che il mercato domenicale venga spostato ad un altro giorno feriale.

18. Che ci sia concesso liberamente, in ogni comune, di aprire le scuole e se necessario invitare e ospitare gli insegnanti dagli altri paesi o, per migliorare l’istruzione, inviare i nostri studenti in altri stati e paesi.

19. Che anche i nostri studenti (cristiani bosgnachi), futuri ingeneri e medici vengano accettati nelle università di Istanbul, con la borsa di studio del Imperatore (gli abitanti della Bosnia ed Erzegovina a differenza di altre minoranze nel Impero Ottomano non godevano i vantaggi di poter studiare nella capitale ed avere una borsa di studio).

20. Che anche noi possiamo avere i nostri due rappresentanti nel Vostro Alto Consiglio (devlet) e che si faccia in modo che tutte le nostre richieste Vi vengano fedelmente riferite (la prassi per secoli non permetteva che nessuna richiesta dei cattolici bosniaci, passata sempre per le mani dei funzionari locali, arrivasse direttamente al Sultano, senza prima essere modificata. A volte veniva “persa” o diventava ragione di pesanti ritorsioni verso i richiedenti ndr).

21. Che tutti i pubblici ufficiali, turchi o cristiani, vengano stipendiati dalle casse dell’Impero.

22. Che venga abrogata cosiddetta “krvarina”, tassa del sangue, in caso di omicidio. Che per questo reato non paghino più i paesani, ma il giudice (tur. Kadija) cerchi e condanni l’omicida (questa tassa veniva imposta a tutti i contadini del paese del delitto e la metà andava data alla famiglia della vittima e l’altra metà ai vari collaboratori del giudice per le indagini parzialmente o mai svolte ndr).

23. Che la Bosnia e l’ Erzegovina tornino ad essere governate da un solo funzionario. Questo come un risparmio sia per le casse dell’Impero che per i suoi sudditi (quando dalla Bosnia venne separata la regione dopo nominata Erzegovina, come riconoscimento ai nobili locali per la fedeltà al Sultano, fu insediato un altro funzionario, anche nella sede della regione Mostar. Così poveri ed emarginati bosniaci dovevano mantenere due funzionari di solito corrotti e crudeli ndr).

24. Che commercio e artigianato siano concessi a tutti, a prescindere all’appartenenza religiosa (non era permessa agli “infedeli” per esempio la lavorazione di cuoio, pelle per le cinture e cuoio. Vendere il miele o il burro ai cristiani era altrettanto proibito ndr).

25. Che tutta la contabilità delle entrate e uscite del denaro dell’Impero venga pagata dalle casse statali e venga resa pubblica all’intero popolo.

26. Che tutte le decisioni e gli avvisi dell’Imperatore vengano comunicati anche in lingua bosniaca, perché con il sistema d’informazione usato sino ad oggi non siamo mai stati certi di ciò che ci si comunica e di che cosa ci si chiede.

27. Che siamo liberi di incontrarci tra di noi, senza armi, per discutere dei temi di scuola, istruzione, economia e altro.

28. Che ci sia concesso di trasferirci in altri paesi e stati, anche al di fuori dell’Impero Ottomano.

Queste sono le nostre umili domande e preghiere, fondate sul principio di eguaglianza. Il principio quale il Vostro caro e ben ricordato padre e Voi, suo laborioso erede, avete tante volte in passato solennemente ribadito, ma che nelle nostre terre, sempre a causa di spiacevoli circostanze, mai si potevano realizzare.”

Più di venti di queste 28 domande e richieste indirizzate 168 anni fa al grande Sultano Imperatore Ottomano trovano incredibile corrispondenza, ovviamente tenendo conto dei contesti storici diversi, con altrettante della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
Frate Jukic pagherà questo generoso e folle gesto con una specie di isolamento dai circoli ai quali apparteneva. Gli sarà anche proibito di tornare nella sua patria. Forse era tropo avanti, forse era un visionario. Fatto sta, che la sua salute – già precaria – precipitò e peggiorò molto velocemente. Morì a Vienna, a soli 39 anni. Le sue opere letterarie, come lo straordinario impegno nel tentare di migliorare le condizioni di vita dei bosniaci di ogni religione, stanno tornando ora alla luce.

(in copertina, l’effigie di Ivan Frano Jukić sulla banconota di 1 KM, tratto da Wikipedia.bs)


 

Fiera del libro di Belgrado: sparare con un libro

Fiera del libro di Belgrado: sparare con un libro
La fiera del libro a Belgrado (di  Jovan Popović, da Wikimedia Commons)
La fiera del libro a Belgrado (di Jovan Popović, da Wikimedia Commons)
La presentazione alla fiera del libro di Belgrado di una pubblicazione sui crimini di Srebrenica rivela, ancora una volta, l’impossibilità di scrivere una storia condivisa dei fatti degli anni ’90. Ne parla Edvard Cucek in un articolo apparso il 5 novembre su Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa.

La Fiera del Libro di Belgrado, giunta ormai alla 64esima edizione, anche quest’anno ha ospitato uno stand gestito direttamente dal governo della Republika Srpska (RS), una delle due entità che costituiscono la Bosnia Erzegovina.

Il padiglione dedicato alla letteratura della RS è stato inaugurato lo scorso 21 ottobre dalla ministra dell’Istruzione e della Cultura della RS Natalija Trivić. La ministra si è rivolta ai presenti dicendo che parla come se fosse a casa propria, sottolineando che all’interno di un popolo non esistono confini soprattutto quando si parla di letteratura e cultura comune.

Tra i vari titoli di opere presenti anticipati in quell’occasione dalla ministra ne è spiccato uno, una di quelle pubblicazione che fanno crollare ogni speranza sul fatto che la storia dei conflitti che negli anni ’90 hanno dilaniato la Jugoslavia possa essere almeno in parte condivisa.

800 pagine di revisionismo

Si tratta di una raccolta di 800 pagine di testi risultato delle “ricerche” di 48 coautori. Il titolo: “Srebrenica – realtà e manipolazioni”. La pubblicazione è stata finanziata dal governo della RS ed ha – utilizzando le parole degli stessi funzionari della RS – tra gli obiettivi quello di “smontare il mito costruito sui crimini fabbricati a Srebrenica”.

La pubblicazione fa seguito ad un convegno tenutosi a Banja Luka nell’aprile di quest’anno, organizzato e sostenuto dall’“Unione degli ufficiali dell’ex esercito dei serbo-bosniaci”, dall’”Università indipendente di Banja Luka” e dall’“Istituto per le ricerche del martirio dei serbi nel ventesimo secolo”.

Nel libro, tradotto anche in inglese, viene apertamente negato il genocidio di Srebrenica, interpretando quanto accaduto a Srebrenica e nei dintorni nel 1995 come un “mito”. Una tesi del resto affermata in diverse occasioni anche dall’ex presidente della stessa RS e oggi membro della Presidenza della Bosnia Erzegovina Milorad Dodik.

Le conclusioni del convegno di Banja Luka

Nelle conclusioni pubblicate a seguito del convegno si può leggere: “Le opinioni pragmatiche dei giudici del Tribunale di Aja sui crimini e le responsabilità dei serbi per quanto accaduto a Srebrenica non devono essere accettate perché sono lontane dalla verità e le sentenze del tribunale non possono essere un ostacolo alla ricerca scientifica al fine di stabilire la verità definitiva”.

Posizione ribadita poi anche nel libro presentato a Belgrado il cui gruppo di autori in modo di fatto unanime si oppone alle sentenze del Tribunale Internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia sostenendo che tutta questa storia non è altro che un’invenzione per incolpare il popolo serbo e i loro governi ed eserciti su entrambe le sponde del fiume Drina. Non si tratterebbe di altro che un complotto di livello internazionale.

Ad esempio, senza addurre alcuna prova se non la propria parola, l’ex ufficiale dell’esercito serbo-bosniaco Nikola Mijatović Miša afferma: “In qualità di membro del Comando dell’Esercito della Republika Srpska presente sul pericolosissimo campo di battaglia intorno a Sarajevo, affermo che nel 90% dei comuni della Republika Srpska non è stato commesso alcun crimine di guerra o stupro. A differenza della Federazione di Bosnia Erzegovina, dove la maggior parte dei mostruosi crimini di guerra sono stati commessi sui territori sotto controllo delle formazioni militari mussulmane”.

