Bosnia Erzegovina

Quell’11 luglio a Srebrenica

Quell’11 luglio a Srebrenica
Edvard Cucek ricorda la tragedia di Srebrenica, nel 25° anniversario, in un articolo già apparso su atlanteguerre.it (clicca QUI per leggere l’originale).
Memoriale di Potočari, lista di nomi delle vittime (tratto da Wikimedia Commons, di Michael Büker)
Memoriale di Potočari, lista di nomi delle vittime (tratto da Wikimedia Commons, di Michael Büker, come la foto in home page)

L’11 luglio  il mondo ricorda i 25 anni dal genocidio di Srebrenica. Per alcuni genocidio, per altri uno sterminio di massa, per alcuni addirittura un fatto mai accaduto. In realtà, i due termini, di cui il primo è molto più grave di secondo, non cambiano minimamente le circostanze nelle quali accadde il tutto e nemmeno il numero delle vittime. L’episodio è avvenuto nella zona protetta dalle Nazioni Unite e dai loro caschi blu.  Come negli anni precedenti a Srebrenica si riverseranno le solite più o meno 20mila persone. L’umanità si recherà in quel luogo per ricordare un episodio di cui naturalmente dovrebbe vergognarsi. Quella cittadina, fondata sulla antica Argentium romana dai minatori sassoni arrivati in Bosnia nel quattordicesimo secolo al seguito degli inviti dei Re bosniaci Stjepan Kotromanić e Tvrtko è diventata nel tempo importante per l’intero regno e per le aree circostanti grazie ai commercianti ragusei (della Dubrovnik odierna). Proprio lì infatti fondarono la loro colonia, rimasta attiva fino alla caduta del regno bosniaco sotto gli Ottomani.

Quest’anno dovrebbero essere seppelliti altri 11 resti umani identificati portando il numero finale delle lapidi da 6482 del 2019 a 6493. Altri 37 resti sono in attesa dell’autorizzazione dei famigliari nel “Centro di identificazione Podrinje”. Ne restano ancora altri 99 da identificare nel “Centro commemorativo a Tuzla”. E poi…?
Il giorno 11 luglio 2020 durerà le sue 24 ore. I venditori delle magliette con su scritto il numero delle vittime, disgustosa idea commerciale da proibire, faranno gli affari. Si venderanno le tonnellate di ćevapi e altri cibi del tradizionale “street food bosniaco” per sfamare le migliaia di pellegrini e curiosi che verranno a Srebrenica per la prima volta. La vita tornerà quella che conoscono bene gli abitanti di una volta ricca e nel mondo conosciuta Srebrenica. Conosciuta molto prima che si sapesse di Zagabria con quel nome, prima che la Sarajevo di oggi fosse fondata. Si tornerà alla vita che interessa poco ai politici e tanti altri che si presentano lì solo in quel giorno per essere visti. Loro ed il “loro dolore”.

Non saranno loro, nonostante l’ennesima promessa, a fare qualcosa per cambiare la vita dei sopravvissuti, rientrati, vivi e propensi a crescere lì i loro figli, se solo potessero contare su un briciolo di sostegno. In quella giornata verranno pronunciate le banalità di sempre, confezionate a seconda dei tempi che corrono e dette “solennemente” da qualche nuovo funzionario politico, di solito bosgnacco (musulmano) e possibilmente unitarista, con le promesse di un futuro se non d’oro allora almeno d’argento per i suoi connazionali sofferenti.
Pochi penseranno di offrire qualche posto di lavoro, di costruire qualche asilo nido, scuole, di ripristinare le strade, gli acquedotti, la rete elettrica e rendere la vita ai “sopravvissuti” dignitosa e sopportabile.

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In quella stessa giornata, oltre il fiume Drina, come ogni anno, i negazionisti e le autorità della vicina Serbia, sempre solidali con i fratelli serbo bosniaci, suonando su tutte le campane inviteranno il mondo a riflettere e respingere una volta per sempre “tutta questa messa in scena” con i numeri gonfiati e falsi. Nonostante tutti gli scenari ormai standardizzati nel corso degli anni, la differenza tra i 36.666 abitanti di Srebrenica come da censimento del 1991 e quei 13.409 del censimento del 2013, ovvero 23 257 anime in meno, alle quali vanno aggiunti quelli perennemente disoccupati che nel frattempo hanno dovuto andar via oppure sono tornati solo “sulla carta”, non sarà ridotta di una cifra.

La giornata di vero dolore di coloro che vengono a piangere i propri cari e a cui la vita è stata stravolta per sempre, ma anche quella d’occasione per i vari opportunisti della politica attuale in cerca di visibilità, sarà il giorno successivo rimpiazzata dalla grigia quotidianità di coloro che oramai raramente pronunciano la parola speranza.
Tutti gli occhi che guardano Srebrenica anche in novembre quando è piena di fango o in gennaio, quando il manto della neve bosniaca copre completamente le lapidi e le disastrose strade cittadine in modo da rendere il tutto armonioso, resteranno da soli fino al prossimo 11 luglio. A riflettori e microfoni spenti. Andrà avanti così. Fino al giorno, se il trend dovesse continuare, in cui in un luglio fra vent’anni gli unici abitanti con residenza fissa, in quella cittadina con una storia ricca e sofferta, saranno solo le vittime sepolte nel memoriale di Potočari. Soltanto perché da lì, da sole, non potranno mai andare da nessun’altra parte.

 

Darko Cvijetić- Lo scrittore e il suo romanzo “sott’accusa”

Darko Cvijetić- Lo scrittore e il suo romanzo “sott’accusa”
Il libro di un poeta e scrittore di Prijedor, Darko Cvijetić, solleva polemiche sulle vicende tragiche che negli anni ’90 hanno colpito la città.  Dello scrittore, della sua ultima opera e delle ferite ancora aperte di Prijedor ci parla Edvard Cucek in un articolo già apparso su Osservatorio Balcani e Caucaso il 23/04/2020 (clicca qui per vedere l’articolo).

Cvijetic e il suo libro Schindlerov lift, tratto dal sito dell'editore Prometej
Cvijetic e il suo libro Schindlerov lift, tratto dal sito prometej.ba

(immagine in homepage tratta dal sito hiperboreja.blogspot.com)

Darko Cvijetić è uno scrittore di prosa e poesia. Drammaturgo, attore e regista bosniaco nato il 11.01. 1968 a Rudnik –Ljubija nei pressi della città Prijedor (Bosnia ed Erzegovina). Anche se la sua carriera effettivamente ebbe inizio ancora prima degli eventi che segneranno la sua città di Prijedor in modo tragico e indelebile lui nel mondo della letteratura sarà “scoperto” soltanto nei primi anni duemila con la raccolta  dei brevi racconti di nome “Manifest Mlade Bosne” (Manifesto di Mlada Bosna) –Prometej – Novi Sad.

Che scrivere di qualsiasi tema riguardante quanto accaduto nei primi anni novanta sul territorio di Prijedor è un lavoro non appagante, spesso anche pericoloso, negli anni precedenti è stato più volte ribadito e diversi giornalisti né sanno qualcosa.

Tra gli altri ci sono anche questi temi che nelle poesie e racconti di questo autore molto insolito ci vengono riproposti. Quanto questa sua scelta gli rende la vita non invidiabile, essendo ancora residente nella sua città natale e non appartenendo nominalmente alla etnia di maggioranza (da quelle parti serbo bosniaca), non sarà una grande scoperta. A parte questa routine, del lavoro ad alto rischio, il suo ultimo romanzo di prosa intitolato “Schindelrov lift” (L’ascensore di Schindler) pare stia diventando un problema oltre agli scontri quotidiani dei nazionalismi locali sempre impegnati nel identificare le vittime e dimenticare i carnefici tra le proprie fila e viceversa quando si tratta degli atri.

Secondo quanto pubblicato recentemente sul sito di un’altro scrittore bosniaco, ormai di fama mondiale Miljenko Jergović, con il titolo significativo “Lift koji optužuje pisca” ( L’ascensore che denuncia lo scrittore)  risulta che il nome, scelto dallo stesso autore  Darko Cvijetić, per il suo ultimo libro  che ha già suscitato molto interesse e ha raccolto molte critiche positive, potrebbe portarlo in tribunale.

L’autore

Prima di arrivare al caso in fase di diventare vicenda giudiziaria vorrei dedicare qualche riga in più a favore di Darko Cvijetić.

Anche se a tanti può sembrare il fatto irrilevante io vorrei esprimere la mia piena ammirazione di fronte a quest’uomo che dedica così tanto alle vittime innocenti di Prijedor. Non si stanca, richiamando in certo senso, la popolazione a ripensarci, accettare e elaborare i fatti del conflitto in modo onesto e umano. Non accusa ma chiede la catarsi. Per poter vivere di nuovo e per togliere l’enorme peso di negazionismo dalle future generazioni. E’ vero. Ci sono anche gli altri, tra cui si “impone” il nome di ormai famoso Miljenko Jergović, ma Cvijetić è uno dei pochissimi che agisce dal suo indirizzo storico. Jergović non è mai tornato realmente in Bosnia e a Sarajevo. Nei loghi dai quali partono tutte le sue storie di successo mondiale. Invece, Darko Cvijetić vive ancora a Prijedor, nello stesso edifico, in stesso appartamento ed è così audace di scrivere le poesie, romanzi e le sceneggiature per gli spettacoli teatrali, tradotti spesso nelle lingue più parlate al mondo, e dedicati alle vittime della minoranza odierna di Prijedor.

Oggi il suo pubblico lo conosce soprattutto come autore di poesia. La sua poesia del dopoguerra è caratterizzata da alcuni argomenti di cui scrive, a volte sembra quasi ossessivamente. Lascia volutamente che tutte le vergogne umane che hanno avuto luogo nella sua città natale diventino la cifra della sua testimonianza artistica e umana. Anche se non perde l’occasione di affermare di non credere che la poesia abbia alcun potere di fronte agli orrori dei stermini di massa non smette di scrivere molto spesso dei temi in cui il lettore senza dubbio riconosce la recente tragedia. I campi di concentramento di Prijedor, uccisioni dei civili o fosse comuni che custodiscono i segreti dei crimini di cui non si vuole parlare. Insomma, Cvijetić non smette di toccare i punti dolenti, evitando di nominare le persone e i luoghi però lasciandoci disarmati di fronde alle evidenze difficili da non vedere e da non sentire. Riesce ad arrivare anche al teatro, come regista e drammaturgo e non si defila nemmeno quando c’è da mettere i piedi sul palco.

“Da solo contro tutti”; si direbbe.

Schindlerov lift

Mi sembra dovuto dire che con il romanzo “Schindlerov Lift” pubblicato da Buybook nel 2018, non ha minimamente tradito le proprie scelte di raccontarsi come essere umano e come artista. Nel libro di appena 90 pagine, con un secolo raccontato dentro però, Cvijetić ha raccolto le storie di un grattacielo rosso di Prijedor dove si è trasferito nel 1974 e ancora ci vive. Lì ha assistito a quasi tutto. Dai matrimoni e battesimi alle feste religiose e quelle statali. Amori, litigi e funerali per arrivare alla fine a vedere delle brutali uccisioni. I vicini che ammazzavano i primi vicini.  Una volta testimoni di nozze, compagni di squadre sportive, amici ai quali si giurava la fedeltà fino alla morte. Tante volte era proprio “la fedeltà fino alla morte”.

Come da lui detto in una delle occasioni; “le storie che ho scritto in 23 giorni le ho già 23 anni in gola”.

Con quale idea esatta e quanto Cvijetić ha “sfruttato” il potenziale simbolico dello straordinario capolavoro cinematografico di Steven Spielberg “Schindler’s List” (La lista di Schindler) dando al suo ascensore lo stesso nome metaforico, sarà il futuro a giudicare. Se qualcuno ha pensato che nel grattacielo di Cvijetić l’ascensore fosse stato realmente prodotto dalla azienda “Schindler” si sbaglia.  Quell’ascensore, ormai incriminato, è stato prodotto da un’azienda belgradase David Pajić – DAKA.  L’autore non nasconde che il titolo gli è stato suggerito da Selvedin Avdić, uno scrittore bosniaco di Zenica e che l’eventuale scelta di intitolare il libro “L’ascensore di David” oggi potrebbe dare fastidio a qualcuno. A prescindere dal titolo del romanzo e dalla scelta di “ribattezzare” l’ascensore come un prodotto della “Schindler”, tutta la tragedia raccontata nel libro gira in realtà intorno a lui e ad un episodio accaduto proprio nell’ascensore in cui perse la vita una bambina, Stojanka Kobas, in modo dei più orribili che possiamo immaginare. La bambina e la sua famiglia si era appena trasferita in uno dei appartamenti dell’edificio. La corrente elettrica in quella stagione mancava anche per diversi giorni e poi ritornava improvvisamente e per poco. La bambina si era abituata a giocare nell’ascensore di cui la porta spesso rimaneva aperta. Quel giorno la corrente tornò all’improvviso. Per un’ora o due. Qualcuno chiamò l’ascensore. Mentre la bambina spintasi fuori attraverso l’apertura della porta chiamava le amiche l’ascensore si avviò.

Era la primavera del 1992.  Pochi giorni prima che a Prijedor si scatenasse il putiferio infernale la tragica fine di una vita di soli sei anni innocente fino ai cieli restò dimenticata. Già il giorno dopo cancellata da altri eventi più grandi e più gravi.

