Bosnia Erzegovina

Marijan Beneš, il poeta dal pugno d’acciaio

Marijan Beneš, il poeta dal pugno d’acciaio
Il 4 settembre 2018 è scomparso il grande pugile jugoslavo Marijan Beneš. Nato a Belgrado e cresciuto a Tuzla, aveva scelto Banja Luka come sua città. Si ripropone un articolo scritto da Edvard Cucek pochi giorni dopo la scomparsa del pugile e poeta (articolo già apparso su Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa il 12/09/2018).

Il 4 settembre, nella “sua amata Banja Luka” si è spento all’età di 67 anni il grande pugile Marijan Beneš. E’ stato uno dei migliori pugili europei e una vera leggenda del pugilato jugoslavo. E’ spirato dopo una lunga malattia, un po’ dimenticato, se non da tutti sicuramente da tanti.

I suoi ultimi giorni in ospedale, come del resto gli anni che li hanno preceduti, da quando era rientrato in Bosnia Erzegovina, sono trascorsi senza il dovuto interesse delle autorità locali e del “Comitato olimpico della Bosnia Erzegovina”. Beneš lascia un vuoto nella città alla quale ha dato tutto e dove ha perso quasi tutto pur senza mai smettere si sentirsene parte anche quando la città ha cambiato il suo volto e lui da cittadino, è stato trattato come straniero.

Non era nemmeno un vero “banjalucanin”. Era infatti nato a Belgrado nel 1951 e fino ai suoi 16 anni ha poi vissuto a Tuzla. La sua carriera inizia nel 1967 quando ancora minorenne finisce nel club di pugilato “Slavija” a Banja Luka. In pochi anni vincerà moltissimo nelle categorie amatoriali, periodo culminato con la vittoria della medaglia d’oro agli europei per amatori nel 1973 a Belgrado.

Nel 1977 passa poi al professionismo e di 39 incontri ne vincerà 32 di cui addirittura 21 con il suo famoso “colpo di martello” che finiva con l’avversario steso definitivamente sul pavimento e con il pubblico in delirio.

Campione europeo

Un evento del lontano 1979 racconta della straordinarietà di questo “ragazzo semplice”. Il 17 marzo di quell’anno si avverò uno dei più grandi desideri di Marijan: combattere per il titolo di campione d’Europa nella propria terra. Non solo in Jugoslavia, ma addirittura a Banja Luka, la città che riteneva sua in tutti i sensi. Lo sfidante era il temibile francese nato in Tunisia Gilbert Cohen. Dal 1974 al 1975 in 25 incontri ne aveva persi solo 4.

L’incontro era organizzato in una sala del complesso sportivo “Borik”. Anche se aveva pochi anni di vita, si temette addirittura per la staticità del edifico. La sala destinata ad ospitare l’evento venne stipata con molte più persone della capienza massima. L’intera città era in stato d’allerta. Dopo pochi secondi dal gong del quarto round su Gilbert Cohen scese una pioggia di colpi precisi e inarrestabili. Il campione francese che difendeva il titolo europeo finì sul pavimento del ring, immobile e con un tentativo di rialzarsi che, a vederlo ancora oggi, fa tenerezza.

Tutt’oggi i testimoni di questo evento straordinario sparsi sull’intero globo si raccontano che la città non ha mai vissuto un’agitazione simile a quel giorno primaverile. Le strade erano deserte. Tutta la città sembrava essersi versata davanti al complesso sportivo e i più fortunati nella sala dell’incontro. I bambini e i vecchi davanti ai televisori.

Dopo la vittoria così spettacolare, che andò oltre ogni ottimistica previsione, la gente portò a braccia il proprio eroe per le vie della città. Fu una festa indimenticabile. Marijan aveva vinto il titolo del campione d’Europa nella propria città, davanti ai concittadini, che lo amavano tantissimo. Ad un passo dal titolo di campione del mondo, nel 1980, dovette rinunciare per gravi problemi ad un occhio. Dopo lo perderà purtroppo. Decise di ritirarsi dal mondo della boxe nel 1983, facendo solo qualche match di esibizione fino agli anni Novanta.