Data la presentazione di questa scandalosa pubblicazione alla Fiera del libro di Belgrado non ci si può non chiedere quanto possano essere stati sinceri il Presidente serbo Aleksandar Vučić oppure il membro della Presidenza bosniaco erzegovese Milorad Dodik quando hanno deciso di andare a inchinarsi a Potočari (Srebrenica) davanti alle vittime del genocidio. Era solo una mossa calcolata per compiacere la politica mondiale e per passare come dei politici responsabili? Per poi tornare alle menzogne di quelle tragiche 800 pagine?

 

Marijan Beneš, il poeta dal pugno d’acciaio

Marijan Beneš, il poeta dal pugno d’acciaio
Il 4 settembre 2018 è scomparso il grande pugile jugoslavo Marijan Beneš. Nato a Belgrado e cresciuto a Tuzla, aveva scelto Banja Luka come sua città. Si ripropone un articolo scritto da Edvard Cucek pochi giorni dopo la scomparsa del pugile e poeta (articolo già apparso su Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa il 12/09/2018).

Il 4 settembre, nella “sua amata Banja Luka” si è spento all’età di 67 anni il grande pugile Marijan Beneš. E’ stato uno dei migliori pugili europei e una vera leggenda del pugilato jugoslavo. E’ spirato dopo una lunga malattia, un po’ dimenticato, se non da tutti sicuramente da tanti.

I suoi ultimi giorni in ospedale, come del resto gli anni che li hanno preceduti, da quando era rientrato in Bosnia Erzegovina, sono trascorsi senza il dovuto interesse delle autorità locali e del “Comitato olimpico della Bosnia Erzegovina”. Beneš lascia un vuoto nella città alla quale ha dato tutto e dove ha perso quasi tutto pur senza mai smettere si sentirsene parte anche quando la città ha cambiato il suo volto e lui da cittadino, è stato trattato come straniero.

Non era nemmeno un vero “banjalucanin”. Era infatti nato a Belgrado nel 1951 e fino ai suoi 16 anni ha poi vissuto a Tuzla. La sua carriera inizia nel 1967 quando ancora minorenne finisce nel club di pugilato “Slavija” a Banja Luka. In pochi anni vincerà moltissimo nelle categorie amatoriali, periodo culminato con la vittoria della medaglia d’oro agli europei per amatori nel 1973 a Belgrado.

Nel 1977 passa poi al professionismo e di 39 incontri ne vincerà 32 di cui addirittura 21 con il suo famoso “colpo di martello” che finiva con l’avversario steso definitivamente sul pavimento e con il pubblico in delirio.

Campione europeo

Un evento del lontano 1979 racconta della straordinarietà di questo “ragazzo semplice”. Il 17 marzo di quell’anno si avverò uno dei più grandi desideri di Marijan: combattere per il titolo di campione d’Europa nella propria terra. Non solo in Jugoslavia, ma addirittura a Banja Luka, la città che riteneva sua in tutti i sensi. Lo sfidante era il temibile francese nato in Tunisia Gilbert Cohen. Dal 1974 al 1975 in 25 incontri ne aveva persi solo 4.

L’incontro era organizzato in una sala del complesso sportivo “Borik”. Anche se aveva pochi anni di vita, si temette addirittura per la staticità del edifico. La sala destinata ad ospitare l’evento venne stipata con molte più persone della capienza massima. L’intera città era in stato d’allerta. Dopo pochi secondi dal gong del quarto round su Gilbert Cohen scese una pioggia di colpi precisi e inarrestabili. Il campione francese che difendeva il titolo europeo finì sul pavimento del ring, immobile e con un tentativo di rialzarsi che, a vederlo ancora oggi, fa tenerezza.

Tutt’oggi i testimoni di questo evento straordinario sparsi sull’intero globo si raccontano che la città non ha mai vissuto un’agitazione simile a quel giorno primaverile. Le strade erano deserte. Tutta la città sembrava essersi versata davanti al complesso sportivo e i più fortunati nella sala dell’incontro. I bambini e i vecchi davanti ai televisori.

Dopo la vittoria così spettacolare, che andò oltre ogni ottimistica previsione, la gente portò a braccia il proprio eroe per le vie della città. Fu una festa indimenticabile. Marijan aveva vinto il titolo del campione d’Europa nella propria città, davanti ai concittadini, che lo amavano tantissimo. Ad un passo dal titolo di campione del mondo, nel 1980, dovette rinunciare per gravi problemi ad un occhio. Dopo lo perderà purtroppo. Decise di ritirarsi dal mondo della boxe nel 1983, facendo solo qualche match di esibizione fino agli anni Novanta.

Figlio di un insegnate di musica di origini ceche nato in Vojvodina presso una famiglia cattolica e di un’insegnante originaria della regione della Lika, in Croazia, di famiglia ortodossa Marijan da giovane frequenta la scuola di musica, suona il flauto e il pianoforte e un po’ anche il violino.

Crebbe a Tuzla, città all’epoca multietnica (tante altre città bosniache lo erano) e nella sua infanzia sia l’appartenenza etnica che la religione furono elementi irrilevanti. Lontano da queste questioni si dichiarava da giovane semplicemente “jugoslavo”.

La guerra

Amava la Jugoslavia, i suoi popoli e il Presidente Tito. Con queste convinzioni sentirà addosso tutta la negatività portata dalla guerra degli anni Novanta e dalla pulizia etnica che colpì anche la sua città.

I primo tragico evento che lo colpì personalmente fu la morte del fratello Ivica, attivo nella politica locale e ucciso da estremisti serbi in quanto visto come un pericolo per il nuovo ordine nel quale per i non serbi della città non c’era più posto. Né mandante né esecutore di questo crimine saranno mai scoperti e processati.

Poco dopo Marijan Beneš venne brutalmente aggredito davanti al bar di sua proprietà da un gruppo di cittadini. “Chi è più forte adesso campione?” fu l’ultima cosa che sentì dopo essere caduto a terra, dolente e umiliato laddove solo pochi anni prima era una leggenda vivente. Racconterà tutto il suo dolore per questa aggressione in varie interviste rilasciate negli anni successivi.

Per la sua presunta appartenenza alla religione cattolica veniva considerato croato e quindi Marijan, come tanti altri non serbi di Banja Luka, dovette fuggire temendo per la propria vita. Considerandosi sempre jugoslavo decise di scappare in quello che rimaneva della Jugoslavia, ormai in fase di violenta dissoluzione, e si rifugiò a Belgrado. Una città però che gli fu subito ostile. In quegli anni lui veniva semplicemente identificato come un “ustascia”, un estremista croato, uno qualsiasi, insignificante. Nessuno mostrava alcuna empatia per quello che gli stava accadendo.

Dopo una breve permanenza in Serbia, decise di trasferirsi a Zagabria dove si augurava di trovare un po’ di quiete. Ma anche lì non vi fu una grande accoglienza. Tanti non avevano dimenticato le sue dichiarazioni a favore della Jugoslavia, come quando alla vigilia della guerra lui stesso si dichiarava partigiano rifiutandosi di schierarsi con alcuna delle correnti dei nazionalismi appena risvegliatisi. Deluso di quello che era rimasto di questo paese che amava e che lo amava decise di tornare in Bosnia, a Banja Luka, già nel 1996, a guerra appena terminata.

Gli ultimi anni

La sua vita continuò quasi inosservata. In quegli anni tornò alle sue passioni giovanili: la poesia e suonare, per quanto glielo permettessero le mani in più punti fratturate, ricordo degli anni gloriosi.

Tante proprietà dell’eroe di Banja Luka gli erano state espropriate, il suo appartamento svuotato e danneggiato. In condizioni di salute ormai precarie – con problemi di vista e gravi problemi con le corde vocali, Marijan trova sistemazione sia presso qualche lontano parente che presso amici di vecchia data. In una città la cui popolazione è stata “rinnovata” dalla pulizia etnica riesce almeno a muoversi con un rischio ridotto di essere riconosciuto, in un periodo in cui le tensioni ancora non mancavano. Una vita in incognito.