Cvijetić attraverso questo edifico, scherzosamente chiamato da un postino molto prima della guerra “paesino verticale”, racconta prima di tutto la Jugoslavia e tutti i suoi paesini e borghi verticali (etnicamente puliti non esistevano) che da luoghi di convivenza e tolleranza sono diventati le scene dei crimini inspiegabili. Lo racconta anche in una delle interviste rilasciate a portal novosti.

Pur avendo raccolto le critiche molto positive, un premio letterario “Fric” (Fritz, il soprannome dello scrittore croato Miroslav Krleža), tante recensioni che lo mettono a fianco dei scrittori molto più grandi e coraggiosi nella lotta di raccontare il passato recente a tutti e onestamente, quanto raccontato nel romanzo “Schindlerov Lift”, tanti credevano fosse finzione. Soprattutto la parte che racconta la tragica morte della piccola Stojanka. Dovette stesso Cvijetić ribadirne la veridicità in un’intervista aggiungendo un dettaglio agghiacciante.

Cvijetić raccontò che dopo aver terminato di scrivere il romanzo si mise a cercare qualcuno dei familiari della piccola vittima. Trovò la sua madre in un villaggio a vivere nelle condizioni della estrema povertà.  Dopo essersi accertato della sua identità le fece una domanda la cui risposta fu straziante, distruttiva fino ad essere difficilmente spiegabile soltanto come una fatale coincidenza.  Chiese alla signora che cosa sapesse della tragedia a lui ancora sconosciuto. La madre gli rispose che a chiamare l’ascensore fu un certo signore del nono piano che l’autore crede di conoscere.

Concludo la storia con la notizia accennata all’inizio. Secondo quanto pubblicato sul sito dello scrittore Miljenko Jergović in data 25 .03 2020, basato sulla lettera inviatagli dallo stesso Darko Cvijetić qualche giorno prima, all’indirizzo dell’editore di libro in Germania e all’indirizzo dell’abitazione del autore è arrivata la lettera, anzi diversi documenti in lingua tedesca, di carattere abbastanza minaccioso. Nella lettera scritta dal team degli avvocati della azienda svizzera “Schindler” che produce gli ascensori, datata poco dopo dell’intervista di Cvijetić rilasciata alla testata giornalistica tedesca “Spiegel” si precisa che i loro prodotti, di nicchia nel settore, non sono delle ghigliottine e che non hanno niente a che fare con L’Olocausto o la guerra in Bosnia e Erzegovina.  Per il momento i rappresentanti legali della rinomata azienda svizzera dall’autore e dall’editore chiedono “spiegazioni valide” sul fatto di aver scelto il nome del loro prodotto come titolo del romanzo prima di un possibile epilogo giudiziario. Il suddetto romanzo in lingua tedesca non è ancora disponibile sul mercato.

Speriamo abbiano letto il romanzo prima di avviare questo intervento macchinoso”, concordano Cvijetić e Jergović nel loro commento.

Padre e figlio: Leonardo e Bruno Bancher, due figure della storia del Trentino e della Bosnia

Padre e figlio: Leonardo e Bruno Bancher, due figure della storia del Trentino e della Bosnia
Dal Trentino alla Bosnia: due destini tragici, accomunati dal desiderio di giustizia e dal coraggio di scendere in campo, a costo della vita (articolo di Edvard Cucek in collaborazione con Alice Sommavilla, gia apparso su Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa il 9 aprile 2020, clicca qui per leggere l’orginale, foto tratte dal sito OBCT)

È stato il semplice sfogliare un libro regalatomi dall’amico e coautore Tihomir Knežiček a suscitare il mio interesse per la famiglia Bancher. Per raccontare la storia completa di questa famiglia straordinaria ci vorrebbe molto più spazio e di certo la mano di qualcuno all’altezza del compito. A questo modesto tentativo di raccontare i Bancher dovrebbero seguirne molti altri. Il Trentino dovrebbe sapere quanti suoi «figli» si sono avventurati per il mondo, arricchendolo di idee nobili e gesta eroiche.

Secondo il mio modesto punto di vista sono Leonardo Bancher e il figlio Bruno a meritare di essere ricordati nella storia trentina e bosniaca ed è per questo che mi appresto, pur azzardandomi un po’, a proporre al pubblico italiano, specialmente quello trentino, quanto già descritto nella monografia «Stoljeće Italijana u Tuzli» (Secolo degli Italiani a Tuzla), cercando di offrire qualche dettaglio in più proveniente da altre fonti attendibili. Una storia che inizia a Siror nel Primiero e finisce su un ponte a Sevran nella Parigi occupata dai nazisti. Una storia che forse, almeno finché rimarrà viva nella nostra memoria, potrebbe e dovrebbe non finire mai.

I Bancher erano originari del Primiero. Nel 1911 il capo famiglia Luigi Domenico Bancher, muratore che per lavoro si era già spostato in diversi paesi del mondo, decise, assieme alla moglie Francesca Zanetell e ai tre figli, di insediarsi a Tuzla, in Bosnia-Erzegovina (all’epoca ancora parte dell’Impero Austroungarico) per cercare un po’ di fortuna. I figli Simone e Leonardo conobbero la Bosnia fin da giovanissimi. I ricordi del paese natio e delle montagne tirolesi che coltivava Leonardo, il più giovane, erano probabilmente molto pochi. Tuzla e la Bosnia divennero la loro nuova patria. Nonostante fossero circondati da molti connazionali, comprese tante famiglie tirolesi di artigiani arrivati alla fine del 19° e all’inizio del 20° secolo, i Bancher legarono molto di più con la popolazione locale e vissero il periodo tra le due guerre mondiali come se avessero le loro radici in quelle terre ormai da secoli.

Leonardo Bancher con la moglie e i figli, tra cui il maggiore, Bruno
Leonardo Bancher con la moglie e i figli, tra cui il maggiore, Bruno

austriaco, ritornò in Bosnia entusiasmato dalla Rivoluzione d’ottobre, impressionato dall’operato di Lenin e dalle sue teorie sul futuro della classe operaia.

Da quel momento Leonardo iniziò a schierarsi apertamente in favore degli operai, che nella Prima Jugoslavia della dinastia dei Karadjordjević vivevano in condizioni estremamente sfavorevoli.

Convinto sostenitore della parità dei diritti

Professionalmente seguì le orme del padre, diventando un muratore molto apprezzato, ma nel suo intimo era innamorato dei libri. Oltre ad essere un avido lettore era anche un abile musicista, una persona umile, sincera e sempre disposta ad aiutare chiunque ne avesse bisogno.

Già nel 1919 Leonardo Bancher insieme al fratello Simone ed altri tirolesi-trentini, tra cui anche la famiglia Mott, iniziò a militare all’interno del movimento in favore dei diritti della classe operaia. Nel 1920 sposò Ljubica Jerkić, la donna che rimase accanto a lui per tutta la vita, condividendo gli stessi ideali di vita sulla parità dei diritti come imprescindibile condizione per la costruzione di un mondo migliore.

Nello stesso anno entrò in vigore il «Decreto» del Governo del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (successivamente Regno di Jugoslavia), conosciuto come «Obznana». Il decreto proibiva definitivamente lo svolgimento delle attività del Partito Comunista, terzo partito nel parlamento, mettendo di fatto i suoi aderenti in una posizione di illegalità.

Oltre a questo gesto, che rappresentò di fatto il prodromo dell’avvento della dittatura, i diritti degli operai, seppur garantiti dalla nuova Costituzione, furono drasticamente ridotti. Per ribadire questa decisione, il governo di Belgrado nell’anno successivo introdusse la «Legge sulla protezione dello Stato», che negava totalmente anche il minimo spazio di azione ai rappresentanti dei lavoratori nell’esercizio dei propri diritti attraverso mezzi legali.

Punto di riferimento per gli operai di Tuzla

In quelle circostanze, le famiglie trentine Bancher e Mott, si impegnarono in modo inaspettato e senza risparmiarsi. Inizialmente sostenendo la causa e diventando via via i veri artefici e punti di riferimento per il movimento degli operai nella regione di Tuzla.

Pur non avendo radici slave, si fecero portavoce e divulgatori di quelle idee che aspiravano ad unire gli operai di tutta Europa.

Raccontare le imprese di Leonardo Bancher non è affatto semplice. Fortunatamente tanti ricordi e episodi sono stati salvati nell’importante volume dedicato alla lotta operaia intitolato «Tuzla u radnickom pokretu i revoluciji» (Tuzla: il movimento degli operai e la rivoluzione).

La regione di Tuzla, industrializzata ancora dai tempi dell’Impero Austroungarico, era considerata un centro all’avanguardia. Il numero degli operai impiegati nelle fabbriche superava di gran lunga quello degli agricoltori. Per affrontare le cause della lotta operaia Leonardo si unì al neofondato movimento «Comitato di Tuzla» rimanendovi fedele fino alla sua tragica morte.

Quando su iniziativa del grande rivoluzionario Mitar Trifunović Učo, venne fondata la prima Associazione sportiva degli operai, «Gorki» (poi denominata «FK Sloboda»), Leonardo entrò da subito nel consiglio direttivo per diffondere le idee socialiste e rivoluzionarie tra i giovani atleti, diventando anche un abile dattilografo. Divenne il più abile distributore del materiale informativo, proibito in quanto incitava la classe operaia ad organizzarsi, iscriversi ai sindacati e opporsi alle oppressioni del governo. Scriveva per una pubblicazione clandestina intitolata «Fabbrica e campo», diventando di fatto un vero insegnante rivoluzionario e trasformando la casa dei Bancher nel vero quartier generale del movimento.

Nel dicembre del 1932 Leonardo Bancher insieme ad alcuni compagni fu tradito da un collaboratore, e successivamente arrestato ed imprigionato. Dopo aver retto le accanite torture interrogatorie, venne condannato a cinque anni di carcere duro, terminato il quale tutta la famiglia avrebbe dovuto essere estradata in Italia senza diritto di ritorno.

Anche in carcere lotta per la causa operaia

Leonardo venne dapprima processato a Belgrado e successivamente trasferito nel carcere di Sremska Mitrovica, dove continuò a diffondere le proprie idee tra i prigionieri, creando una rete di comunicazione che permetteva lo scambio di messaggi in codice senza bisogno di parlare o vedersi. Non smettendo nemmeno in carcere di promuovere la causa operaia, decise di aderire al grande sciopero dei carcerati del 1933, atto che compromise in maniera grave la sua salute.

Morì all’ospedale di Belgrado l’11 maggio del 1936 e fu sepolto già il giorno successivo nel cimitero ospedaliero. Poco prima del decesso ricevette la visita di tutta la famiglia. L’ultima immagine che conservano i suoi figli è quella del loro padre molto provato e in attesa di una donazione di sangue, pratica le cui spese erano all’epoca interamente a carico della famiglia del malato. Nonostante la trasfusione Leonardo non riuscì a farcela e la notizia del suo decesso portò ad una serie di sollevazioni popolari sia a Belgrado che a Zagabria. Alla vedova Ljubica fu inviata una lettera di solidarietà, speciale ed unica in quanto scritta e firmata da 136 prigionieri politici, tutti coloro che avevano condiviso quotidianamente le sofferenze assieme a lui.

Due giorni dopo la scadenza dei cinque anni di prigionia ai quali era stato condannato l’ormai defunto Leonardo, a casa dei Bancher si presentarono gli agenti di polizia con un documento della prefettura che obbligava la vedova Ljubica e i tre figli minorenni a lasciare il Regno di Jugoslavia, e dirigersi verso quello che era stato indicato come il loro «paese di provenienza», ovvero l’Italia di Mussolini, un luogo dove non si prospettava certo una situazione di vita ideale.

Ai bambini fu vietata l’iscrizione scolastica per l’anno 1937/38, e nel dicembre del ’37 vennero formalmente rilasciati i lasciapassare per tutta la famiglia.

La famiglia Bancher era molto stimata e conosciuta, e questo fece si che i numerosi compagni si adoperassero per trovare una soluzione in modo da evitare che dovesse espatriare per stabilirsi nell’Italia fascista.

Grazie ai fondi del cosiddetto «Aiuto Rosso» riuscirono a procurarsi dei biglietti e gli inviti per la famosa esposizione internazionale «Arts et Techniques dans la Vie moderne», la cui inaugurazione era prevista a Parigi nel maggio del 1937. Un’impresa tanto folle quanto geniale.

Verso la Francia con meta Sevran

I Bancher arrivarono in Slovenia, dove furono ospitati da una serie di conoscenti e militanti comunisti sloveni, e proseguendo il loro viaggio, anziché dirigersi verso il confine italiano, vennero «dirottati» verso l’Austria da dove, attraverso la Svizzera, raggiunsero la Francia. La destinazione finale avrebbe dovuto essere la Russia, ma un insieme di circostanze sfortunate impedì loro di arrivarci. La famiglia si stabilì a Sevran, nella periferia parigina, in un appartamento situato sopra al bar gestito dalla famiglia Goudard. L’edificio esiste ancora, ed oggi è conosciuto come «Place Gaston Bussiere».