Figlio di un insegnate di musica di origini ceche nato in Vojvodina presso una famiglia cattolica e di un’insegnante originaria della regione della Lika, in Croazia, di famiglia ortodossa Marijan da giovane frequenta la scuola di musica, suona il flauto e il pianoforte e un po’ anche il violino.

Crebbe a Tuzla, città all’epoca multietnica (tante altre città bosniache lo erano) e nella sua infanzia sia l’appartenenza etnica che la religione furono elementi irrilevanti. Lontano da queste questioni si dichiarava da giovane semplicemente “jugoslavo”.

La guerra

Amava la Jugoslavia, i suoi popoli e il Presidente Tito. Con queste convinzioni sentirà addosso tutta la negatività portata dalla guerra degli anni Novanta e dalla pulizia etnica che colpì anche la sua città.

I primo tragico evento che lo colpì personalmente fu la morte del fratello Ivica, attivo nella politica locale e ucciso da estremisti serbi in quanto visto come un pericolo per il nuovo ordine nel quale per i non serbi della città non c’era più posto. Né mandante né esecutore di questo crimine saranno mai scoperti e processati.

Poco dopo Marijan Beneš venne brutalmente aggredito davanti al bar di sua proprietà da un gruppo di cittadini. “Chi è più forte adesso campione?” fu l’ultima cosa che sentì dopo essere caduto a terra, dolente e umiliato laddove solo pochi anni prima era una leggenda vivente. Racconterà tutto il suo dolore per questa aggressione in varie interviste rilasciate negli anni successivi.

Per la sua presunta appartenenza alla religione cattolica veniva considerato croato e quindi Marijan, come tanti altri non serbi di Banja Luka, dovette fuggire temendo per la propria vita. Considerandosi sempre jugoslavo decise di scappare in quello che rimaneva della Jugoslavia, ormai in fase di violenta dissoluzione, e si rifugiò a Belgrado. Una città però che gli fu subito ostile. In quegli anni lui veniva semplicemente identificato come un “ustascia”, un estremista croato, uno qualsiasi, insignificante. Nessuno mostrava alcuna empatia per quello che gli stava accadendo.

Dopo una breve permanenza in Serbia, decise di trasferirsi a Zagabria dove si augurava di trovare un po’ di quiete. Ma anche lì non vi fu una grande accoglienza. Tanti non avevano dimenticato le sue dichiarazioni a favore della Jugoslavia, come quando alla vigilia della guerra lui stesso si dichiarava partigiano rifiutandosi di schierarsi con alcuna delle correnti dei nazionalismi appena risvegliatisi. Deluso di quello che era rimasto di questo paese che amava e che lo amava decise di tornare in Bosnia, a Banja Luka, già nel 1996, a guerra appena terminata.

Gli ultimi anni

La sua vita continuò quasi inosservata. In quegli anni tornò alle sue passioni giovanili: la poesia e suonare, per quanto glielo permettessero le mani in più punti fratturate, ricordo degli anni gloriosi.

Tante proprietà dell’eroe di Banja Luka gli erano state espropriate, il suo appartamento svuotato e danneggiato. In condizioni di salute ormai precarie – con problemi di vista e gravi problemi con le corde vocali, Marijan trova sistemazione sia presso qualche lontano parente che presso amici di vecchia data. In una città la cui popolazione è stata “rinnovata” dalla pulizia etnica riesce almeno a muoversi con un rischio ridotto di essere riconosciuto, in un periodo in cui le tensioni ancora non mancavano. Una vita in incognito.

Passeranno molti anni prima che in città ci si accorgesse che l’eroe viveva nuovamente lì. Marijan Beneš riuscirà a riottenere la proprietà su parte di ciò che gli era stato illegittimamente espropriato. Un giornalista sportivo nel 2004 farà un film documentario “C’era un volta un Campione” che gli permetterà di girare i paesi della ex Jugoslavia e di guadagnare qualcosa per vivere dignitosamente.