Passeranno molti anni prima che in città ci si accorgesse che l’eroe viveva nuovamente lì. Marijan Beneš riuscirà a riottenere la proprietà su parte di ciò che gli era stato illegittimamente espropriato. Un giornalista sportivo nel 2004 farà un film documentario “C’era un volta un Campione” che gli permetterà di girare i paesi della ex Jugoslavia e di guadagnare qualcosa per vivere dignitosamente.

Qualche anno dopo, riconoscimento arrivato però troppo tardi, gli sarà concessa la cosiddetta “pensione olimpica”. Un importo irrisorio rispetto a quello che lui aveva dato ai propri concittadini. Dall’inizio degli anni 2000 Marijan ha poi iniziato a pubblicare le sue poesie e uno dei suoi libri, di carattere autobiografico, titola “L’altro lato della medaglia”.

Oltre alla poesia Marijan ha fondato – pur con le modeste risorse a sua disposizione – anche una piccola scuola di pugilato per giovani rom. Non lo hanno mai voluto invece come allenatore nel suo club, lo “Slavija” al quale ha portato una gloria mai più raggiunta.

Nella carriera ha combattuto 299 incontri, 272 volte ha vinto, 16 ha perso e 11 volte ha pareggiato.

Addio campione, spero che la tua città saprà valorizzare almeno adesso quanto sei stato un cittadino modesto, altruista, onesto e tragico.

Fiumi, ponti e barche ‘maledette’

Fiumi, ponti e barche ‘maledette’
La barca dajak (pron. “daiak”),  la gondola del Vrbas tipica della zona di Banja Luka, nel racconto di Edvard Cucek (articolo apparso su atlanteguerre.it il 03/11/2017).

Chi è capitato sulle sponde del fiume Vrbas (uno dei fiumi della Bosnia ed Erzegovina Nord Occidentale, sempre particolari, freddi e veloci, soprattutto se le strade lo hanno portato laddove il fiume attraversa una delle città bosniaco erzegovesi oggi contesa e con un bagaglio di ricordi che dagli anni Novanta in poi la rende famosa ma per niente di buono) sicuramente si è accorto che lungo il fiume verde e vivace navigano barchette strane e particolari e a volte difficili da capire.

Chi naviga sta in piedi e Venezia è molto lontana.
Nelle mani non si vedono né remi né pagaia ma un bastone lungo a volte quattro metri.
Il fiume è largo e c’è spazio anche per il battello, però queste barche sono strette e curiosamente molto basse. Su quella larghezza che non supera un metro, la lunghezza di circa otto metri sembra una cosa sproporzionata.

Questi ‘oggetti’ sfiorano il fiume e quando l’osservatore, turista, ospite o semplice ‘ignorante in materia’ si accorge che la direzione in cui avanzano è in realtà quella contro corrente a qualcuno dati, misure e fatti incomprensibili cominciano ad essere po’ più chiari.

Vi presento “La Barca di Vrbas” e il sempre presente “Daiak”, il bastone che la spinge, frena solo se è nelle mani dei coraggiosi custodi di questa tradizione urbana.
Una delle poche tradizioni rimaste e sopravvissute.

Cosa dice la storia?
La Barca e Daiak convivono sul fiume Vrbas ormai da secoli. Li conoscevano già gli Ottomani quando regnavano tutta la Bosnia. Lì hanno trovato in luogo anche gli Austroungarici quando da conquistatori sono arrivati nel 1878 per sostituire una occupazione plurisecolare con un’altra che durerà molto meno. Uno dei documenti usciti per caso allo scoperto dall’“Archivio della Bosanska krajina” che adesso porta un altro nome, dice che durante i primi anni della occupazione austriaca (nel 1879) in una notte di coprifuoco “alcuni disobbedienti bosgnacchi anche se non si vedevano sulle strade si spostavano da una riva all’altra del fiume sulle loro barche lunghe, silenziose e poco visibili” ( una volta erano coperte di catrame) ignorando gli ordini del Governatore.
Conoscendo la mentalità locale direi che in questo caso la violazione dei divieti imposti non era nemmeno accaduta. “Il Governatore impedisce la circolazione sulle piazze e strade”.

Il genio umano anche nel suo piccolo riesce sempre a sorprenderci.
In lingua turca la parola “dayak” significa il bastone nel contesto generalizzato, non un bastone di lunghezza ormai standard con la punta in acciaio detta “stizza” di una forma specifica e simile alla lettera Y. Nessuno mette in dubbio che il nome odierno del bastone derivi ed è quasi identico alla parola di origine turca. Spesso anche la barca di Vrbas viene chiamata “barca daiak” ma incuriosisce la casualità che le tribù del Borneo, i famosi “cacciatori alle teste” usano le barche simili, più grandi di quelle di cui stiamo parlando, e le spingono con il bastone che tutti conosciamo come popoli “Dayak”.
Torniamo in Bosnia ed Erzegovina.

Se questo paese nel ambito di turismo oggi può offrire qualche cosa di particolare, che non si trova nelle altre città e sugli altri fiumi, io personalmente come uniche due attrazioni vedo i tuffi dal “Ponte vecchio” di Mostar e le gite sulle “Barche di Vrbas” o ancora meglio le gare di queste barchette che sono una vera battaglia navale.

I tuffi dal “Ponte vecchio” sono una attrazione turistica, pubblicizzata bene e che porta a Mostar tante persone. La nostra barca, che vive solo su meno di 20 chilometri dell’intera lunghezza del fiume, è quasi sconosciuta. Non è inserita nella offerta turistica della propria città, la sua produzione non è sostenuta dalle autorità locali, non è mai stata pubblicizzata come dovrebbe essere e rischia di morire per la seconda volta.

La prima volta è stata quasi uccisa negli anni Novanta. Dal 1992 al 1995 delle 50 e 60 barche ne sono sopravvissute soltanto sei. Una di queste salvata da un ragazzo, allora minorenne, strappata dalle mani di un soldato ubriaco che stava per prepararsi la legna d’ardere. Miracolosamente si è salvato, seguito da spari. anche il ragazzo regalandoci queste testimonianze.

Le “barche daiak” finivano slegate e lasciate navigare senza controllo lungo il fiume fino alla Sava, un altro fiume che divide la Croazia dalla Bosnia ed Erzegovina. Era impossibile recuperarle una volta finite qualche decina di chilometri lontano dall’ormeggio. Finivano bruciate anche quando ancora sanissime galleggiavano sull’acqua. Oppure, la cosa che intristisce di più, finivano spaccate e bruciate sui fuochi nelle spiagge ormai deserte mentre intorno cantavano i militari evocando la morte e la vendetta, spesso con qualche animale allo spiedo per rendere l’evento più vivace.

A chi dava così tanto fastidio questo oggetto di inusuale bellezza?
Alcune tradizioni, valori, usanze e peculiarità nella città della “Barca di Vrbas” non sono mai state accettate dai “nuovi cittadini”. Come spesso accade quando il rurale incontra l’urbano nelle aree urbane ci si inserisce ed integra con molte difficoltà. A volte il “nuovo cittadino” non accetta il suo nuovo insediamento. A volte questa diffidenza si riesce a trasmettere anche ai propri figli rendendoli sempre cauti verso le cose sconosciute. Sconosciute ai giovani, nati ormai lontano dall’ambiente rurale di provenienza, soltanto per il fatto che i genitori cercavano nell’infanzia e più avanti di tenerli lontano dalle realtà incompatibili con il loro habitat originario.

 

Dajak
La “barca daiak” sul fiume Vrbas (dal sito klix.ba)

 

Lo si vedeva all’inizio del 20esimo secolo, tra le due Guerre mondiali. Già in quel periodo la barca si stava trasformando da mezzo di trasporto delle merci, utile quando le fangose e strette stradine della città erano sommerse dalla neve, in un oggetto di prestigio, della gioventù che cercava la libertà, ma anche della fascia media benestante che poteva permettersela.