Ljubica si diede da fare fin da subito lavorando come donna delle pulizie, mentre Bruno, ormai sedicenne, si iscrisse alle scuole professionali per seguire la tradizione di famiglia e diventare muratore. Furono loro due, una volta esauriti gli aiuti dei fondi solidali, ad occuparsi dei piccoli Vesna e Rinaldo.

La convinta adesione all’appello di De Gaulle

Anche se la moglie di Leonardo, Ljubica, dopo averlo sposato si era impegnata nel movimento degli operai e nei sindacati socialisti svolgendo operazioni di alto rischio e si era iscritta già nel 1923 al Partito comunista, il vero erede del padre rivoluzionario è stato il figlio maggiore, Bruno Bancher. Bruno nacque a Tuzla il 6 ottobre 1923 e non a Lubiana (Slovenia) nel 1922, come sostengono alcune fonti, prevalentemente francesi, basandosi su quanto scritto dall’autore francese Harlay André nel libro «Souvenirs de Bruno Bancher».

Harlay è sfortunatamente uno dei pochi, se non l’unico autore, ad aver dedicato delle pagine alla storia di questo giovanissimo eroe, originario della Bosnia ma con sangue trentino. Spero vivamente che in futuro altre persone possano raccontare in maniera esatta la storia di Bruno, correggendo i dati anagrafici scorretti finora diffusi. Grazie a Tihomir Knezicek e ad altri amici di Tuzla, siamo riusciti ad ottenere una copia del certificato di nascita di Bruno, e una serie di altri documenti che rendono questa storia, già di per sé straordinaria, ancora più particolare per la comunità trentina in Bosnia Erzegovina, così come per i cittadini di Tuzla.

Il leggendario annuncio del 18 giugno 1940, trasmesso sulle onde di Radio Londra, attraverso il quale Charles de Gaulle chiese ai francesi di continuare la lotta clandestina contro il Terzo Reich, non lasciò Bruno indifferente. Già nel 1941, ancora minorenne, prese parte alla Resistenza francese. Fu coinvolto in varie operazioni, compresa la liberazione di Sevran, il quartiere dove viveva.

All’inizio del 1944 fu costretto a sospendere le attività in quanto costretto ad arruolarsi nell’organizzazione «TODT», il cosiddetto «esercito dei muratori», mandati a terminare la costruzione del Vallo Atlantico (una muraglia cementificata sulle coste dell’Atlantico affiancata da una serie di fortificazioni pensate dal Terzo Reich per impedire lo sbarco degli Alleati).

Bruno non resistette a lungo. Riuscì a fuggire, e dopo un periodo passato a nascondersi nel quartiere di Saint-Germanin-en-Laye, protetto da un conoscente partigiano, si unì al movimento dei FTP (Franc-Tireurs et Partisans), all’interno della cosiddetta «Legione Garibaldina», diventando in poco tempo il comandante del 143° plotone.

Per tutto il 1944 Bruno Bancher organizzò e condusse diverse azioni per liberare Sevran e tagliare i collegamenti ferroviari verso il resto della città. Il 27 agosto durante un attacco di artiglieria nazista Bruno fu gravemente ferito nel tentativo di fermare un soldato tedesco, un’azione che si rivelò fatale. I compagni riuscirono a soccorrere Bruno ma il tentativo di salvargli la vita non ebbe successo. Morì il giorno dopo a soli 21 anni.

Madre e fratello sulla tomba di Bruno
Madre e fratello sulla tomba di Bruno

Una vita dolorosa ma dignitosa

La sua tomba si trova ancora oggi nel cimitero di Sevran e il viale che porta sul ponte dove la sua breve ma intensa vita finì oggi porta il suo nome, Bruno Bancher Avenue. Non credo che i residenti conoscano il suo percorso di vita affascinante, doloroso ma incredibilmente dignitoso.

Vale la pena ricordare che fino agli anni Novanta, a Tuzla ci fu anche una via intitolata a suo padre.

Alla moglie e madre di questi due eroi alla fine della guerra fu consegnata la Medaglia della Legione d’onore, principalmente per i meriti di Bruno ma anche per onorare il suo impegno e quello del fratello minore Rinaldo, che combatté in Jugoslavia a fianco dei partigiani di Tito fino al termine della guerra.

Nel corso dei miei approfondimenti ho potuto constatare come i documenti in italiano a disposizione di chi voglia intraprendere una ricerca su questa storia siano drammaticamente scarsi. Uno dei pochi testi che ho avuto modo di approcciare, è stato quello di Chiara Gobber, che nella sua opera «Letteratura del migrante- Mondo ex e tempo del dopo: un progetto interculturale sui Balcani», tocca l’argomento menzionando Leonida Bancher, nipote di Leonardo Bancher, scrivendo una riflessione sulle memorie di Leonida durante gli anni ’80, riflessione che verrà inserita all’interno di un’enciclopedia jugoslava pubblicata nel 1987.

 

 

 

Un monumento alle donne di Sarajevo

Un monumento alle donne di Sarajevo

La ong “Obrazovanje gradi BiH” (“L’istruzione costruisce la Bosnia Erzegovina”), fondata da Jovan Divjak, uno dei più famosi difensori della Sarajevo assediata, ha compiuto 25 anni l’anno scorso. Una delle proposte recenti dell’Associazione è la realizzazione di un memoriale dedicato alle donne di Sarajevo, al loro coraggio e alle loro sofferenze durante l’assedio ‘92 – ’95. Ne parla Edvard Cucek in un articolo già apparso su Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa il 18/04/2018 (foto di copertina dal sito di OBCT).


Era il 9 giugno del 1992. Erano le 12.45. Una granata cadde in un cortile di Sarajevo e uccise due fratelli, figli di Halida Bojadžić e una bimba, cugina dei due fratelli. Morì anche un soldato della difesa di Sarajevo assediata.

Qualche giorno dopo, nella sua usuale visita a Sedrenik, uno dei quartieri di Sarajevo, il generale Jovan Divjak passò davanti al luogo dove era avvenuta la tragedia . I soldati lo informarono di quanto successo e il generale decise di entrare nel rifugio sotterraneo per porgere le proprie condoglianze. Dentro incontrò un gruppo di persone, si preparavano un caffè, piangendo, attorno ad un fuoco. La prima persona che Divjak incontrò fu proprio Halida Bojadžić, la madre dei due bimbi uccisi. “Ecco il nostro comandante”, disse lei.

Nacque un’amicizia. Halida incontrò poi il generale in varie altre occasioni. Nel 1994 fu proprio lui a dirle di cercare la consolazione in un altro figlio. Significava rimanere incinta, partorire nonostante l’età non fosse più quella adatta. Ridevano tutti e due e Halida ribadiva che i vecchi come lei ormai non fanno più niente.

Nel 1995, però, Halida ebbe una bella notizia da comunicare all’amico di famiglia Jovan Divjak. Sì, aspettava un figlio.

Il monumento

“Uno dei tre compiti che mi sono dato e mi sono impegnato a terminare finché sono ancora in vita è far sorgere un monumento a lei, alla sarajevese, a tutte le donne come Halida”, ha dichiarato recentemente il generale.

Donne che hanno perso i propri figli, i genitori e i mariti ma hanno comunque trovato la forza di andare avanti. “Sono stato anche il padrino di questo meraviglioso ragazzo”, ricorda e racconta il generale in un’intervista rilasciata al portale web Radiosarajevo.ba.

“È vero che noi uomini abbiamo difeso la nostra città dall’assedio e dalle armi del nemico, ma chi ha lavorato nelle scuole, negli ospedali e in tutte le strutture che servivano per garantire il minimo che una città possa respirare erano sempre loro, le donne sarajevesi”, sottolinea il generale sempre per Radiosarajevo.ba.

È ormai da due anni che il generale Jovan Divjak promuove quest’idea. Sembra sia già concordato anche dove sarà posizionato il primo monumento di questo tipo in tutta la Bosnia Erzegovina.

Donne e assedio

La prima vittima a Sarajevo fu una studentessa di medicina di nome Suada Dilberović originaria di Dubrovnik. Ancora prima che la città fosse assediata, durante le proteste cittadine del 5 aprile 1992 con le quali si chiedeva alle forze armate dei serbo-bosniaci di rimuovere le prime barricate. Dal tetto dell’Hotel “Holiday Inn” partirono i primi spari che tolsero la vita alla giovane studentessa sul ponte Vrbanja. Successivamente, nello stesso posto, sarà uccisa, sempre dai cecchini serbo-bosniaci, un’altra giovane donna sarajevese, Olga Sučić. Il ponte Vrbanja oggi è dedicato a queste due donne.

Il coraggio delle donne di Sarajevo si manifestava in molte occasioni. È diventata famosa una fotografia scattata dal giornalista britannico Tom Stoddart nella primavera del 1994 a Dobrinja, quartiere di Sarajevo martoriato forse più di altri, che mostrava un’orgogliosa sarajevese – truccata, con tacchi alti, capelli ben sistemati, vestito elegante, collana perfettamente abbinata ed elegante borsetta – che sfilava lungo una strada in quel momento deserta, se non per qualche soldato, e con le finestre degli edifici protette da sacchi pieni di sabbia.

Una fotografia surreale. Sembrava una scena di qualche classico cinematografico. Meliha Varešanović, questo il nome della donna ritratta, intervistata poi dalle più importanti testate giornalistiche mondiali dal “Life” al “Sunday Times” ha parlato di quella fotografia. Tornava dal lavoro e quel giorno non si era messa a correre, come al solito si faceva, nemmeno per un istante. Come se volesse che i cecchini la vedessero per bene, anche se fosse quella fosse stato l’ultimo istante della sua vita. Per dispetto, “za inat” si direbbe in Bosnia Erzegovina.

Tornerei per un attimo al nostro generale, Zio Jovo, come lo chiamano tanti ma soprattutto i giovani della Fondazione “L’istruzione costruisce la Bosnia Erzegovina” della quale si occupa ormai da più di 20 anni dando la possibilità a tanti orfani di guerra, e non solo, di studiare e di realizzarsi come giovani esperti in diversi ambiti. Il generale da più di un decennio sta lavorando anche ad una sorta di diario della guerra e dell’assedio e ammette di non essere ancora riuscito a finirlo. Vuole però sbrigarsi per pubblicarlo mentre è ancora in vita. E, come dichiara, sa benissimo quanto tempo gli è ancora concesso perché crede fermamente in quello che una donna messicana gli disse anni fa, leggendogli il palmo della mano.

Foto di Mikhail Evstafiev, da Wikimedia Commons
Foto di Mikhail Evstafiev, da Wikimedia Commons

L’insolita storia dell’amicizia tra “Lupi di Livno” e i cavalli selvaggi delle alture bosniaco erzegovesi

L’insolita storia dell’amicizia tra “Lupi di Livno” e i cavalli selvaggi delle alture bosniaco erzegovesi
La testimonianza di “prima mano” di Mario Jozić, uno dei “Lupi”, gruppo di centauri della cittadina bosniaca di Livno, raccolta da Edvard Cucek. Articolo già apparso su Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa il 10/1/2020

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I cavalli di Livno, foto di Mario Jović. Per vedere le sue foto, clicca QUI.

Il racconto di un amico di vecchia data, dopo il 1994 diventato residente nelle terre dei propri genitori, mi ha fatto riconoscere qualcuno che dei cavalli selvaggi della zona di Livno (cittadina a sud ovest della Bosnia) sa proprio tutto. Il suo racconto mi ha portato indietro di quasi 40 anni.

Un viaggio al mare, forse nel 1980, da Banja Luka per andare sull’isola di Hvar (Lesina) ed una scena spettacolare che si svolgeva lungo i prati fiancheggianti la strada che ci portava a Livno per comprare il pane, di mattina presto. Pazzo di gioia imploravo mio padre che guidava la nostra vecchia Fiat 1300 Berlina color bianco avorio del 1966 di fermarsi o almeno di rallentare. Chiedevo da dove venivano tutti ‘sti cavalli, così tanti e così belli sotto i timidi raggi del sole sorgente che bucavano il pulviscolo sollevato dai loro zoccoli. Lì sì che mancava la macchina fotografica. “Dove corrono?” domandavo a mia madre facendo tutto il chiasso che un bambino incuriosito può produrre. Sembrava che i cavalli ci inseguissero correndo sempre al nostro fianco a qualche decina di metri dal ciglio della strada.

Papà non voleva fermarsi, però pronunciò la parola che mi resterà impressa nella memoria.

“Kalaša!”, disse con aria pensierosa.

Cavalli scappati in natura, sciolti fino a diventare selvaggi. Cavalli indomabili.

Di una fermata prima della città non si parlava nemmeno. Mio padre mi raccontò che se ti fermavi i cavalli ti circondavano la macchina perché sempre affamati e curiosi. Così la semplice sosta poteva prolungarsi parecchio finché si riusciva a tirare fuori dal branco.

Non incontrai mai più questi spettacolari animali. La parola invece non la scordai, anche perché una sua derivazione si usa in diversi contesti. Come nel caso dei ragazzi troppo allegri, sregolati, pazzerelli. E da quel giorno sapevo da dove arrivava questo termine “raskalašen” – scatenato fino alla pazzia.

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I cavalli di Livno, foto di Mario Jović. Per vedere le sue foto, clicca QUI.