Qualche anno dopo, riconoscimento arrivato però troppo tardi, gli sarà concessa la cosiddetta “pensione olimpica”. Un importo irrisorio rispetto a quello che lui aveva dato ai propri concittadini. Dall’inizio degli anni 2000 Marijan ha poi iniziato a pubblicare le sue poesie e uno dei suoi libri, di carattere autobiografico, titola “L’altro lato della medaglia”.

Oltre alla poesia Marijan ha fondato – pur con le modeste risorse a sua disposizione – anche una piccola scuola di pugilato per giovani rom. Non lo hanno mai voluto invece come allenatore nel suo club, lo “Slavija” al quale ha portato una gloria mai più raggiunta.

Nella carriera ha combattuto 299 incontri, 272 volte ha vinto, 16 ha perso e 11 volte ha pareggiato.

Addio campione, spero che la tua città saprà valorizzare almeno adesso quanto sei stato un cittadino modesto, altruista, onesto e tragico.

Fiumi, ponti e barche ‘maledette’

Fiumi, ponti e barche ‘maledette’
La barca dajak (pron. “daiak”),  la gondola del Vrbas tipica della zona di Banja Luka, nel racconto di Edvard Cucek (articolo apparso su atlanteguerre.it il 03/11/2017).

Chi è capitato sulle sponde del fiume Vrbas (uno dei fiumi della Bosnia ed Erzegovina Nord Occidentale, sempre particolari, freddi e veloci, soprattutto se le strade lo hanno portato laddove il fiume attraversa una delle città bosniaco erzegovesi oggi contesa e con un bagaglio di ricordi che dagli anni Novanta in poi la rende famosa ma per niente di buono) sicuramente si è accorto che lungo il fiume verde e vivace navigano barchette strane e particolari e a volte difficili da capire.

Chi naviga sta in piedi e Venezia è molto lontana.
Nelle mani non si vedono né remi né pagaia ma un bastone lungo a volte quattro metri.
Il fiume è largo e c’è spazio anche per il battello, però queste barche sono strette e curiosamente molto basse. Su quella larghezza che non supera un metro, la lunghezza di circa otto metri sembra una cosa sproporzionata.

Questi ‘oggetti’ sfiorano il fiume e quando l’osservatore, turista, ospite o semplice ‘ignorante in materia’ si accorge che la direzione in cui avanzano è in realtà quella contro corrente a qualcuno dati, misure e fatti incomprensibili cominciano ad essere po’ più chiari.

Vi presento “La Barca di Vrbas” e il sempre presente “Daiak”, il bastone che la spinge, frena solo se è nelle mani dei coraggiosi custodi di questa tradizione urbana.
Una delle poche tradizioni rimaste e sopravvissute.

Cosa dice la storia?
La Barca e Daiak convivono sul fiume Vrbas ormai da secoli. Li conoscevano già gli Ottomani quando regnavano tutta la Bosnia. Lì hanno trovato in luogo anche gli Austroungarici quando da conquistatori sono arrivati nel 1878 per sostituire una occupazione plurisecolare con un’altra che durerà molto meno. Uno dei documenti usciti per caso allo scoperto dall’“Archivio della Bosanska krajina” che adesso porta un altro nome, dice che durante i primi anni della occupazione austriaca (nel 1879) in una notte di coprifuoco “alcuni disobbedienti bosgnacchi anche se non si vedevano sulle strade si spostavano da una riva all’altra del fiume sulle loro barche lunghe, silenziose e poco visibili” ( una volta erano coperte di catrame) ignorando gli ordini del Governatore.
Conoscendo la mentalità locale direi che in questo caso la violazione dei divieti imposti non era nemmeno accaduta. “Il Governatore impedisce la circolazione sulle piazze e strade”.