Sfogliando i vecchi album fotografici, guardando le foto dei primi decenni del secolo scorso con dietro le descrizioni, le date e i nomi delle persone fotografate, il tutto ovviamente legato alle giornate trascorse sul fiume, nella barca o accanto a lei, non sfugge all’occhio che ogni gruppo di giovani sorridenti immortalati con lo scatto della magia fotografica rappresenta una piccola Europa, un multiculturalismo “galleggiante”, unico e possibile solo a quell’epoca e in quel logo.

Non c’è una fotografia sul quale i fotografati barcaioli non appartengono ai popoli originariamente lontani tante centinaia di chilometri. Dall’Ucraina all’Italia, dalla Bulgaria alle fredde pianure teutoniche. Tutti senza né pensare né sapere il vero, perché trovatisi a vivere e convivere nelle terre bosniache. Storicamente la “Barca di Vrbas” era custodita dalle famiglie su cui le case erano affacciate: potevano usarla quotidianamente ed era normale vederla trasformarsi da anatroccolo nero, imbrattato di catrame in cigno bianco, slanciato, rivoluzionato, e veloce in modo da diventare un desiderio dei giovani pieni di voglia di essere visti, notati e apprezzati come ragazzi del fiume con il daiak nelle mani.

Il caso vuole che sulle sponde di quel fiume in quell’epoca quelle famiglie erano mussulmane bosniache. L’altro caso vuole che con l’arrivo degli Austriaci ed Ungheresi e, inserendo la Bosnia ed Erzegovina in un nuovo contesto, la composizione della popolazione sia cambiata già dai primi anni dell’amministrazione Austroungarica. Ai nuovi abitanti tra cui tanti imprenditori e industriali arrivati da quelle parti anche con un po’ di spirito avventuriero dai paesi dove rilassarsi remando in qualche barca non era cosa strana, ma soprattutto ai loro figli la nostra “barca daiak” piacerà molto. L’amore a prima vista e le condizioni economiche che molto spesso proprio a loro permettevano di seguire la nuova moda di navigare sul fiume caricando sulla barca soltanto 3-4 amici, oppure qualche bella ragazza borghese. Ormai non la conoscevano diversamente ma soltanto come simbolo della borghesia, gioventù libera che è riuscita a trasformare un oggetto a prima vista semplice e insignificante in un simbolo della propria appartenenza che non si può descrivere utilizzando la chiave etnica e religiosa. Una appartenenza al “viale” più famoso e amato dei loro giorni felici: il loro carissimo fiume Vrbas.

Oggi non sappiamo con certezza se in quel posto ci sono ancora abbastanza giovani entusiasti per salvarla.

Non per niente oggi gli unici che dobbiamo ringraziare perché questo testimone della storia vissuta intorno al fiume verde sono due ragazzi insieme al loro zio, discendenti dei coraggiosi friulani spintisi nelle terre appena lasciate dagli Ottomani per cercare fortuna e successo.

La famiglia Zamolo, originaria di Tavagnacco in provincia di Udine, inizialmente due fratelli Mario ed Antonio, il primo geniale costruttore/innovatore delle barche ed il secondo imbattibile vincitore di tutte le gare delle barche negli anni Sessanta e Settanta e poi i figli di Antonio, scomparso nel 2006, Dario ed Andrej. Sono infatti gli unici rimasti di diverse famiglie che alla produzione e manutenzione di questi gioiellini si dedica con passione e serietà. Gli unici custodi di una tradizione plurisecolare, salvo qualche caso di fabbricazione di poche unità esclusivamente per la proprie famiglie fatte dagli altri e fuori dalla officina degli Zamolo.

Gli unici grazie per i quali oggi abbiamo il Daiak club che insegna ai giovani come avventurarsi nel mondo delle veloci gondole bosniache. Oltre che trasmettere l’amore ed il rispetto per la città che la propria identità, anche quella di oggi in diversi modi mutilata. Gli Zamolo in questa loro battaglia sono abbastanza soli, lasciati ad un incerto destino. Un po’ per l’invidia, un po’ per la solita negligenza del classico uomo “balcanico”, un po’ perché per il momento il fenomeno non porta i soldi nelle tasche degli onnipotenti terrestri della città stessa. Anche se nessuno può negare che l’aspetto delle barche che si vede oggi rispetti gli standard impostati tanti anni fa dal geniale Mario Zamolo, un riconoscimento dovuto a lui e a loro non è mai stato dato.

Se sarà la fine o l’inizio di una riscoperta per adesso è molto difficile indovinare.

“Prijedor grad murala”: inaugurazione del murale vincitore 2019

“Prijedor grad murala”: inaugurazione del murale vincitore 2019

E’ stato inaugurato il 12 ottobre il murale vincitore dell’edizione 2019 del premio “Paola de Manincor”.

Il premio è andato a “What is inside?” (“Šta je unutra?”) dello street artist Andrej Žikić Artez, di Belgrado. All’inaugurazione erano presenti, oltre all’artista, il sindaco Milenko Đaković, Boris Eremić dell’Associazione Artisti di Prijedor (ULUP), Slađana Miljević per LDA-Prijedor, il Presidente Dario Pedrotti con Cristina Bertotti per l’Associazione Progetto Prijedor.

Inaugurazione del murale "Šta je unutra?" di Andrej Žikić Artez
Inaugurazione del murale “Šta je unutra?” di Andrej Žikić Artez

Haludovo: la Monte Carlo oltre Cortina di ferro

Haludovo: la Monte Carlo oltre Cortina di ferro

La parabola di un audace esperimento capitalista, avviato nella Jugoslavia socialista degli anni ’70, raccontata in un articolo di Edvard Cucek apparso su Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa il 18/07/2019.

Nella Jugoslavia socialista quanto di più opulento potesse esprimere la società capitalista è accaduto sull’isola di Krk nei primi anni ’70. L’artefice? Bob Guccione, fondatore ed editore della rivista per adulti Penthouse, che investì 45 milioni di dollari per un complesso che oggi è solo rovine

Palace Hotel Haludovo abbandonato, Malinska - (foto di Tor Lindstrand. CC-BY-SA-2.0, da Wilimedia CC)
Palace Hotel Haludovo abbandonato, Malinska – (foto di Tor Lindstrand. CC-BY-SA-2.0, da Wilimedia CC)

Alla fine degli anni sessanta il fondatore ed editore della rivista per adulti Penthouse (l’unica vera concorrenza dell’epoca a Playboy), il milionario Bob Guccione  , scoprì Malinska sull’isola di Krk (Veglia), allora Jugoslavia. Poco dopo venne a conoscenza di Haludovo, con il suo complesso alberghiero ancora nascente. Inaugurato nel 1971, sulla superficie di quasi 100.000 m2, quest’ultimo era composto da due eccellenze del turismo jugoslavo: l’Hotel Tamaris e il Palace Hotel, che potevano ospitare senza difficoltà 1500 persone.

Pare che proprio durante un suo soggiorno a Malinska prese forma l’idea di avviare lì una nuova avventura. Un po’ per l’incoraggiamento del suo amico Čedo Komljenović – al pubblico jugoslavo conosciuto come direttore della famosa rivista jugoslava di Zagabria “Start” ed al resto del mondo (soprattutto in quello della fotografia erotica) conosciuto come Monty Shadow – e un po’ perché gli affari dei suoi casinò a Londra stavano registrando un notevole calo, si decise per un notevole investimento: Guccione mise sul piatto 45 milioni di dollari per inserire nel neonato complesso di lusso anche il “Penthouse Adriatic Casinò Club”, con 5 stelle a garanzia di un lusso vertiginoso.

Dalla matita del geniale architetto Boris Magaš – autore dello stadio di calcio Poljud  a Spalato e di tanto altro – uscì una vera e propria opera d’arte insuperabile, sia esteticamente sia come contenitore di offerte turistiche inimmaginabili sino ad allora nella tradizione turistica isolana, nata più di mezzo secolo prima. Guccione amava chiamare la sua impresa “ottima ricetta per placare la guerra fredda”: un casinò – e tanto altro – per soddisfare qualsiasi esigenza dei ricchissimi occidentali sul suolo di un paese socialista. In realtà – oltre che per trarne il profitto – si trattò di un progetto che unì la sua voglia di notorietà e il desiderio di realizzare qualcosa che mai si era visto da quella sponda dell’Adriatico.