Anche se ormai dopo decenni possiamo chiamarli selvaggi questi meravigliosi animali in realtà sono discendenti dei semplici cavali da lavoro presenti, fino alla metà del secolo scorso, in ogni realtà contadina, partendo da quelle più piccole e familiari. Il cavallo, come dappertutto, era utilizzato come mezzo di trasporto, mezzo di lavoro e per ogni esigenza che una famiglia prima della industrializzazione jugoslava poteva avere.

Non sono stati invece l’industrializzazione, lo sviluppo economico e la possibilità di permettersi un mezzo agricolo i fattori, come spesso si cerca di spiegare il fenomeno, a determinare il destino di questi amici degli uomini. Il fatto di poter acquistare il trattore e di non aver più bisogno di uno o più cavalli e di decidere di lasciarli liberi non è mai stata la causa di questa storia. Il cavallo affamato, nei mesi d’inverno, tornava sempre al suo padrone. Questo lo ribadisce proprio Mario, la persona che con i kalaša ha da fare tutte le settimane, soprattutto in inverno e nei giorni del caldo torrido e la “siccità alla bosniaca” come la chiama lui.

Dietro questa storia c’è qualcosa molto più triste e tragico.

Figli dei “cammini spenti”

Partendo da nord, da Kupres, una cittadina che da Livno dista meno di 45 km, a metà strada si innalza la montagna di nome Cincar (Tsintsar, nome antico e significativo). Da quei versanti parte il regno di queste creature per poi occupare tutta l’area del monte Krug e il suo altopiano alle porte di Livno.

“I primi cavalli diventati selvaggi non sono, come si pensa, cavalli di cui contadini non avevano più bisogno e li lasciavano liberi. La prassi di liberare le bestie, sperando di non dover macellare anche i cavalli quando la fame bussava alle porte e non c’era da mangiare neanche per i figli, esiste da quando viviamo qui”; racconta Mario.

“Questi cavalli ‘liberati’, se sopravvissuti rimanevano sempre vicini alle stalle e alle case. Si proccuravano scarso cibo e finché dai cammini usciva il fumo e le loro orecchie captavano voci umane non si allontanavano mai per evitare di perdersi. Quasi sempre, appena le circostanze permettevano, il padrone si riprendeva il cavallo se ancora in forza e capace di lavorare. I primi cavalli diventati selvaggi furono quelli che non avevano più un posto dove tornare. In realtà figli orfani delle loro famiglie umane. Nella seconda metà degli anni Sessanta intere famiglie in cerca di un futuro migliore lasciavano la loro terra natia. Spesso si trasferivano sulla costa dalmata nella vicina Croazia, oppure in Germania, Nuova Zelanda, Australia e America del Nord lasciando le porte di casa serrate spesso per sempre. I loro cavalli furono i primi a dover cercare da vivere altrove. La trovarono proprio tra montagna Cincar e altipiani di Krug. E sono di tutti e di nessuno. Peggio di così non può essere”, conclude il suo racconto questo centauro, uno di cui cavalli si fidano al di fuori dal mio concetto del rapporto che si può istaurare tra un umano e un animale selvatico.

Sembra che i cavalli riconoscano anche il rombo del motore del suo “fuoristrada” russo di marca -Lada Niva-che di certo ricorda i tempi migliori, e gli vengono incontro. D’altronde diversi gruppi di entusiasti lanciatisi nel mondo del safari-turismo ci mettono ore per incontrarli. Bisogna cercarli i kalaša, questo si sapeva da sempre. Questi altipiani carsici occupati da loro si stendono su più di un centinaio di chilometri quadrati. Raramente li trovi al primo tentativo e quando succede il punto d’incontro è la strada e spesso di notte. Mario dice che per qualche motivo, a lui sconosciuto, non manca quasi mai di incontrarli.

Bellezze difficili da gestire

Dopo un lungo racconto, concedendomi veramente tanto tempo, Mario conclude che in realtà di questo sensazionale fenomeno, unico da queste parti del vecchio continente ma abbastanza raro anche nel resto dell’Europa, non si occupa formalmente nessuno. Il Comune di Livno, per un certo tempo assuntosi la gestione dei branchi, ha ceduto dopo le prime e numerose cause degli automobilisti che in presenza dei cavalli sulla strada sono finiti fuori subendo danni ai veicoli. Oppure, nei casi fortunatamente meno frequenti, in cui si sono schiantati contro gli animali.

C’è poi l’Associazione “Borova Glava” che si occupa di ecologia e foreste e cerca di dare un contributo soprattutto nei mesi invernali fornendo il sale in punti predisposti, sempre cercando di evitare che i cavalli vadano a cercarlo, il sale, proprio sul manto stradale dopo gli interventi dei mezzi spargisale. Anche loro non hanno mai potuto assumersi un ruolo giuridico. Nessuno sarebbe intenzionato di registrarsi come ente che si occupa dei branchi di kalaša, li gestisce, li promuove come offerta turistica ma si assume anche le responsabilità dei danni da loro causati. Smettendo in tali condizioni di occuparsi dei cavalli anche in modo “meno formale”. A quel punto, in modo costante e serio ormai dal 2007, in scena sono entrati “Lupi”. Anche se a prima vista non facilmente riconciliabili, due realtà sul campo funzionano moto bene.

“E’ la libertà che ci rende così vicini. Noi “cavalchiamo” in piena libertà e un animale come il cavallo selvaggio non può che essere un nostro amico”, ribadisce Mario.

Mi mostra una lunga lista delle strutture che hanno costruito con i propri soldi. Dagli abbeveratoi alle tettoie rudimentali dove nascondersi, almeno per quelli che capitano nei paraggi, in caso di grandine. Le mangiatoie dove lasciare del fieno e addirittura un rifugio per chi vuole visitare gli altipiani o per chi facendo la manutenzione delle strutture si ferma fino a tardi. I cavalli sono tanti. Mario si rifiuta di speculare sui numeri. Quello che ha sentito o letto in tutti questi anni su un “numero totale” gli dà molto fastidio. La prima cosa che i giornalisti vogliono sapere e qui ne sono passati tanti. Conferma comunque che il numero non è inferiore di 400 unità. Tanti si confondono osservando i branchi (un certo numero di cavalle con i relativi puledri) e associando ogni branco a quello che loro chiamano Lo Stallone. Il calcolo un stallone = un branco non funziona in questo caso e così si va a fantasticare su numero infinito di esemplari. Uno (sulla destra della foto sottostante) ne guida due a volte anche tre/quattro branchi e appena si accorge che un altro maschio intende di impossessarsi delle sue femmine non esita di rimproverarlo.  Lui è uno di quelli al quale è difficile avvicinarsi.

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I cavalli di Livno, foto di Mario Jović.

Toccando questo argomento Mario è molto perplesso riguardo la nascita di questa specie di turismo e safari fotografico con protagonisti principali i kalaša. E’ consapevole che la cosa deve partire e ben venga che una rarità come questa sia valorizzata, ma vedere questi gruppi così chiassosi, intenti a fotografare tutto senza un minimo di precauzione, andando anche a cibare le bestie con dei prodotti assolutamente non idonei, fa tanto preoccupare. Non si tratta di una gestione normale dove un ente turistico formato per organizzare i giri e osservare i cavalli si occupa della gestione. Si tratta di qualche giovane entusiasta, anche con nobili idee e con tanto amore per questa terra, ma i modi in cui si svolgono queste gite sono molto spesso pericolosi. I kalaša sono comunque selvaggi e questo non bisogna mai toglierselo dalla testa. Mario personalmente ha assistito più volte alle tragedie mancate per un millimetro. I zoccoli sfioravano qualche testa lasciando i presenti impietriti.

Piano giunge l’ora di salutarsi. Mario mi convince che i cavalli ballano qualche volta e mi mostra anche una foto e ammette che la vita senza i suoi amici a quattro gambe per lui sarebbe difficilmente pensabile.

“Niente di più emozionante di quando un puledro, dopo aver appoggiato la testa sul cofano della mia vecchia Lada, per fermarmi mi sembra a volte, infila suo muso dal finestrino cercando quello gli spetta”, dice con gli occhi lucidi.

Per finire gli chiedo come è possibile non trovare niente, inserendo sui vari motori di ricerca nome kalaša, che colleghi i cavalli selvaggi con il loro antico nome?

Politica”, dice.

 “Per qualcuno, o per tanti, considerando che ci troviamo nella parte della Bosnia della larga maggioranza croato bosniaca, questo nome che suona troppo asiatico e orientale non è molto carino. Preferiscono chiamare kalaša “cavalli selvaggi di Livno” e così si cerca di presentare il fenomeno al pubblico comune. Inoltre i cavalli non sono mica solo della zona di Livno, provengono da Kupres e anche dalle parti a sud della municipalità di Livno”, conclude.

-Nomina sunt odiosa- dall’antica Roma fino alla Bosnia odierna.

Vukovi - I "Lupi" di Livno durante una manifestazione
Vukovi – I “Lupi” di Livno durante una manifestazione

Bosnia Erzegovina: i volti degli invisibili

Bosnia Erzegovina: i volti degli invisibili

La guerra in Bosnia (1992 – 1995) è stata (anche) una guerra contro le donne. La storia delle donne vittime di violenza e dei figli nati dagli stupri di guerra è stata raccontata, tra gli altri, dalla regista Jasmila Zbanić nel film Grbavica (Il segreto di Esma), Orso d’oro alla 56a edizione del Festival di Berlino nel 2006. Ne parla Edvard Cucek in un articolo già apparso su Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa il 27/02/2019, che qui si ripropone.


La madre di Alen lo ha lasciato in ospedale dopo la nascita. Non si è più fatta vedere finché lui non l’ha cercata, ormai adulto.

Quella di Ajna invece, nonostante lo stigma e il dolore che portava, ha deciso di essere la sua vera madre.Coloro che hanno violentato le loro madri sono ancora liberi, impuniti.

Alen e Ajna raccontano di essere “i ragazzi invisibili”, dimenticati ed emarginati dalla società. Gli altri bambini spesso chiamavano Alen “il bastardo di Četnik”. Per Ajna ogni Natale era un incubo perché è proprio in quel giorno che sua madre subì l’inenarrabile violenza.

Alen oggi è un tecnico in medicina ed Ajna è una studentessa universitaria di psicologia oltre che, dal novembre scorso, presidentessa dell’associazione “Zaboravljena Djeca Rata” (I dimenticati figli della guerra).

Entrambi sono giovani e simpatici. Entrambi sono figli di due tra le migliaia di donne bosniaco-erzegovesi che hanno subìto stupro durante la guerra 1992-1995, una violenza organizzata che la giurisprudenza internazionale definì “stupro come arma di guerra, strumento specifico di terrore”.

Alen

La Goražde di cui è originario Alen, Bosnia occidentale, nel 1993 era un luogo dell’orrore. Sua madre biologica, originaria della vicina Foča  , fu una delle vittime civili del conflitto. Venne imprigionata e violentata da militari di varie formazioni dell’esercito dei serbo-bosniaci. Il giorno successivo al parto lasciò il figlio in ospedale e se ne andò.

Fu all’età di dieci anni che Alen scoprì le sue vere origini. Fu a causa di un banale litigio tra ragazzi. Si prese a pugni con un ragazzo che per fargli del male disse ad Alen chi erano i suoi veri genitori. Fu la fine di un’epoca di spensieratezza. Lo stesso giorno Alen ottenne conferma da coloro che lo avevano cresciuto di questa sconcertante verità.

Il 19 giugno 2018, nella Giornata internazionale contro la violenza sessuale nei conflitti armati, Alen Muhić si è rivolto ai membri dell’Assemblea generale della Nazioni Unite a New York e il suo discorso  è stato accolto con un enorme applauso. Apertamente e senza vergogna un giovane “figlio della guerra” ha parlato della madre biologica e dell’identità che stava ancora scoprendo: “Penso comunque che non abbia commesso niente di imperdonabile. Non so che vita avrei avuto con lei se mi avesse portato con sé. Forse avrei avuto un’infanzia felice? Forse si sarebbe scagliata contro di me infastidita dal trauma fisico e psicologico che aveva vissuto durante la guerra? Non posso proprio giudicarla perché non so nemmeno cosa avrei fatto io se fossi stato al posto suo in quel momento. Senza una famiglia vera, lasciato da solo, così piccolo ho conquistato comunque i cuori di molti. In particolar modo di una persona che lavorava come portiere in ospedale e che poi diventò il mio vero padre “, raccontò Alen.

Alla fine Alen ha conosciuto la sua madre biologica ma il periodo in cui hanno mantenuto i rapporti è stato breve. Suo padre invece è un criminale di guerra. Ha scontato una penna di cinque anni e mezzo per vari crimini e ha riconosciuto di essere il padre di Alen. Vive non lontano da Foča. Una volta Alen si è presentato davanti alla sua porta. Non hanno mai avuto nessun rapporto. Questo suo padre biologico non si è mai occupato di lui, nemmeno in modo indiretto.

Oggi Alen lavora nello stesso reparto di chirurgia dell’ospedale di Goražde dove fu abbandonato da neonato.

Ajna

Più a nord, in Bosnia centrale, la guerra colpì con la stessa durezza. Lo stesso crimine, altri nomi. La madre di Ajna partorì e decise di tenera la figlia, di essere madre, portando il dolore e la tristezza che ciò avrebbe comportato. E affrontando anche quella società che l’aveva anche rispettata ma allo stesso tempo la stigmatizzava e condannava perché non aveva abortito. Il padre biologico vive ancora in Bosnia.