Il genio umano anche nel suo piccolo riesce sempre a sorprenderci.
In lingua turca la parola “dayak” significa il bastone nel contesto generalizzato, non un bastone di lunghezza ormai standard con la punta in acciaio detta “stizza” di una forma specifica e simile alla lettera Y. Nessuno mette in dubbio che il nome odierno del bastone derivi ed è quasi identico alla parola di origine turca. Spesso anche la barca di Vrbas viene chiamata “barca daiak” ma incuriosisce la casualità che le tribù del Borneo, i famosi “cacciatori alle teste” usano le barche simili, più grandi di quelle di cui stiamo parlando, e le spingono con il bastone che tutti conosciamo come popoli “Dayak”.
Torniamo in Bosnia ed Erzegovina.

Se questo paese nel ambito di turismo oggi può offrire qualche cosa di particolare, che non si trova nelle altre città e sugli altri fiumi, io personalmente come uniche due attrazioni vedo i tuffi dal “Ponte vecchio” di Mostar e le gite sulle “Barche di Vrbas” o ancora meglio le gare di queste barchette che sono una vera battaglia navale.

I tuffi dal “Ponte vecchio” sono una attrazione turistica, pubblicizzata bene e che porta a Mostar tante persone. La nostra barca, che vive solo su meno di 20 chilometri dell’intera lunghezza del fiume, è quasi sconosciuta. Non è inserita nella offerta turistica della propria città, la sua produzione non è sostenuta dalle autorità locali, non è mai stata pubblicizzata come dovrebbe essere e rischia di morire per la seconda volta.

La prima volta è stata quasi uccisa negli anni Novanta. Dal 1992 al 1995 delle 50 e 60 barche ne sono sopravvissute soltanto sei. Una di queste salvata da un ragazzo, allora minorenne, strappata dalle mani di un soldato ubriaco che stava per prepararsi la legna d’ardere. Miracolosamente si è salvato, seguito da spari. anche il ragazzo regalandoci queste testimonianze.

Le “barche daiak” finivano slegate e lasciate navigare senza controllo lungo il fiume fino alla Sava, un altro fiume che divide la Croazia dalla Bosnia ed Erzegovina. Era impossibile recuperarle una volta finite qualche decina di chilometri lontano dall’ormeggio. Finivano bruciate anche quando ancora sanissime galleggiavano sull’acqua. Oppure, la cosa che intristisce di più, finivano spaccate e bruciate sui fuochi nelle spiagge ormai deserte mentre intorno cantavano i militari evocando la morte e la vendetta, spesso con qualche animale allo spiedo per rendere l’evento più vivace.

A chi dava così tanto fastidio questo oggetto di inusuale bellezza?
Alcune tradizioni, valori, usanze e peculiarità nella città della “Barca di Vrbas” non sono mai state accettate dai “nuovi cittadini”. Come spesso accade quando il rurale incontra l’urbano nelle aree urbane ci si inserisce ed integra con molte difficoltà. A volte il “nuovo cittadino” non accetta il suo nuovo insediamento. A volte questa diffidenza si riesce a trasmettere anche ai propri figli rendendoli sempre cauti verso le cose sconosciute. Sconosciute ai giovani, nati ormai lontano dall’ambiente rurale di provenienza, soltanto per il fatto che i genitori cercavano nell’infanzia e più avanti di tenerli lontano dalle realtà incompatibili con il loro habitat originario.

 

Dajak
La “barca daiak” sul fiume Vrbas (dal sito klix.ba)

 

Lo si vedeva all’inizio del 20esimo secolo, tra le due Guerre mondiali. Già in quel periodo la barca si stava trasformando da mezzo di trasporto delle merci, utile quando le fangose e strette stradine della città erano sommerse dalla neve, in un oggetto di prestigio, della gioventù che cercava la libertà, ma anche della fascia media benestante che poteva permettersela.

Sfogliando i vecchi album fotografici, guardando le foto dei primi decenni del secolo scorso con dietro le descrizioni, le date e i nomi delle persone fotografate, il tutto ovviamente legato alle giornate trascorse sul fiume, nella barca o accanto a lei, non sfugge all’occhio che ogni gruppo di giovani sorridenti immortalati con lo scatto della magia fotografica rappresenta una piccola Europa, un multiculturalismo “galleggiante”, unico e possibile solo a quell’epoca e in quel logo.