L’investitore ufficiale fu il colosso industriale “Brodokomerc” di Fiume, il quale formalmente come società statale era il gestore del complesso. Ma era Guccione che in realtà, con l’aiuto del consiglio degli operai (all’epoca inevitabile strumento della cosiddetta autogestione del mondo di lavoro nel sistema socialista) dettava le regole. Motivato dalla ottima collaborazione con la rappresentanza operaia – spesso scherzava che le trattative con loro andavano sempre a buon fine in quanto molto vicini alla sua mentalità siciliana – Guccione si prese l’impegno di investire altri 500.000 dollari in pubblicità sulla sua e altre riviste in Europa ma anche Oltreoceano. Così spesso su più pagine di Penthouse (ciascuna per un costo di 15.000 dollari) apparivano pubblicità del tipo “Resort di un lusso stravagante dall’altra parte della cortina di ferro”.

Impatto ambientale e culturale

Anche se negli anni settanta Malinska e l’intera isola di Krk avevano già una tradizione turistica che datava più di mezzo secolo, l’avvento di Guccione implicò una vera e propria rivoluzione. Una comunità ancora patriarcale, ufficialmente secolarizzata ma nella sua quotidianità molto cattolica, si trovò a dover gestire fenomeni e situazioni completamente sconosciute. Già l’apertura dell’aeroporto di Krk – come aeroporto ufficiale della vicina città costiera di Fiume – aveva cambiato la vita degli isolani e il turismo di massa diventò una novità con tutti i problemi che portava con sé. La presenza di bellezze femminili dell’intero globo invitate da Guccione e battezzate “coccolone” in un paesino fondato da pescatori ne scombussolò gli abitanti.

All’ingresso nel villaggio spesso apparivano pannelli pubblicitari, pari a quelli dell’Europa occidentale, che riportavano donne completamente nude fotografate sulle spiagge locali mentre si tuffavano nel mare cristallino lasciando sulla sabbia costumi da bagno di minime dimensioni. Troppo “osé” per quell’epoca, pur avendo il turismo reso la vita dell’intera comunità molto più agiata. A differenza dai resort di lusso di oggi l’intero complesso di Haludovo, su tutta la superficie pari a 15 stadi da calcio, è inoltre sempre stato senza alcun recinto ed in ogni sua parte accessibile alla gente del posto o ai turisti che soggiornavano altrove. Il lusso – e la rivoluzione culturale – pareva alla portata di tutti.

L’inaugurazione e i primi ospiti famosi

L’inaugurazione nel 1972 aprì una serie di sontuose feste memorabili. Non mancarono i rappresentanti del governo jugoslavo e altri vertici del mondo politico. Ancora oggi non si dimenticano i tempi in cui “scorrevano fiumi di champagne”. Le feste “all’americana” continuarono almeno per un anno, tra hotel, casinò e le “offerte penthouse”. I clienti in una grande hall venivano accolti da ragazze in abiti da cameriere e fin da subito si percepiva lo spirito voluto da Guccione. All’inizio lavoravano 50 ragazze americane, poi raggiunte da altre 20 europee. Ci vollero dei mesi per aver nello staff anche le prime ragazze del posto.

Divenne frequente poter vedere esibirsi per l’intera stagione musicisti britannici ed americani sui palchi degli alberghi. Ed a capo della modernissima cucina venne subito messo uno dei migliori cuochi della ex Jugoslavia, se non il migliore, lo sloveno Ludvig Križanec.

A ricordarsi di tutti i personaggi famosi che soggiornarono ad Haludovo è Zdenko Cerović, arrivato a lavorarvi negli anni ’70 da studente alla reception sino a divenirne direttore, purtroppo l’ultimo. “Qui soggiornò anche Saddam Hussein con uno dei figli in una delle suite più lussuose dell’hotel e mi ricordo quando le cameriere dopo la loro partenza e dopo che ci avevano lasciato una mancia di 1000 dollari, trovarono una pistola tra le lenzuola. Era una situazione delicata e chiamare la polizia non era pensabile. Nessuno voleva scandali diplomatici. Fecero una telefonata dalla direzione all’aeroporto invitando qualcuno della scorta a tornare per verificare se ‘l’orologio’ che il figlio di Saddam aveva dimenticato era effettivamente il suo”, ricorda Cerović in una delle tante interviste rilasciate ai giornali tra le quali una anche a “Novi List”  di Fiume.

Tra gli ospiti vi furono poi Olof Palme – in quegli anni presidente del Partito Socialdemocratico svedese oltre che primo ministro, George Orson Welles – regista, attore, produttore cinematografico statunitense, oltre a tutti gli industriali che all’epoca contavano. E molti ospiti importanti non vennero mai alla luce, esigendo l’anonimato. Già nel 1972, inoltre, diventò operativo il volo diretto tra New York e l’isola di Krk.

Tempi di gloria e rapido tracollo

È stato più lungo il tempo di progettazione e costruzione del complesso che quello del suo splendore. A poco più di un anno dalla clamorosa inaugurazione del “Penthouse Adriatic Casinò Club” cominciò il suo lento ma inesorabile declino. Purtroppo la guerra fredda non aiutò questo business di lusso e spensieratezza e nemmeno Bob Guccione riuscì a placarla. Dopo poco più di un anno di festini e celebrazioni da record il casinò chiuse i battenti. Causa i costi esorbitanti di mantenimento e le leggi sull’azzardo sempre più restrittive nel 1973 l’“Haludovo” fallì. Guccione, dal canto suo, morì negli Usa nel 2010 in difficoltà finanziarie.

Il complesso alberghiero rimase aperto ancora una ventina d’anni e nonostante dalla fine degli anni Settanta e nel decennio successivo fosse diventato la meta preferita della cosiddetta “crvena buržoazija“ (termine utilizzato dagli studenti in Jugoslavia, durante le proteste del 1968, ndr), ovvero la classe diventata benestante grazie alla sua posizione nella gerarchia politica socialista e comunista, non riuscì mai a risollevarsi economicamente. Dopo un periodo di autogestione e diversi passaggi di proprietà negli anni Ottanta, sempre riducendo di più le offerte turistiche, arrivò al limite della chiusura. Poi divenne luogo di accoglienza dell’ondata di profughi provocata dalle guerre jugoslave all’inizio degli anni Novanta e il complesso chiuse definitivamente i battenti.

Tradimento e ultimi giorni del gioiello di Quarnero

È sempre Zdenko Cerović a ricordare il suo primo incontro con un rappresentante di rilievo dell’appena proclamata Repubblica di Croazia nel 1991: “Con un ritardo di due ore rispetto all’appuntamento si presentò all’ingresso del Palace Hotel Janko Vranyczany Dobrinović, nuovo ministro del Turismo. Dopo un tiepido saluto la prima cosa che disse fu ‘Dobbiamo demolire tutto, questo è un obbrobrio comunista'”.

Invece della demolizione arrivò la privatizzazione. L’intero complesso fu venduto nel 2000 al commerciante dei diamanti armeno Are Abramyan e alla sua “Isleta Trading Limited”, con sede a Cipro. Quello fu l’ultimo colpo che porterà alla chiusura, nel 2004, anche di quel poco che era ancora in funzione. Quello stesso anno, paradossalmente, nonostante il numero ingente di prenotazioni, mai registrato dall’inizio della guerra e dalla temporanea chiusura per ospitare i profughi, arrivò l’ordine della proprietà di cancellarle tutte le prenotazioni e chiudere i battenti, ponendo fine a questa straordinaria storia.

L’obiettivo era quello di demolire tutto per partire da zero con la concessione per edificare un nuovo resort, concessione ad oggi mai arrivata. L’ennesima battuta di arresto è avvenuta a novembre 2018  , quando Are Abramyan ha presentato ai cittadini e alla municipalità di Malinska il progetto di risanamento del complesso. Il magnate armeno ha ricevuto un netto rifiuto, perché nel progetto richiedeva che una parte del lungomare gli venisse concesso per uso esclusivo degli ospiti del resort.