La storia di Ajna è stata raccontata da Eldina Jašarević  all’interno di un progetto della Fondazione Heinrich Boll. E’ in questa occasione che Ajna racconta: “Ho sempre saputo che qualcosa non andava. Ho frequentato le scuole elementari in paesi piccoli. Ero una bambina senza padre, non conoscevo né il suo nome né le sue origini. Giravano molte voci nel villaggio su di me e su mia madre. Quando mia madre si sposò, le stesse storie cominciarono a girare anche nel villaggio del mio “nuovo padre”. Tutti sapevano che non ero la sua figlia biologica. Da piccola, per alcuni versi, era più facile perché c’erano sempre i miei genitori, mia madre e mio padre o il marito di mia madre. Io lo chiamo padre. Lui e mia madre mi hanno sempre protetta. Tuttavia, all’età di 15 anni, mi sono iscritta alla scuola superiore di medicina a Zenica ed ho lasciato la città natale. Ero sola, senza nessuno che mi proteggesse e risolvesse i miei problemi. Un giorno un professore mi chiese il nome del padre visto che in rubrica al posto del suo nome c’era solo una riga vuota. Non avevo risposta. Lo stesso professore poi mi chiese: “Ma almeno tua madre lo conosce?”. Per me è stato un colpo devastante. Mi sono ricordata subito che mia madre non mi ha mai dato il mio certificato di nascita in mano. Quando mi ero iscritta alle superiori, tutti i ragazzi stavano aspettando da soli e io invece accompagnata dalla mamma. “Non puoi andare da sola, ti iscriverò io”, mi disse.

Così capì anch’io che mio padre non era mio padre biologico. Fu l’inizio della mia ricerca delle mie origini. Mi ricordo che ero andata a casa. I miei erano fuori. Nel nostro grande armadio mia madre teneva ben sistemati i nostri documenti. Tra questi ho trovato il rapporto della polizia rilasciato all’organizzazione non governativa “Medica“, che all’epoca aveva sede a Zenica e forniva assistenza psicologica alle donne stuprate”.

In quell’istante davanti ad Ajna si aprì un abisso. Un vuoto creatosi dopo che un pezzo della sua identità era crollato in un istante. Tante incognite le divennero però chiarissime. Non riusciva comunque a credere che questa “mancanza anagrafica” fosse dovuta ad un episodio così crudele, inquietante, terribile.

“Mia madre ha fatto di tutto affinché non mi sentissi diversa dagli altri. Però non avevo il papà come gli altri. Negli anni dell’adolescenza proprio questa mancanza fu il grilletto che fece scoppiare in me un conflitto interno. Ci sono voluti anni per ritornare ad una vita “normale”. Dopo tante ore di assenze ingiustificate a scuola e tanti pessimi voti finì dallo psicologo della scuola e lì cominciai a confessarmi. Oggi posso dire che fu al ima fortuna. Pensavo che mia madre mi odiasse e di essere la conseguenza che le resta della sua tragica vita”, ha raccontato Ajna.

Non fu quindi casuale la sua scelta di studiare psicologia.

Stigma

Lei e Alen oggi portano avanti la loro causa, quella che lo stato bosniaco non ha saputo o non ha voluto sostenere e risolvere. Il numero delle donne che hanno subito violenze sessuali durante la guerra, il numero di quelle che poi hanno partorito ed il numero di questi ragazze e ragazzi figli del conflitto non si saprà mai. La vergogna e la società incapace di assistere queste donne e i loro figli spesso abbandonati non permette che si venga a sapere.

In Bosnia ed Erzegovina al livello statale ma anche delle Entità non esistono leggi che riconoscano ai nati da madri che li hanno concepiti a causa di stupri sessuali durante il conflitto gli stessi diritti di vittime civili di guerra. Loro stessi si chiamano “invisibili”, anche se potrebbe sembrare esagerato a qualcuno, in realtà è la descrizione esatta della loro posizione nella società odierna. Questi giovani, alcuni letteralmente orfani fin dalla nascita e con padri non identificabili e madri – per cause assolutamente comprensibili – che spesso li hanno abbandonati, non godono di alcuna agevolazione come avviene invece per i figli dei soldati caduti in guerra o dei figli di vittime civili di guerra.

Oggi l’associazione fondata soltanto a novembre dell’anno scorso, di cui Ajna è presidente, conta 15 membri. Delle persone con cui condivide il passato, solo lei ha ottenuto un’assistenza psicologica da un esperto. Gli altri nemmeno questo. Il basso numero di adesioni alla sua iniziativa si spiega con il fatto che chi ha subito questo tipo di violenza non prova niente altro che vergogna e tristezza, difficili da esprimere.

Quando nel 2006 nelle sale cinematografiche della Bosnia ha cominciato a girare l’eccellente opera cinematografica “Grbavica”, in cui la regista Jasmila Žbanić ci ha raccontato una vicenda basata proprio sulla vita di Ajna e di sua madre, sempre più vittime hanno deciso di rivelare le loro identità, le loro storie. Un migliaio forse.

Lo conferma anche Bakira Hasečić, alla guida dell’associazione “Donne vittime della guerra” (Udruženje Žene Žrtve Rata) che ad oggi conta più di 6.000 associati e non solo donne, tra le quali donne sopravvissute alle torture che però rappresentano un numero piccolissimo rispetto alle stime, che si attestano tra le 25 e le 50mila di donne vittime di stupro negli anni ’90. La stessa associazione, basandosi su documenti e dati certi, parla di 62 bambini identificati nati a seguito di stupri sessuali. Un numero non certo definitivo.

La locandina de "Il segreto di Esma (Grbavica)".  Immagini tratte da Wikipedia
La locandina de “Il segreto di Esma (Grbavica)”. Immagini tratte da Wikipedia

 

L’antenato della Dichiarazione

L’antenato della Dichiarazione
A 71 anni dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, il 10 dicembre del 1948, si ripropone un articolo di Edvard Cucek che ne individua un precedente nella lettera di un francescano bosniaco, Ivan Frano Jukić, al Sultano della Sublime Porta. Articolo già pubblicato su atlanteguerre.it l’11 dicembre 2018

Sono passati 70 anni da quanto è stata pubblicata per la prima volta la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. E’ interessante scoprire come, poco meno di cent’anni prima, il primo maggio del 1850, un francescano bosniaco di nome Ivan Frano Jukić avesse scritto alla Sublime Porta, a Istanbul, una lettera che può essere considerata un’antenata della Dichiarazione del 1948. La lettera fu scritta da un uomo che era un suddito dell’Impero Ottomano di religione cattolica. Era originario di Banja Luka (Bosnia), vissuto in tempi di forti turbolenze politiche e diffidenze verso le popolazioni di religioni non musulmane nel territorio dell’Impero. In una introduzione abbastanza lunga, prima di elencare in 28 punti tutto ciò che i cristiani bosniaci – emarginati nel Impero Ottomano – “umilmente chiedono al Sultano Abdul Medjid”, frate Jukić scrisse anche questo:

Ivan Frano Jukić (da wikimedia.commons)
Ivan Frano Jukić (da wikimedia.commons)

“Vostra Maestà!

Vi sono più di 600.000 cristiani che vivono nei due eialet (distretti) della Bosnia ed Erzegovina. I Vostri fedeli sudditi, ribadendo la propria fedeltà verso l’alto devlet (Stato) turco confermata per 4 secoli, umilmente domandano che Voi, con la Vostra bontà e natura generosa, ci guardiate e possiate ascoltare le nostre grida disperate, concedendoci le seguenti misericordiose grazie;

1. che non ci chiamano più raja (it. raia), ma sudditi e cittadini del intero Impero turco ( il nome raja (raia) era “riservato” alle popolazioni del Impero Ottomano di seconda classe, una specie di schiavitù in semilibertà ndr).

2. Che davanti ai tribunali diventiamo uguali ai Turchi e che le decisioni non vengano prese basandosi sulla appartenenza religiosa, ma sempre sulla giustizia.

3. Che tutte le sure (sciure) siano composte da appartenenti in numero pari di entrambe le religioni, mussulmana e cristiana (sura era una specie di consiglio composto dai vari rappresentanti della popolazione, un organo simile alla giuria al quale si rivolgeva anche il giudice –kadija durante i processi di giudiziari ndr).

4. le tasse e “decime” cristiane siano per conto loro e Turchi per conto loro raccolgano e li portino al grande Visir ( governatore).

5. Tasse e dazi non si determinino in base al numero delle abitazioni, ma in base alle proprietà e alla situazione economica.

6. L’Harac, l’imposta che ogni famiglia cristiana deve pagare per ogni maschio del nucleo familiare, venga per sempre abrogata in quanto contrario alla eguaglianza dei popoli nel Impero.( harac era una imposta secondo la quale il Sultano aveva diritto di chiedere la somma di denaro per ogni maschio vivo in famiglia come una specie di garanzia della fedeltà all’Impero e di conseguenza essere libero ndr).

7. Che anche i cristiani possano entrare nell’esercito del Impero, anche come ufficiali e che abbiano i propri preti tra di loro.

8. Che la “decima reale” si calcoli come tassa e si paghi con il denaro (la decima reale era una tassa che, tradizionalmente, veniva imposta chiedendo per il Re un decimo del raccolto annuale. Essendo difficilmente calcolabile e sempre a sfavore dei contadini cristiani, la richiesta voleva che diventasse un’imposta di valore pari a tutti i cittadini ndr).

9. Che i contadini non debbano pagare altro tranne un sesto del raccolto di grano, fieno e tabacco e i padroni non debbano per loro pagare le tasse all’Imperatore, come i primi non debbano portare i guadagni propri a casa del padrone

10. Che mai il padrone possa sfrattare il contadino dai propri poderi di sua volontà, ma soltanto se si dimostra davanti al giudice la malafede del contadino e pagando prima dello sfratto, al contadino, tutte le spese sostenute per i disboscamenti, coltivazioni ed altro.

11. Che il lavoro gratuito ai beg, conosciuto come beglucenje, non avvenga mai più (si tratta di lavori che i contadini cristiani erano costretti ad eseguire per i beg, nobili proprietari turchi o soltanto slavi mussulmani, a titolo gratuito).

12. Tutte le spese dei viaggi, spostamenti e mantenimento dei funzionari del Impero in Bosnia che vengano pagate dalle casse reali.

13. Via sia la manutenzione delle strade e dei ponti, degli uffici postali ed altro per promuovere il commercio e l’artigianato e che al più presto diventi a carico del governo reale.

14. Che lo stesso governo reale permetta e sostenga economicamente anche le tipografie per i cristiani

15. Che non sia impedito ai cristiani del rito ortodosso di eleggere da soli i suoi episcopi, i quali conoscono la lingua e le usanze di queste terre e che dalla Vostra Maestà vengano poi confermati.

16. Che vi sia il libero esercizio del proprio credo e religione e che ci venga consentito di riparare, ampliare e laddove vi è necessità ricostruire le vecchie chiese e i monasteri, ed avere i campanili e le campane e liberamente e pubblicamente celebrare i nostri riti religiosi.

17. Che il mercato domenicale venga spostato ad un altro giorno feriale.

18. Che ci sia concesso liberamente, in ogni comune, di aprire le scuole e se necessario invitare e ospitare gli insegnanti dagli altri paesi o, per migliorare l’istruzione, inviare i nostri studenti in altri stati e paesi.

19. Che anche i nostri studenti (cristiani bosgnachi), futuri ingeneri e medici vengano accettati nelle università di Istanbul, con la borsa di studio del Imperatore (gli abitanti della Bosnia ed Erzegovina a differenza di altre minoranze nel Impero Ottomano non godevano i vantaggi di poter studiare nella capitale ed avere una borsa di studio).

20. Che anche noi possiamo avere i nostri due rappresentanti nel Vostro Alto Consiglio (devlet) e che si faccia in modo che tutte le nostre richieste Vi vengano fedelmente riferite (la prassi per secoli non permetteva che nessuna richiesta dei cattolici bosniaci, passata sempre per le mani dei funzionari locali, arrivasse direttamente al Sultano, senza prima essere modificata. A volte veniva “persa” o diventava ragione di pesanti ritorsioni verso i richiedenti ndr).

21. Che tutti i pubblici ufficiali, turchi o cristiani, vengano stipendiati dalle casse dell’Impero.

22. Che venga abrogata cosiddetta “krvarina”, tassa del sangue, in caso di omicidio. Che per questo reato non paghino più i paesani, ma il giudice (tur. Kadija) cerchi e condanni l’omicida (questa tassa veniva imposta a tutti i contadini del paese del delitto e la metà andava data alla famiglia della vittima e l’altra metà ai vari collaboratori del giudice per le indagini parzialmente o mai svolte ndr).

23. Che la Bosnia e l’ Erzegovina tornino ad essere governate da un solo funzionario. Questo come un risparmio sia per le casse dell’Impero che per i suoi sudditi (quando dalla Bosnia venne separata la regione dopo nominata Erzegovina, come riconoscimento ai nobili locali per la fedeltà al Sultano, fu insediato un altro funzionario, anche nella sede della regione Mostar. Così poveri ed emarginati bosniaci dovevano mantenere due funzionari di solito corrotti e crudeli ndr).

24. Che commercio e artigianato siano concessi a tutti, a prescindere all’appartenenza religiosa (non era permessa agli “infedeli” per esempio la lavorazione di cuoio, pelle per le cinture e cuoio. Vendere il miele o il burro ai cristiani era altrettanto proibito ndr).

25. Che tutta la contabilità delle entrate e uscite del denaro dell’Impero venga pagata dalle casse statali e venga resa pubblica all’intero popolo.

26. Che tutte le decisioni e gli avvisi dell’Imperatore vengano comunicati anche in lingua bosniaca, perché con il sistema d’informazione usato sino ad oggi non siamo mai stati certi di ciò che ci si comunica e di che cosa ci si chiede.

27. Che siamo liberi di incontrarci tra di noi, senza armi, per discutere dei temi di scuola, istruzione, economia e altro.

28. Che ci sia concesso di trasferirci in altri paesi e stati, anche al di fuori dell’Impero Ottomano.

Queste sono le nostre umili domande e preghiere, fondate sul principio di eguaglianza. Il principio quale il Vostro caro e ben ricordato padre e Voi, suo laborioso erede, avete tante volte in passato solennemente ribadito, ma che nelle nostre terre, sempre a causa di spiacevoli circostanze, mai si potevano realizzare.”

Più di venti di queste 28 domande e richieste indirizzate 168 anni fa al grande Sultano Imperatore Ottomano trovano incredibile corrispondenza, ovviamente tenendo conto dei contesti storici diversi, con altrettante della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
Frate Jukic pagherà questo generoso e folle gesto con una specie di isolamento dai circoli ai quali apparteneva. Gli sarà anche proibito di tornare nella sua patria. Forse era tropo avanti, forse era un visionario. Fatto sta, che la sua salute – già precaria – precipitò e peggiorò molto velocemente. Morì a Vienna, a soli 39 anni. Le sue opere letterarie, come lo straordinario impegno nel tentare di migliorare le condizioni di vita dei bosniaci di ogni religione, stanno tornando ora alla luce.

(in copertina, l’effigie di Ivan Frano Jukić sulla banconota di 1 KM, tratto da Wikipedia.bs)


 

Marijan Beneš, il poeta dal pugno d’acciaio

Marijan Beneš, il poeta dal pugno d’acciaio
Il 4 settembre 2018 è scomparso il grande pugile jugoslavo Marijan Beneš. Nato a Belgrado e cresciuto a Tuzla, aveva scelto Banja Luka come sua città. Si ripropone un articolo scritto da Edvard Cucek pochi giorni dopo la scomparsa del pugile e poeta (articolo già apparso su Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa il 12/09/2018).

Il 4 settembre, nella “sua amata Banja Luka” si è spento all’età di 67 anni il grande pugile Marijan Beneš. E’ stato uno dei migliori pugili europei e una vera leggenda del pugilato jugoslavo. E’ spirato dopo una lunga malattia, un po’ dimenticato, se non da tutti sicuramente da tanti.

I suoi ultimi giorni in ospedale, come del resto gli anni che li hanno preceduti, da quando era rientrato in Bosnia Erzegovina, sono trascorsi senza il dovuto interesse delle autorità locali e del “Comitato olimpico della Bosnia Erzegovina”. Beneš lascia un vuoto nella città alla quale ha dato tutto e dove ha perso quasi tutto pur senza mai smettere si sentirsene parte anche quando la città ha cambiato il suo volto e lui da cittadino, è stato trattato come straniero.

Non era nemmeno un vero “banjalucanin”. Era infatti nato a Belgrado nel 1951 e fino ai suoi 16 anni ha poi vissuto a Tuzla. La sua carriera inizia nel 1967 quando ancora minorenne finisce nel club di pugilato “Slavija” a Banja Luka. In pochi anni vincerà moltissimo nelle categorie amatoriali, periodo culminato con la vittoria della medaglia d’oro agli europei per amatori nel 1973 a Belgrado.

Nel 1977 passa poi al professionismo e di 39 incontri ne vincerà 32 di cui addirittura 21 con il suo famoso “colpo di martello” che finiva con l’avversario steso definitivamente sul pavimento e con il pubblico in delirio.

Campione europeo

Un evento del lontano 1979 racconta della straordinarietà di questo “ragazzo semplice”. Il 17 marzo di quell’anno si avverò uno dei più grandi desideri di Marijan: combattere per il titolo di campione d’Europa nella propria terra. Non solo in Jugoslavia, ma addirittura a Banja Luka, la città che riteneva sua in tutti i sensi. Lo sfidante era il temibile francese nato in Tunisia Gilbert Cohen. Dal 1974 al 1975 in 25 incontri ne aveva persi solo 4.

L’incontro era organizzato in una sala del complesso sportivo “Borik”. Anche se aveva pochi anni di vita, si temette addirittura per la staticità del edifico. La sala destinata ad ospitare l’evento venne stipata con molte più persone della capienza massima. L’intera città era in stato d’allerta. Dopo pochi secondi dal gong del quarto round su Gilbert Cohen scese una pioggia di colpi precisi e inarrestabili. Il campione francese che difendeva il titolo europeo finì sul pavimento del ring, immobile e con un tentativo di rialzarsi che, a vederlo ancora oggi, fa tenerezza.

Tutt’oggi i testimoni di questo evento straordinario sparsi sull’intero globo si raccontano che la città non ha mai vissuto un’agitazione simile a quel giorno primaverile. Le strade erano deserte. Tutta la città sembrava essersi versata davanti al complesso sportivo e i più fortunati nella sala dell’incontro. I bambini e i vecchi davanti ai televisori.

Dopo la vittoria così spettacolare, che andò oltre ogni ottimistica previsione, la gente portò a braccia il proprio eroe per le vie della città. Fu una festa indimenticabile. Marijan aveva vinto il titolo del campione d’Europa nella propria città, davanti ai concittadini, che lo amavano tantissimo. Ad un passo dal titolo di campione del mondo, nel 1980, dovette rinunciare per gravi problemi ad un occhio. Dopo lo perderà purtroppo. Decise di ritirarsi dal mondo della boxe nel 1983, facendo solo qualche match di esibizione fino agli anni Novanta.

Figlio di un insegnate di musica di origini ceche nato in Vojvodina presso una famiglia cattolica e di un’insegnante originaria della regione della Lika, in Croazia, di famiglia ortodossa Marijan da giovane frequenta la scuola di musica, suona il flauto e il pianoforte e un po’ anche il violino.

Crebbe a Tuzla, città all’epoca multietnica (tante altre città bosniache lo erano) e nella sua infanzia sia l’appartenenza etnica che la religione furono elementi irrilevanti. Lontano da queste questioni si dichiarava da giovane semplicemente “jugoslavo”.

La guerra

Amava la Jugoslavia, i suoi popoli e il Presidente Tito. Con queste convinzioni sentirà addosso tutta la negatività portata dalla guerra degli anni Novanta e dalla pulizia etnica che colpì anche la sua città.

I primo tragico evento che lo colpì personalmente fu la morte del fratello Ivica, attivo nella politica locale e ucciso da estremisti serbi in quanto visto come un pericolo per il nuovo ordine nel quale per i non serbi della città non c’era più posto. Né mandante né esecutore di questo crimine saranno mai scoperti e processati.

Poco dopo Marijan Beneš venne brutalmente aggredito davanti al bar di sua proprietà da un gruppo di cittadini. “Chi è più forte adesso campione?” fu l’ultima cosa che sentì dopo essere caduto a terra, dolente e umiliato laddove solo pochi anni prima era una leggenda vivente. Racconterà tutto il suo dolore per questa aggressione in varie interviste rilasciate negli anni successivi.

Per la sua presunta appartenenza alla religione cattolica veniva considerato croato e quindi Marijan, come tanti altri non serbi di Banja Luka, dovette fuggire temendo per la propria vita. Considerandosi sempre jugoslavo decise di scappare in quello che rimaneva della Jugoslavia, ormai in fase di violenta dissoluzione, e si rifugiò a Belgrado. Una città però che gli fu subito ostile. In quegli anni lui veniva semplicemente identificato come un “ustascia”, un estremista croato, uno qualsiasi, insignificante. Nessuno mostrava alcuna empatia per quello che gli stava accadendo.

Dopo una breve permanenza in Serbia, decise di trasferirsi a Zagabria dove si augurava di trovare un po’ di quiete. Ma anche lì non vi fu una grande accoglienza. Tanti non avevano dimenticato le sue dichiarazioni a favore della Jugoslavia, come quando alla vigilia della guerra lui stesso si dichiarava partigiano rifiutandosi di schierarsi con alcuna delle correnti dei nazionalismi appena risvegliatisi. Deluso di quello che era rimasto di questo paese che amava e che lo amava decise di tornare in Bosnia, a Banja Luka, già nel 1996, a guerra appena terminata.

Gli ultimi anni

La sua vita continuò quasi inosservata. In quegli anni tornò alle sue passioni giovanili: la poesia e suonare, per quanto glielo permettessero le mani in più punti fratturate, ricordo degli anni gloriosi.

Tante proprietà dell’eroe di Banja Luka gli erano state espropriate, il suo appartamento svuotato e danneggiato. In condizioni di salute ormai precarie – con problemi di vista e gravi problemi con le corde vocali, Marijan trova sistemazione sia presso qualche lontano parente che presso amici di vecchia data. In una città la cui popolazione è stata “rinnovata” dalla pulizia etnica riesce almeno a muoversi con un rischio ridotto di essere riconosciuto, in un periodo in cui le tensioni ancora non mancavano. Una vita in incognito.

Passeranno molti anni prima che in città ci si accorgesse che l’eroe viveva nuovamente lì. Marijan Beneš riuscirà a riottenere la proprietà su parte di ciò che gli era stato illegittimamente espropriato. Un giornalista sportivo nel 2004 farà un film documentario “C’era un volta un Campione” che gli permetterà di girare i paesi della ex Jugoslavia e di guadagnare qualcosa per vivere dignitosamente.

Qualche anno dopo, riconoscimento arrivato però troppo tardi, gli sarà concessa la cosiddetta “pensione olimpica”. Un importo irrisorio rispetto a quello che lui aveva dato ai propri concittadini. Dall’inizio degli anni 2000 Marijan ha poi iniziato a pubblicare le sue poesie e uno dei suoi libri, di carattere autobiografico, titola “L’altro lato della medaglia”.

Oltre alla poesia Marijan ha fondato – pur con le modeste risorse a sua disposizione – anche una piccola scuola di pugilato per giovani rom. Non lo hanno mai voluto invece come allenatore nel suo club, lo “Slavija” al quale ha portato una gloria mai più raggiunta.

Nella carriera ha combattuto 299 incontri, 272 volte ha vinto, 16 ha perso e 11 volte ha pareggiato.

Addio campione, spero che la tua città saprà valorizzare almeno adesso quanto sei stato un cittadino modesto, altruista, onesto e tragico.

Fiumi, ponti e barche ‘maledette’

Fiumi, ponti e barche ‘maledette’
La barca dajak (pron. “daiak”),  la gondola del Vrbas tipica della zona di Banja Luka, nel racconto di Edvard Cucek (articolo apparso su atlanteguerre.it il 03/11/2017).

Chi è capitato sulle sponde del fiume Vrbas (uno dei fiumi della Bosnia ed Erzegovina Nord Occidentale, sempre particolari, freddi e veloci, soprattutto se le strade lo hanno portato laddove il fiume attraversa una delle città bosniaco erzegovesi oggi contesa e con un bagaglio di ricordi che dagli anni Novanta in poi la rende famosa ma per niente di buono) sicuramente si è accorto che lungo il fiume verde e vivace navigano barchette strane e particolari e a volte difficili da capire.

Chi naviga sta in piedi e Venezia è molto lontana.
Nelle mani non si vedono né remi né pagaia ma un bastone lungo a volte quattro metri.
Il fiume è largo e c’è spazio anche per il battello, però queste barche sono strette e curiosamente molto basse. Su quella larghezza che non supera un metro, la lunghezza di circa otto metri sembra una cosa sproporzionata.

Questi ‘oggetti’ sfiorano il fiume e quando l’osservatore, turista, ospite o semplice ‘ignorante in materia’ si accorge che la direzione in cui avanzano è in realtà quella contro corrente a qualcuno dati, misure e fatti incomprensibili cominciano ad essere po’ più chiari.

Vi presento “La Barca di Vrbas” e il sempre presente “Daiak”, il bastone che la spinge, frena solo se è nelle mani dei coraggiosi custodi di questa tradizione urbana.
Una delle poche tradizioni rimaste e sopravvissute.

Cosa dice la storia?
La Barca e Daiak convivono sul fiume Vrbas ormai da secoli. Li conoscevano già gli Ottomani quando regnavano tutta la Bosnia. Lì hanno trovato in luogo anche gli Austroungarici quando da conquistatori sono arrivati nel 1878 per sostituire una occupazione plurisecolare con un’altra che durerà molto meno. Uno dei documenti usciti per caso allo scoperto dall’“Archivio della Bosanska krajina” che adesso porta un altro nome, dice che durante i primi anni della occupazione austriaca (nel 1879) in una notte di coprifuoco “alcuni disobbedienti bosgnacchi anche se non si vedevano sulle strade si spostavano da una riva all’altra del fiume sulle loro barche lunghe, silenziose e poco visibili” ( una volta erano coperte di catrame) ignorando gli ordini del Governatore.
Conoscendo la mentalità locale direi che in questo caso la violazione dei divieti imposti non era nemmeno accaduta. “Il Governatore impedisce la circolazione sulle piazze e strade”.