“Un tradimento preannunciato – sottolinea Zdenko Cerović in numerose interviste – del resto per questioni ideologiche il nuovo governo dai primi anni Novanta voleva già distruggere tutto”. Oggi Haludovo è in rovina, in attesa che prevalga il buon senso o la demolizione definitiva.

 

 

“Cum grano salis”: Tuzla, città del sale, città disobbediente

“Cum grano salis”: Tuzla, città del sale, città disobbediente

di Edvard Cucek (articolo già apparso su Ossevatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa il 12/12/2018)

Trg Slobode (Foto tratta da tuzlanski.ba)
Trg Slobode (Foto tratta da tuzlanski.ba)

Potrebbe essere un esempio per le altre città bosniaco-erzegovesi e invece rimane un caso “anomalo”, estraneo o quasi alle divisioni etniche e alla spartizione del potere diffusi in quasi tutto il resto del paese.  

La città di Tuzla resiste ancora e continua a rappresentare l’unico posto dove, secondo il sottoscritto, vive ancora la Bosnia multiculturale, tollerante e dal volto umano.

Tuzla, a nord della Bosnia, è stata tra le poche città bosniache, l’unica tra le grandi città, dove nelle prime elezioni democratiche dopo il referendum per l’indipendenza dalla Jugoslavia non vinse nessuno dei tre partiti di forte orientamento nazionalista. A Tuzla vinsero i “Riformisti”, Socialisti riformati guidati dall’allora premier della Jugoslavia Ante Marković.

Solo a Tuzla questo partito ebbe la forza di sconfiggere i richiami delle onde di populismo, promesse dai nazionalismi in avanzata che proponevano le armi e i “diritti al suolo” invece che lavoro e la pace. All’epoca lo guidava Selim Bešlagić, che sarebbe diventato sindaco della città per ben due mandati. Grazie a quest’uomo Tuzla resterà un’oasi di tolleranza, almeno per quanto consentito dalle circostanze e dai vicini fronti di conflitto, per i lunghi 4 anni della sanguinosa guerra bosniaca.

La Tuzla multietnica sopportò anche l’impatto del genocidio di Srebrenica, accogliendo più di 67’000 profughi dalla Bosnia orientale. I risultati e le differenze tra i censimenti del 1991 e quello del 2013 dimostrano che il cambiamento della composizione di popolazione urbana e delle zone limitrofe a Tuzla è molto minore rispetto a tutte le altre città, nonostante l’enorme flusso di profughi provenienti dalle zone devastate lungo il fiume Drina. La città vanta ancora oggi una sostanziosa presenza di minoranze etniche e linguistiche tra le quali quella italiana, in mezzo a cui spicca quella di origine trentina e primierotta. Secondo i risultati del censimento del 2013, gli “altri” (ovvero i cittadini non appartenenti ai 3 popoli costitutivi) a Tuzla sono addirittura 9143. Assieme ai “non dichiarati”, questi rappresentano il 10% sulla popolazione totale, che sfiora i 100 mila abitanti.

La città sulle miniere di sale è riuscita a sopravvivere alla guerra, ma ha dovuto affrontare una seconda sfida a partire dal 1995. Selim Bešlagić sarà confermato primo cittadino anche dopo la guerra e ricoprirà questo incarico fino al 2001. Già nei primi anni 2000 questa municipalità, prima del conflitto molto industrializzata, sembrava sprofondare nell’abisso creatosi dopo la distruzione del tessuto industriale che aveva garantito lavoro e guadagno a gran parte dei suoi cittadini e alle loro famiglie. Destinata al lento declino in quanto “disobbediente”, la città di Tuzla e i suoi abitanti hanno sostenuto per anni il Partito Social Democratico (SDP) e il suo candidato sindaco. Fino ad oggi, la città non si è mai arresa alle promesse dei politici nazionalisti.
Una scelta, questa, che ha portato questo territorio ad essere malvisto dai governi centrali e cantonali, composti quasi sempre dalla maggioranza dei partiti di forte orientamento nazionalista.
Pochi mesi dopo la firma degli accordi di Dayton, una volta fermato il conflitto, i “tuzlazi” hanno capito rapidamente che la loro  città disobbediente e “rossa” sarebbe stata tra le ultime sulla lista degli aiuti internazionali per le ricostruzioni.

Mentre a Sarajevo si ricostruiva e si investiva, mentre la parte della Bosnia governata dai serbo bosniaci si gestiva gli aiuti internazionali e statali scegliendo con cura di organizzare la prosperità del territorio da loro controllato, tutta la zona di Tuzla era completamente e volutamente trascurata

Il sale e le voragini

La vocazione estrattiva di Tuzla nel frattempo ha iniziato a rivelare conseguenze nefaste. Gli edifici, anche nel centro storico, hanno lentamente iniziato a sprofondare nelle voragini che si aprivano a causa degli scavi sotterranei effettuati per l’estrazione del sale. Le conseguenze sulla viabilità sono diventate un problema serio. In seguito agli abbassamenti del terreno, sono crollati gli acquedotti, la rete fognaria e quella di fornitura elettrica. Affrontare questa situazione era un compito pari ad una missione impossibile per il successore sindaco del leggendario Selim Bešlagić.

Il nuovo primo cittadino di Tuzla, Jasmin Imamović, eletto nel 2001 per un mandato che fu il primo dei cinque, l’ultimo confermato nel 2016, era persona con convinzioni antifasciste confermate nei fatti e in tutte le occasioni e dichiarazioni ribadite. Imamović è anche scrittore, e si deve a lui uno dei premi per la letteratura più prestigiosi in tutta la Bosnia ed Erzegovina, il premio letterario “Meša Selimović”.

La sua prima battaglia vinta è stato il salvataggio del nucleo storico della città dagli sprofondamenti causati dall’estrazione di sale. Dopo il crollo dell’esportazione industriale, e venuto meno anche il mercato della ex Jugoslavia, i giganti industriali della lavorazione del sale e dei suoi derivati sono caduti uno dopo l’altro. L’ultimo colpo sarà quello della privatizzazione selvaggia che distruggerà anche quello che gli ex-dipendenti avevano salvato dalle granate e dalle rapine.

Insieme agli sprofondamenti continui, il problema ormai storico della fornitura dell’acqua potabile divenne ancora più grave. Le prime riduzioni giornaliere dell’acqua sono state registrate nel 1931 e, causa l’assestamento del terreno sottostante, il problema non è stato risolto in maniera definitiva nemmeno durante la Jugoslavia socialista. La città rischiava di rimanere a secco nonostante disponesse di risorse idriche ben superiori ai bisogni della popolazione. Il Sindaco Imamović avviò una corsa contro il tempo e, come tra i bosniaci spesso succede, contro tutti per dare finalmente l’acqua potabile ad ogni cittadino in qualsiasi parte della città 24 ore al giorno. E in questo tentativo, molti vedevano un fallimento garantito e la fine del Sindaco- scrittore.

Imamović, il quale per un periodo di 10 giorni diresse i cantieri personalmente, divise la città in piccole zone di fornitura indipendenti dalla rete principale. Il primo passo fu la sostituzione dei tubi di asbesto fatiscenti e superati come soluzione accettabile per la fornitura d’acqua. Il successivo, la costruzione di una vera fabbrica dell’acqua. Grazie agli investimenti, trovati anche personalmente (soprattutto quello del governo ungherese), nel 2006 è entrata in funzione “Cerik”, la fabbrica dell’acqua potabile. La tecnologia avanzata della “Zenon” ungherese, figlia della multinazionale General Electric, che si alimenta del lago di accumulazione artificiale Modrac, ha messo fine alle riduzioni dell’acqua durate quasi più di 70 anni.

Tuzla (foto tratta dal sito di Deutsche Welle)
Tuzla (foto tratta dal sito di Deutsche Welle)

Una volta affrontato il problema dell’acqua potabile, a Tuzla fu avviato il progetto della cosiddetta “Panonika”, già nominata da Selim Bešlagić nel suo libro “Tuzland” del 2000. Nel volume si parla già del lago (poi diventeranno i laghi) salato in centro città. I laghi si riempiono quotidianamente di una miscela filtrata d’acqua fornita dalla già nominata fabbrica dell’acqua e delle acque saline provenienti dai pozzi situati nelle vicinanze del complesso, che contribuiscono alla salinità dell’acqua nei laghi per circa il 30%.

La prima tappa della realizzazione di un complesso balneare fu la creazione di un primo lago salato nel 2003, che ad oggi rimane l’unico esempio di lago salato in Europa. Successivamente, nel 2006, è stata messa in funzione la replica di un insediamento neolitico, corredato da un museo (sojeničko naselje) di case di legno e di paglia costruite su pali alti anche più di 2 metri. Questo tipo di abitazione è caratteristico per la pianura rimasta dopo il prosciugamento dell’antico Mare Pannonico. Nel 2008 fu aperto un altro lago di capienza minore rispetto al precedente, e alla fine nel 2012 le cascate d’acqua salata e l’ultimo dei tre laghi, il più piccolo ma anche esso pronto ad ospitare circa 2500 bagnanti al giorno. La superficie totale dei laghi è di 75 000 metri quadrati di cui solo le spiagge di ghiaia coprono 22 000 metri quadrati. I laghi salati della “Pannonica” oggi possono ospitare 17 000 persone al giorno.

Laghi salati

Dal 2003 al 2017 sono stati venduti più 4 milioni di biglietti d’ingresso. I giornalisti stranieri nella scoperta di questo fenomeno continentale spesso fanno il paragone tra la famosissima via principale conosciuta come “Stradun” a Dubrovnik con il centro storico di Tuzla nei mesi di picco della stagione estiva. La Società per azioni “Pannonica” oggi impiega 150 persone, senza calcolare gli aumenti della richiesta del personale in tutte le strutture di contorno che offrono servizi per un soggiorno piacevole e sicuro.

L’aeroporto di Tuzla, convertito nel 1998 da aeroporto militare in aeroporto civile, è al primo posto di voli venduti ormai da qualche anno in tutta la Bosnia e l’anno scorso ha registrato un record, 32% in più rispetto alle previsioni, per un numero di 535 000 biglietti venduti. Grazie alla compagnia low cost ungherese “Wizz Air”, l’aeroporto di Tuzla sta diventando lo snodo principale tra Zagabria e Belgrado.

La culla delle proteste del 2014

Tuzla può vantare anche il fatto che i suoi cittadini nei primi giorni di febbraio del 2014 diedero inizio alle prime serie proteste sociali poi allargatesi sul territorio dello Stato intero. Le proteste iniziarono e finirono a Tuzla ed erano dimostrazione di un profondo disagio e di sfiducia nei confronti della classe politica e dirigente che dopo le distruzioni di guerra, dalle quali questa zona era parzialmente risparmiata, era riuscita a distruggere ogni aspettativa di ripresa in un contesto altamente industrializzato che dava almeno uno spiraglio di speranza di recupero della produzione.  L’unica città dove i cittadini non si sono fermati finché il governatore del Cantone di Tuzla Sead Čaušević non rassegnò le dimissioni.

L’unica città bosniaca dove la polizia, dopo che per diversi giorni dal 05.02 al 08.02 del 2014 difese la sede del governo del Cantone di Tuzla, decise di abbassare le armi e di solidarizzarsi con i cittadini che protestavano. Dopo quel gesto i loro concittadini li accolsero con abbracci e applausi.

Credo che le svolte come questa siano se non uniche allora sicuramente rarissime non soltanto nel sud est dell’Europa ma anche nel resto del mondo.

Proteste a Tuzla nel 2014, filmato Youtube

Sarà dovuto proprio a queste proteste, alle dimissioni del governatore Čaušević, allo spirito di una città che nutre ancora i valori di antifascismo e dei diritti della classe operaia, però già nel 2015 le ex dipendenti, le donne della fabbrica dei detersivi Dita Tuzla, hanno riavviato la produzione dopo un lungo periodo di fermo assoluto. Un’esperienza che ricorda in qualche modo il modello di autogestione socialista. Le operaie presero in mano l’intera gestione delle fasi di produzione, con l’obiettivo finale di rilanciare sul mercato alcuni prodotti, pur in quantità limitata ma di nicchia, e per i quali il governo sia cantonale che centrale promise di dare gli spazi agevolati per le vendite. Le operaie si occupavano anche della catena di distribuzione.

Tuzla e libertà

Senza dubbio, Tuzla è sempre stata una città particolare. Qualche decennio fa era conosciuta come “slobodarska Tuzla”. Tradotto non sarebbe proprio “Tuzla libera” ma di più una città che ama e crea la libertà. Semplicemente due cose che vanno insieme una accanto ad altra. Tuzla e libertà!

Il 2 ottobre del 1943, Tuzla diventò il più vasto territorio libero dai nazifascisti nella Germania di Hitler. La prima vittoria di una importanza strategica fino ad allora mai ottenuta, e tutt’oggi i suoi cittadini amano sottolineare questo fatto.

Nonostante abbiano avuto la fortuna di avere due umanisti e visionari come sindaci, i cittadini di Tuzla non conoscono tregua. Il primo dei due sindaci è riuscito a salvaguardare il carattere multietnico della città nonostante gli attacchi da parte delle forze dei serbo bosniaci e diversi piani per ostacolare la sua resistenza realizzati anche in regia delle forze armate dei croato bosniaci. Il leggendario Selim Bešlagić ha evitato in tutti i modi di permettere gli accanimenti contro le minoranze civili ma anche contro quelli capaci di combattere e non arruolati nella “Armija BiH”, armata della Bosnia ed Erzegovina. Sulla lunga lista di riconoscimenti internazionali nell’ambito dei diritti umani ce n’è una che personalmente mi colpisce molto: il fatto che Selim Bešlagić sia il fondatore delle “Olimpiadi speciali bosniache”, una specie di giochi paraolimpici per le persona colpite dalle malattie mentali. Una cosa lodevole che rende questa persona veramente ammirabile e speciale.

Il secondo sindaco, Imamović, ha voluto e ha saputo portare avanti quanto iniziato dal suo predecessore. Con la fondazione del Festival Internazionale della letteratura nominato “Cum grano salis”, il Sindaco Jasmin Imamović ha già dato un po’ di speranza ad una società che si sta deteriorando ogni giorno di più. Non si può che essere d’accordo con la sua iniziativa, se si pensa che questi tempi non richiedono altro che un pizzico di buon senso.  Sempre lui come promotore di un miracolo turistico. Promotore di una nuova sorte di turismo continentale che ogni estate attrae un numero dei turisti della Serbia, Croazia, Ungheria, Slovenia bensì quelli bosniaci quattro volte superiore al numero degli abitanti.

Sempre Imamović ha osato dire che l’esistenza dei Cantoni stessi, le unità amministrative in cui è stata suddivisa la parte dello Stato bosniaco conosciuta come Federazione della Bosnia ed Erzegovina, sarebbe da rivedere visti gli enormi costi di un apparato burocratico inefficiente, spesso corrotto che l’economia di questo paese non si può più permettere.

Anche lui sulla lunga lista dei riconoscimenti e premi internazionali sarà ricordato come quadruplo vincitore del riconoscimento “Beacon” per il celere sviluppo economico e turismo e per l’efficacia energetica raggiunta dalla città durante la sua amministrazione. Sarà ricordato, anche questo non è un fenomeno molto diffuso, come premiato dal “Associazione delle città multietniche del sud est Europa” per il contributo straordinario alla divulgazione della multiculturalità nel sud est Europa. Diverse volte è stato nominato come personaggio dell’anno in Bosnia ed Erzegovina.

L’autostrada della pace mancata

Pur ammettendo che la città di Tuzla rappresenta un’anomalia, nel senso positivo del termine, non si può pensare che tutte le battaglie sono ormai state combattute e vinte. L’anno 2017 ha messi i cittadini di Tuzla davanti ad un’altra incognito.