Il genio umano anche nel suo piccolo riesce sempre a sorprenderci.
In lingua turca la parola “dayak” significa il bastone nel contesto generalizzato, non un bastone di lunghezza ormai standard con la punta in acciaio detta “stizza” di una forma specifica e simile alla lettera Y. Nessuno mette in dubbio che il nome odierno del bastone derivi ed è quasi identico alla parola di origine turca. Spesso anche la barca di Vrbas viene chiamata “barca daiak” ma incuriosisce la casualità che le tribù del Borneo, i famosi “cacciatori alle teste” usano le barche simili, più grandi di quelle di cui stiamo parlando, e le spingono con il bastone che tutti conosciamo come popoli “Dayak”.
Torniamo in Bosnia ed Erzegovina.

Se questo paese nel ambito di turismo oggi può offrire qualche cosa di particolare, che non si trova nelle altre città e sugli altri fiumi, io personalmente come uniche due attrazioni vedo i tuffi dal “Ponte vecchio” di Mostar e le gite sulle “Barche di Vrbas” o ancora meglio le gare di queste barchette che sono una vera battaglia navale.

I tuffi dal “Ponte vecchio” sono una attrazione turistica, pubblicizzata bene e che porta a Mostar tante persone. La nostra barca, che vive solo su meno di 20 chilometri dell’intera lunghezza del fiume, è quasi sconosciuta. Non è inserita nella offerta turistica della propria città, la sua produzione non è sostenuta dalle autorità locali, non è mai stata pubblicizzata come dovrebbe essere e rischia di morire per la seconda volta.

La prima volta è stata quasi uccisa negli anni Novanta. Dal 1992 al 1995 delle 50 e 60 barche ne sono sopravvissute soltanto sei. Una di queste salvata da un ragazzo, allora minorenne, strappata dalle mani di un soldato ubriaco che stava per prepararsi la legna d’ardere. Miracolosamente si è salvato, seguito da spari. anche il ragazzo regalandoci queste testimonianze.

Le “barche daiak” finivano slegate e lasciate navigare senza controllo lungo il fiume fino alla Sava, un altro fiume che divide la Croazia dalla Bosnia ed Erzegovina. Era impossibile recuperarle una volta finite qualche decina di chilometri lontano dall’ormeggio. Finivano bruciate anche quando ancora sanissime galleggiavano sull’acqua. Oppure, la cosa che intristisce di più, finivano spaccate e bruciate sui fuochi nelle spiagge ormai deserte mentre intorno cantavano i militari evocando la morte e la vendetta, spesso con qualche animale allo spiedo per rendere l’evento più vivace.

A chi dava così tanto fastidio questo oggetto di inusuale bellezza?
Alcune tradizioni, valori, usanze e peculiarità nella città della “Barca di Vrbas” non sono mai state accettate dai “nuovi cittadini”. Come spesso accade quando il rurale incontra l’urbano nelle aree urbane ci si inserisce ed integra con molte difficoltà. A volte il “nuovo cittadino” non accetta il suo nuovo insediamento. A volte questa diffidenza si riesce a trasmettere anche ai propri figli rendendoli sempre cauti verso le cose sconosciute. Sconosciute ai giovani, nati ormai lontano dall’ambiente rurale di provenienza, soltanto per il fatto che i genitori cercavano nell’infanzia e più avanti di tenerli lontano dalle realtà incompatibili con il loro habitat originario.

 

Dajak
La “barca daiak” sul fiume Vrbas (dal sito klix.ba)

 

Lo si vedeva all’inizio del 20esimo secolo, tra le due Guerre mondiali. Già in quel periodo la barca si stava trasformando da mezzo di trasporto delle merci, utile quando le fangose e strette stradine della città erano sommerse dalla neve, in un oggetto di prestigio, della gioventù che cercava la libertà, ma anche della fascia media benestante che poteva permettersela.

Sfogliando i vecchi album fotografici, guardando le foto dei primi decenni del secolo scorso con dietro le descrizioni, le date e i nomi delle persone fotografate, il tutto ovviamente legato alle giornate trascorse sul fiume, nella barca o accanto a lei, non sfugge all’occhio che ogni gruppo di giovani sorridenti immortalati con lo scatto della magia fotografica rappresenta una piccola Europa, un multiculturalismo “galleggiante”, unico e possibile solo a quell’epoca e in quel logo.

Non c’è una fotografia sul quale i fotografati barcaioli non appartengono ai popoli originariamente lontani tante centinaia di chilometri. Dall’Ucraina all’Italia, dalla Bulgaria alle fredde pianure teutoniche. Tutti senza né pensare né sapere il vero, perché trovatisi a vivere e convivere nelle terre bosniache. Storicamente la “Barca di Vrbas” era custodita dalle famiglie su cui le case erano affacciate: potevano usarla quotidianamente ed era normale vederla trasformarsi da anatroccolo nero, imbrattato di catrame in cigno bianco, slanciato, rivoluzionato, e veloce in modo da diventare un desiderio dei giovani pieni di voglia di essere visti, notati e apprezzati come ragazzi del fiume con il daiak nelle mani.

Il caso vuole che sulle sponde di quel fiume in quell’epoca quelle famiglie erano mussulmane bosniache. L’altro caso vuole che con l’arrivo degli Austriaci ed Ungheresi e, inserendo la Bosnia ed Erzegovina in un nuovo contesto, la composizione della popolazione sia cambiata già dai primi anni dell’amministrazione Austroungarica. Ai nuovi abitanti tra cui tanti imprenditori e industriali arrivati da quelle parti anche con un po’ di spirito avventuriero dai paesi dove rilassarsi remando in qualche barca non era cosa strana, ma soprattutto ai loro figli la nostra “barca daiak” piacerà molto. L’amore a prima vista e le condizioni economiche che molto spesso proprio a loro permettevano di seguire la nuova moda di navigare sul fiume caricando sulla barca soltanto 3-4 amici, oppure qualche bella ragazza borghese. Ormai non la conoscevano diversamente ma soltanto come simbolo della borghesia, gioventù libera che è riuscita a trasformare un oggetto a prima vista semplice e insignificante in un simbolo della propria appartenenza che non si può descrivere utilizzando la chiave etnica e religiosa. Una appartenenza al “viale” più famoso e amato dei loro giorni felici: il loro carissimo fiume Vrbas.

Oggi non sappiamo con certezza se in quel posto ci sono ancora abbastanza giovani entusiasti per salvarla.

Non per niente oggi gli unici che dobbiamo ringraziare perché questo testimone della storia vissuta intorno al fiume verde sono due ragazzi insieme al loro zio, discendenti dei coraggiosi friulani spintisi nelle terre appena lasciate dagli Ottomani per cercare fortuna e successo.

La famiglia Zamolo, originaria di Tavagnacco in provincia di Udine, inizialmente due fratelli Mario ed Antonio, il primo geniale costruttore/innovatore delle barche ed il secondo imbattibile vincitore di tutte le gare delle barche negli anni Sessanta e Settanta e poi i figli di Antonio, scomparso nel 2006, Dario ed Andrej. Sono infatti gli unici rimasti di diverse famiglie che alla produzione e manutenzione di questi gioiellini si dedica con passione e serietà. Gli unici custodi di una tradizione plurisecolare, salvo qualche caso di fabbricazione di poche unità esclusivamente per la proprie famiglie fatte dagli altri e fuori dalla officina degli Zamolo.

Gli unici grazie per i quali oggi abbiamo il Daiak club che insegna ai giovani come avventurarsi nel mondo delle veloci gondole bosniache. Oltre che trasmettere l’amore ed il rispetto per la città che la propria identità, anche quella di oggi in diversi modi mutilata. Gli Zamolo in questa loro battaglia sono abbastanza soli, lasciati ad un incerto destino. Un po’ per l’invidia, un po’ per la solita negligenza del classico uomo “balcanico”, un po’ perché per il momento il fenomeno non porta i soldi nelle tasche degli onnipotenti terrestri della città stessa. Anche se nessuno può negare che l’aspetto delle barche che si vede oggi rispetti gli standard impostati tanti anni fa dal geniale Mario Zamolo, un riconoscimento dovuto a lui e a loro non è mai stato dato.

Se sarà la fine o l’inizio di una riscoperta per adesso è molto difficile indovinare.

“Cum grano salis”: Tuzla, città del sale, città disobbediente

“Cum grano salis”: Tuzla, città del sale, città disobbediente

di Edvard Cucek (articolo già apparso su Ossevatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa il 12/12/2018)

Trg Slobode (Foto tratta da tuzlanski.ba)
Trg Slobode (Foto tratta da tuzlanski.ba)

Potrebbe essere un esempio per le altre città bosniaco-erzegovesi e invece rimane un caso “anomalo”, estraneo o quasi alle divisioni etniche e alla spartizione del potere diffusi in quasi tutto il resto del paese.  

La città di Tuzla resiste ancora e continua a rappresentare l’unico posto dove, secondo il sottoscritto, vive ancora la Bosnia multiculturale, tollerante e dal volto umano.

Tuzla, a nord della Bosnia, è stata tra le poche città bosniache, l’unica tra le grandi città, dove nelle prime elezioni democratiche dopo il referendum per l’indipendenza dalla Jugoslavia non vinse nessuno dei tre partiti di forte orientamento nazionalista. A Tuzla vinsero i “Riformisti”, Socialisti riformati guidati dall’allora premier della Jugoslavia Ante Marković.

Solo a Tuzla questo partito ebbe la forza di sconfiggere i richiami delle onde di populismo, promesse dai nazionalismi in avanzata che proponevano le armi e i “diritti al suolo” invece che lavoro e la pace. All’epoca lo guidava Selim Bešlagić, che sarebbe diventato sindaco della città per ben due mandati. Grazie a quest’uomo Tuzla resterà un’oasi di tolleranza, almeno per quanto consentito dalle circostanze e dai vicini fronti di conflitto, per i lunghi 4 anni della sanguinosa guerra bosniaca.

La Tuzla multietnica sopportò anche l’impatto del genocidio di Srebrenica, accogliendo più di 67’000 profughi dalla Bosnia orientale. I risultati e le differenze tra i censimenti del 1991 e quello del 2013 dimostrano che il cambiamento della composizione di popolazione urbana e delle zone limitrofe a Tuzla è molto minore rispetto a tutte le altre città, nonostante l’enorme flusso di profughi provenienti dalle zone devastate lungo il fiume Drina. La città vanta ancora oggi una sostanziosa presenza di minoranze etniche e linguistiche tra le quali quella italiana, in mezzo a cui spicca quella di origine trentina e primierotta. Secondo i risultati del censimento del 2013, gli “altri” (ovvero i cittadini non appartenenti ai 3 popoli costitutivi) a Tuzla sono addirittura 9143. Assieme ai “non dichiarati”, questi rappresentano il 10% sulla popolazione totale, che sfiora i 100 mila abitanti.

La città sulle miniere di sale è riuscita a sopravvivere alla guerra, ma ha dovuto affrontare una seconda sfida a partire dal 1995. Selim Bešlagić sarà confermato primo cittadino anche dopo la guerra e ricoprirà questo incarico fino al 2001. Già nei primi anni 2000 questa municipalità, prima del conflitto molto industrializzata, sembrava sprofondare nell’abisso creatosi dopo la distruzione del tessuto industriale che aveva garantito lavoro e guadagno a gran parte dei suoi cittadini e alle loro famiglie. Destinata al lento declino in quanto “disobbediente”, la città di Tuzla e i suoi abitanti hanno sostenuto per anni il Partito Social Democratico (SDP) e il suo candidato sindaco. Fino ad oggi, la città non si è mai arresa alle promesse dei politici nazionalisti.
Una scelta, questa, che ha portato questo territorio ad essere malvisto dai governi centrali e cantonali, composti quasi sempre dalla maggioranza dei partiti di forte orientamento nazionalista.
Pochi mesi dopo la firma degli accordi di Dayton, una volta fermato il conflitto, i “tuzlazi” hanno capito rapidamente che la loro  città disobbediente e “rossa” sarebbe stata tra le ultime sulla lista degli aiuti internazionali per le ricostruzioni.

Mentre a Sarajevo si ricostruiva e si investiva, mentre la parte della Bosnia governata dai serbo bosniaci si gestiva gli aiuti internazionali e statali scegliendo con cura di organizzare la prosperità del territorio da loro controllato, tutta la zona di Tuzla era completamente e volutamente trascurata

Il sale e le voragini

La vocazione estrattiva di Tuzla nel frattempo ha iniziato a rivelare conseguenze nefaste. Gli edifici, anche nel centro storico, hanno lentamente iniziato a sprofondare nelle voragini che si aprivano a causa degli scavi sotterranei effettuati per l’estrazione del sale. Le conseguenze sulla viabilità sono diventate un problema serio. In seguito agli abbassamenti del terreno, sono crollati gli acquedotti, la rete fognaria e quella di fornitura elettrica. Affrontare questa situazione era un compito pari ad una missione impossibile per il successore sindaco del leggendario Selim Bešlagić.

Il nuovo primo cittadino di Tuzla, Jasmin Imamović, eletto nel 2001 per un mandato che fu il primo dei cinque, l’ultimo confermato nel 2016, era persona con convinzioni antifasciste confermate nei fatti e in tutte le occasioni e dichiarazioni ribadite. Imamović è anche scrittore, e si deve a lui uno dei premi per la letteratura più prestigiosi in tutta la Bosnia ed Erzegovina, il premio letterario “Meša Selimović”.

La sua prima battaglia vinta è stato il salvataggio del nucleo storico della città dagli sprofondamenti causati dall’estrazione di sale. Dopo il crollo dell’esportazione industriale, e venuto meno anche il mercato della ex Jugoslavia, i giganti industriali della lavorazione del sale e dei suoi derivati sono caduti uno dopo l’altro. L’ultimo colpo sarà quello della privatizzazione selvaggia che distruggerà anche quello che gli ex-dipendenti avevano salvato dalle granate e dalle rapine.

Insieme agli sprofondamenti continui, il problema ormai storico della fornitura dell’acqua potabile divenne ancora più grave. Le prime riduzioni giornaliere dell’acqua sono state registrate nel 1931 e, causa l’assestamento del terreno sottostante, il problema non è stato risolto in maniera definitiva nemmeno durante la Jugoslavia socialista. La città rischiava di rimanere a secco nonostante disponesse di risorse idriche ben superiori ai bisogni della popolazione. Il Sindaco Imamović avviò una corsa contro il tempo e, come tra i bosniaci spesso succede, contro tutti per dare finalmente l’acqua potabile ad ogni cittadino in qualsiasi parte della città 24 ore al giorno. E in questo tentativo, molti vedevano un fallimento garantito e la fine del Sindaco- scrittore.

Imamović, il quale per un periodo di 10 giorni diresse i cantieri personalmente, divise la città in piccole zone di fornitura indipendenti dalla rete principale. Il primo passo fu la sostituzione dei tubi di asbesto fatiscenti e superati come soluzione accettabile per la fornitura d’acqua. Il successivo, la costruzione di una vera fabbrica dell’acqua. Grazie agli investimenti, trovati anche personalmente (soprattutto quello del governo ungherese), nel 2006 è entrata in funzione “Cerik”, la fabbrica dell’acqua potabile. La tecnologia avanzata della “Zenon” ungherese, figlia della multinazionale General Electric, che si alimenta del lago di accumulazione artificiale Modrac, ha messo fine alle riduzioni dell’acqua durate quasi più di 70 anni.

Tuzla (foto tratta dal sito di Deutsche Welle)
Tuzla (foto tratta dal sito di Deutsche Welle)

Una volta affrontato il problema dell’acqua potabile, a Tuzla fu avviato il progetto della cosiddetta “Panonika”, già nominata da Selim Bešlagić nel suo libro “Tuzland” del 2000. Nel volume si parla già del lago (poi diventeranno i laghi) salato in centro città. I laghi si riempiono quotidianamente di una miscela filtrata d’acqua fornita dalla già nominata fabbrica dell’acqua e delle acque saline provenienti dai pozzi situati nelle vicinanze del complesso, che contribuiscono alla salinità dell’acqua nei laghi per circa il 30%.

La prima tappa della realizzazione di un complesso balneare fu la creazione di un primo lago salato nel 2003, che ad oggi rimane l’unico esempio di lago salato in Europa. Successivamente, nel 2006, è stata messa in funzione la replica di un insediamento neolitico, corredato da un museo (sojeničko naselje) di case di legno e di paglia costruite su pali alti anche più di 2 metri. Questo tipo di abitazione è caratteristico per la pianura rimasta dopo il prosciugamento dell’antico Mare Pannonico. Nel 2008 fu aperto un altro lago di capienza minore rispetto al precedente, e alla fine nel 2012 le cascate d’acqua salata e l’ultimo dei tre laghi, il più piccolo ma anche esso pronto ad ospitare circa 2500 bagnanti al giorno. La superficie totale dei laghi è di 75 000 metri quadrati di cui solo le spiagge di ghiaia coprono 22 000 metri quadrati. I laghi salati della “Pannonica” oggi possono ospitare 17 000 persone al giorno.

Laghi salati

Dal 2003 al 2017 sono stati venduti più 4 milioni di biglietti d’ingresso. I giornalisti stranieri nella scoperta di questo fenomeno continentale spesso fanno il paragone tra la famosissima via principale conosciuta come “Stradun” a Dubrovnik con il centro storico di Tuzla nei mesi di picco della stagione estiva. La Società per azioni “Pannonica” oggi impiega 150 persone, senza calcolare gli aumenti della richiesta del personale in tutte le strutture di contorno che offrono servizi per un soggiorno piacevole e sicuro.

L’aeroporto di Tuzla, convertito nel 1998 da aeroporto militare in aeroporto civile, è al primo posto di voli venduti ormai da qualche anno in tutta la Bosnia e l’anno scorso ha registrato un record, 32% in più rispetto alle previsioni, per un numero di 535 000 biglietti venduti. Grazie alla compagnia low cost ungherese “Wizz Air”, l’aeroporto di Tuzla sta diventando lo snodo principale tra Zagabria e Belgrado.

La culla delle proteste del 2014

Tuzla può vantare anche il fatto che i suoi cittadini nei primi giorni di febbraio del 2014 diedero inizio alle prime serie proteste sociali poi allargatesi sul territorio dello Stato intero. Le proteste iniziarono e finirono a Tuzla ed erano dimostrazione di un profondo disagio e di sfiducia nei confronti della classe politica e dirigente che dopo le distruzioni di guerra, dalle quali questa zona era parzialmente risparmiata, era riuscita a distruggere ogni aspettativa di ripresa in un contesto altamente industrializzato che dava almeno uno spiraglio di speranza di recupero della produzione.  L’unica città dove i cittadini non si sono fermati finché il governatore del Cantone di Tuzla Sead Čaušević non rassegnò le dimissioni.

L’unica città bosniaca dove la polizia, dopo che per diversi giorni dal 05.02 al 08.02 del 2014 difese la sede del governo del Cantone di Tuzla, decise di abbassare le armi e di solidarizzarsi con i cittadini che protestavano. Dopo quel gesto i loro concittadini li accolsero con abbracci e applausi.

Credo che le svolte come questa siano se non uniche allora sicuramente rarissime non soltanto nel sud est dell’Europa ma anche nel resto del mondo.

Proteste a Tuzla nel 2014, filmato Youtube

Sarà dovuto proprio a queste proteste, alle dimissioni del governatore Čaušević, allo spirito di una città che nutre ancora i valori di antifascismo e dei diritti della classe operaia, però già nel 2015 le ex dipendenti, le donne della fabbrica dei detersivi Dita Tuzla, hanno riavviato la produzione dopo un lungo periodo di fermo assoluto. Un’esperienza che ricorda in qualche modo il modello di autogestione socialista. Le operaie presero in mano l’intera gestione delle fasi di produzione, con l’obiettivo finale di rilanciare sul mercato alcuni prodotti, pur in quantità limitata ma di nicchia, e per i quali il governo sia cantonale che centrale promise di dare gli spazi agevolati per le vendite. Le operaie si occupavano anche della catena di distribuzione.

Tuzla e libertà

Senza dubbio, Tuzla è sempre stata una città particolare. Qualche decennio fa era conosciuta come “slobodarska Tuzla”. Tradotto non sarebbe proprio “Tuzla libera” ma di più una città che ama e crea la libertà. Semplicemente due cose che vanno insieme una accanto ad altra. Tuzla e libertà!

Il 2 ottobre del 1943, Tuzla diventò il più vasto territorio libero dai nazifascisti nella Germania di Hitler. La prima vittoria di una importanza strategica fino ad allora mai ottenuta, e tutt’oggi i suoi cittadini amano sottolineare questo fatto.

Nonostante abbiano avuto la fortuna di avere due umanisti e visionari come sindaci, i cittadini di Tuzla non conoscono tregua. Il primo dei due sindaci è riuscito a salvaguardare il carattere multietnico della città nonostante gli attacchi da parte delle forze dei serbo bosniaci e diversi piani per ostacolare la sua resistenza realizzati anche in regia delle forze armate dei croato bosniaci. Il leggendario Selim Bešlagić ha evitato in tutti i modi di permettere gli accanimenti contro le minoranze civili ma anche contro quelli capaci di combattere e non arruolati nella “Armija BiH”, armata della Bosnia ed Erzegovina. Sulla lunga lista di riconoscimenti internazionali nell’ambito dei diritti umani ce n’è una che personalmente mi colpisce molto: il fatto che Selim Bešlagić sia il fondatore delle “Olimpiadi speciali bosniache”, una specie di giochi paraolimpici per le persona colpite dalle malattie mentali. Una cosa lodevole che rende questa persona veramente ammirabile e speciale.

Il secondo sindaco, Imamović, ha voluto e ha saputo portare avanti quanto iniziato dal suo predecessore. Con la fondazione del Festival Internazionale della letteratura nominato “Cum grano salis”, il Sindaco Jasmin Imamović ha già dato un po’ di speranza ad una società che si sta deteriorando ogni giorno di più. Non si può che essere d’accordo con la sua iniziativa, se si pensa che questi tempi non richiedono altro che un pizzico di buon senso.  Sempre lui come promotore di un miracolo turistico. Promotore di una nuova sorte di turismo continentale che ogni estate attrae un numero dei turisti della Serbia, Croazia, Ungheria, Slovenia bensì quelli bosniaci quattro volte superiore al numero degli abitanti.

Sempre Imamović ha osato dire che l’esistenza dei Cantoni stessi, le unità amministrative in cui è stata suddivisa la parte dello Stato bosniaco conosciuta come Federazione della Bosnia ed Erzegovina, sarebbe da rivedere visti gli enormi costi di un apparato burocratico inefficiente, spesso corrotto che l’economia di questo paese non si può più permettere.

Anche lui sulla lunga lista dei riconoscimenti e premi internazionali sarà ricordato come quadruplo vincitore del riconoscimento “Beacon” per il celere sviluppo economico e turismo e per l’efficacia energetica raggiunta dalla città durante la sua amministrazione. Sarà ricordato, anche questo non è un fenomeno molto diffuso, come premiato dal “Associazione delle città multietniche del sud est Europa” per il contributo straordinario alla divulgazione della multiculturalità nel sud est Europa. Diverse volte è stato nominato come personaggio dell’anno in Bosnia ed Erzegovina.

L’autostrada della pace mancata

Pur ammettendo che la città di Tuzla rappresenta un’anomalia, nel senso positivo del termine, non si può pensare che tutte le battaglie sono ormai state combattute e vinte. L’anno 2017 ha messi i cittadini di Tuzla davanti ad un’altra incognito.

L’attuale progetto dell’autostrada Sarajevo- Belgrado, tanto nominata e tra i bosniaci conosciuta come “Autostrada della Pace”, potrebbe infatti deviare il passaggio dal Cantone di Tuzla, aggirando la città stessa ed escludendola così dai benefici derivanti dalla nuova infrastruttura.

Un danno significativo, se si pensa che solo dal Cantone di Tuzla, senza considerare il resto della regione, le esportazioni verso la Serbia nel 2016 erano pari a 76 milioni di euro.

La soluzione del cosiddetto Y, che tutela gli interessi di Tuzla, risulta sconveniente al governo di Sarajevo. Si spinge invece la variante che da Sarajevo porterebbe a Višegrad per collegare il Sangiaccato in Serbia con la capitale della Serbia. Quasi tutto il percorso sarebbe realizzato sul territorio della RS. L’autostrada della Pace, secondo il governo della Federazione di BiH, così attraverserebbe un territorio con poche migliaia di persone per permettere un collegamento unico dalla Erzegovina del sud attraverso la capitale serba passando per il Sangiaccato e arrivando alla capitale bosniaca.

Alla fine di questo percorso, il collegamento autostradale lascerebbe tutta la parte della Bosnia nord occidentale che ancora produce e consuma completamente fuori. Pare incomprensibile sentirlo dai partiti e politici di un certo orientamento che li unisce nel parlare di Bosnia unità e centralizzata. Un altro prezzo che i “tuzlazi” potrebbero pagare per la loro non appartenenza etnica. Spero vivamente che vincerà quel “cum grano” di buon senso e ragionevolezza.

Auspico tanta forza e fortuna a questi guerrieri anche nei tempi di pace ricordando l’episodio più doloroso e vergognoso che hanno saputo vivere in dolore ma dignitosamente.

Il 25 maggio del 1995 dalle posizioni dell’esercito serbo bosniaco sul monte Ozren furono sparate diverse granate su una folla di giovani usciti fuori proprio in quel giorno che ricordiamo come “Festa della gioventù”. In quella data, scelta anche dal Presidente jugoslavo Tito per festeggiare il proprio compleanno, le bombe bruciarono 71 giovanissime vite. I feriti furono quasi 150. Quel pomeriggio resta impresso nella nostra memoria come “strage di Tuzlanska kapija” (Portico di Tuzla). La città di Tuzla era stata dichiarata “zona protetta” dalle Nazioni Unite dal 1993.

Quegli innocenti, morti forse sorridendo, sono stati sepolti insieme nel complesso memoriale Slana Banja. La decisione presa da tutti i genitori appartenenti a diversi gruppi etnici e appoggiata dal loro Sindaco che si è opposto personalmente ai tentativi delle rappresentanze religiose di ostacolare questo gesto insolito e nobile.