L’attuale progetto dell’autostrada Sarajevo- Belgrado, tanto nominata e tra i bosniaci conosciuta come “Autostrada della Pace”, potrebbe infatti deviare il passaggio dal Cantone di Tuzla, aggirando la città stessa ed escludendola così dai benefici derivanti dalla nuova infrastruttura.

Un danno significativo, se si pensa che solo dal Cantone di Tuzla, senza considerare il resto della regione, le esportazioni verso la Serbia nel 2016 erano pari a 76 milioni di euro.

La soluzione del cosiddetto Y, che tutela gli interessi di Tuzla, risulta sconveniente al governo di Sarajevo. Si spinge invece la variante che da Sarajevo porterebbe a Višegrad per collegare il Sangiaccato in Serbia con la capitale della Serbia. Quasi tutto il percorso sarebbe realizzato sul territorio della RS. L’autostrada della Pace, secondo il governo della Federazione di BiH, così attraverserebbe un territorio con poche migliaia di persone per permettere un collegamento unico dalla Erzegovina del sud attraverso la capitale serba passando per il Sangiaccato e arrivando alla capitale bosniaca.

Alla fine di questo percorso, il collegamento autostradale lascerebbe tutta la parte della Bosnia nord occidentale che ancora produce e consuma completamente fuori. Pare incomprensibile sentirlo dai partiti e politici di un certo orientamento che li unisce nel parlare di Bosnia unità e centralizzata. Un altro prezzo che i “tuzlazi” potrebbero pagare per la loro non appartenenza etnica. Spero vivamente che vincerà quel “cum grano” di buon senso e ragionevolezza.

Auspico tanta forza e fortuna a questi guerrieri anche nei tempi di pace ricordando l’episodio più doloroso e vergognoso che hanno saputo vivere in dolore ma dignitosamente.

Il 25 maggio del 1995 dalle posizioni dell’esercito serbo bosniaco sul monte Ozren furono sparate diverse granate su una folla di giovani usciti fuori proprio in quel giorno che ricordiamo come “Festa della gioventù”. In quella data, scelta anche dal Presidente jugoslavo Tito per festeggiare il proprio compleanno, le bombe bruciarono 71 giovanissime vite. I feriti furono quasi 150. Quel pomeriggio resta impresso nella nostra memoria come “strage di Tuzlanska kapija” (Portico di Tuzla). La città di Tuzla era stata dichiarata “zona protetta” dalle Nazioni Unite dal 1993.

Quegli innocenti, morti forse sorridendo, sono stati sepolti insieme nel complesso memoriale Slana Banja. La decisione presa da tutti i genitori appartenenti a diversi gruppi etnici e appoggiata dal loro Sindaco che si è opposto personalmente ai tentativi delle rappresentanze religiose di ostacolare questo gesto insolito e nobile.

Invito a eventi Guerra – Pace, Muri – Ponti e Diritti Umani

Invito a eventi Guerra – Pace, Muri – Ponti e Diritti Umani

L’Associazione Progetto Prijedor ed il suo Presidente Dario Pedrotti vi invitano a questi interessanti eventi:

mercoledì 23.10.2019  ore 20.30

Muri: non servono le pietre – presentazione della 9^ edizione dell’“Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo”

relatore: Raffaele Crocco -giornalista RAI di Trento
sala A. Perini – Centro Civico Mattarello

mercoledì 30.10.2019 ore 20.30

Essere pietre vive, che costruiscono ponti e non muri

relatore: don Paul Renner – Teologo
introduzione di massimiliano pilati – presidente forum trentino per la pace
sala A. Perini – Centro Civico Mattarello

venerdì 15.11.2019 ore 20.30

FILM: il prigioniero coreano
regia: Kim Ki-Duk
presso Cinema Mattarello – via G. Poli 7

eventi sono organizzati da: associazione Progetto Prijedor, Fondo Progetti di Solidarietà, Circolo Acli,  Docenti senza Frontiere, Gruppo Missionario, Forum Trentino per la Pace e i Diritti

Clicca sull’immagine QUI sotto, sull’immagine, per scaricare la locandina

locandina

La resa dei conti di un passato disumano

La resa dei conti di un passato disumano

Lo Stato di Bosnia ed Erzegovina in futuro dovrà risarcire le donne vittime degli stupri sessuali subiti durante la guerra dal 1992 al 1995

di Edvard Cucek (articolo già apparso su atlanteguerre.it  il 30/09/2019)

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Il caso è partito e potrebbe diventare “Il Precedente” dopo che una donna bosniaca stuprata nel 1993 nei dintorni di Sarajevo da un soldato serbo bosniaco, di cui l’identità è stata accertata, si è rivolta all’Onu. Dopo aver fatto il ricorso contro la decisione precedente del tribunale la vittima ha ottenuto il diritto di essere risarcita. Non potendo riscuotere la somma di denaro pari ai 15.000 euro direttamente dalla persona colpevole (il criminale risulta nullatenente) la decisione dell’apposito Comitato contro le torture delle Nazione Unite, ancora ufficiosa, è di obbligare lo Stato a risarcire i propri cittadini-vittime per poi “regolare i conti” con chi ha commesso il crimine o altro. Inoltre il Comitato dell’ONU contro le torture ha intenzione di stabilire un piano grazie al quale lo Stato bosniaco sarà invitato oltre a risarcire le donne violentate anche a offrire loro adeguati sostegni psicologici e le cure mediche laddove necessario. Proprio come prevede la Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (RS 0.105) adottata nell’Assemblea generale Onu il 10 dicembre del 1984.

Lo stesso Comitato respinge in modo ferreo qualsiasi voce sulla possibilità della prescrizione di questi crimini come un ostacolo insuperabile per restituire alle vittime la loro dignità. E come strumento per aiutare tutte le donne che in futuro vorranno rivolgersi alle istituzioni si è già offerta la Ong “Trial International” la quale ha già sostenuto il primo caso ed è grazie a loro che se la causa è andata così lontano. «Consideriamo questa decisione rivoluzionaria, non solo per la Bosnia, ma anche a livello globale perché l’Onu ha preso una decisione di grande portata sulla denuncia di una vittima di violenza sessuale», ha detto al giornale WEB “Faktor” Adrijana Hanušić Bećirović, consulente legale di questa organizzazione non profit che si batte contro l’impunità in ambito internazionale.

La ministra dei diritti umani e dei rifugiati della Bosnia Saliha Djuderija ritiene che i casi delle violenze sessuali in Bosnia ed Erzegovina degli anni Novanta potrebbero essere anche 20.000. Pur ribadendo che questi crimini erano stati commessi da soldati di tutte le appartenenze, la sistematicità di usare le donne inermi come degli “strumenti di guerra” risulta evidente soprattutto quando si tratta, come p stato accertato, soprattutto delle formazioni militari serbo bosniache, con le quali si è arrivati a numeri elevatissimi. Questo argomento scottante, una volta messo in evidenza, farà in modo che lo Stato debba affrontare anche i figli nati dopo gli stupri e le violenze sessuali. Anche loro invisibili e ignorati, fascia debole di cui ogni società normale dovrebbe occuparsi con la dovuta attenzione.

Le associazioni che da anni cercano di aiutare queste donne, “sacrificate in guerra e in pace”, ingiustamente inascoltate per troppo tempo, auspicano una svolta rivoluzionaria. Di fronte a un numero di richieste di risarcimento in termini di denaro, difficile da dire però sicuramente alto, lo Stato bosniaco potrebbe impegnarsi di più nel trovare, processare e condannare i colpevoli ancora vivi e liberi ma che non vengono toccati “per non rovinare gli scarsi equilibri di stabilità della convivenza interetnica”. Anche se questi sono spesso dettati dalla politica dei partiti con prefisso nazionalista. In poche parole una volta arrivati ai “piccoli” esecutori spesso si arriva ai mandanti che ancora oggi ricoprono ruoli politici importanti a volte anche nella diplomazia internazionale.

In copertina: Foto di  Yang Jing su Unsplash. Nel testo la ministra Saliha Djuderija