Non c’è una fotografia sul quale i fotografati barcaioli non appartengono ai popoli originariamente lontani tante centinaia di chilometri. Dall’Ucraina all’Italia, dalla Bulgaria alle fredde pianure teutoniche. Tutti senza né pensare né sapere il vero, perché trovatisi a vivere e convivere nelle terre bosniache. Storicamente la “Barca di Vrbas” era custodita dalle famiglie su cui le case erano affacciate: potevano usarla quotidianamente ed era normale vederla trasformarsi da anatroccolo nero, imbrattato di catrame in cigno bianco, slanciato, rivoluzionato, e veloce in modo da diventare un desiderio dei giovani pieni di voglia di essere visti, notati e apprezzati come ragazzi del fiume con il daiak nelle mani.

Il caso vuole che sulle sponde di quel fiume in quell’epoca quelle famiglie erano mussulmane bosniache. L’altro caso vuole che con l’arrivo degli Austriaci ed Ungheresi e, inserendo la Bosnia ed Erzegovina in un nuovo contesto, la composizione della popolazione sia cambiata già dai primi anni dell’amministrazione Austroungarica. Ai nuovi abitanti tra cui tanti imprenditori e industriali arrivati da quelle parti anche con un po’ di spirito avventuriero dai paesi dove rilassarsi remando in qualche barca non era cosa strana, ma soprattutto ai loro figli la nostra “barca daiak” piacerà molto. L’amore a prima vista e le condizioni economiche che molto spesso proprio a loro permettevano di seguire la nuova moda di navigare sul fiume caricando sulla barca soltanto 3-4 amici, oppure qualche bella ragazza borghese. Ormai non la conoscevano diversamente ma soltanto come simbolo della borghesia, gioventù libera che è riuscita a trasformare un oggetto a prima vista semplice e insignificante in un simbolo della propria appartenenza che non si può descrivere utilizzando la chiave etnica e religiosa. Una appartenenza al “viale” più famoso e amato dei loro giorni felici: il loro carissimo fiume Vrbas.

Oggi non sappiamo con certezza se in quel posto ci sono ancora abbastanza giovani entusiasti per salvarla.

Non per niente oggi gli unici che dobbiamo ringraziare perché questo testimone della storia vissuta intorno al fiume verde sono due ragazzi insieme al loro zio, discendenti dei coraggiosi friulani spintisi nelle terre appena lasciate dagli Ottomani per cercare fortuna e successo.

La famiglia Zamolo, originaria di Tavagnacco in provincia di Udine, inizialmente due fratelli Mario ed Antonio, il primo geniale costruttore/innovatore delle barche ed il secondo imbattibile vincitore di tutte le gare delle barche negli anni Sessanta e Settanta e poi i figli di Antonio, scomparso nel 2006, Dario ed Andrej. Sono infatti gli unici rimasti di diverse famiglie che alla produzione e manutenzione di questi gioiellini si dedica con passione e serietà. Gli unici custodi di una tradizione plurisecolare, salvo qualche caso di fabbricazione di poche unità esclusivamente per la proprie famiglie fatte dagli altri e fuori dalla officina degli Zamolo.

Gli unici grazie per i quali oggi abbiamo il Daiak club che insegna ai giovani come avventurarsi nel mondo delle veloci gondole bosniache. Oltre che trasmettere l’amore ed il rispetto per la città che la propria identità, anche quella di oggi in diversi modi mutilata. Gli Zamolo in questa loro battaglia sono abbastanza soli, lasciati ad un incerto destino. Un po’ per l’invidia, un po’ per la solita negligenza del classico uomo “balcanico”, un po’ perché per il momento il fenomeno non porta i soldi nelle tasche degli onnipotenti terrestri della città stessa. Anche se nessuno può negare che l’aspetto delle barche che si vede oggi rispetti gli standard impostati tanti anni fa dal geniale Mario Zamolo, un riconoscimento dovuto a lui e a loro non è mai stato dato.

Se sarà la fine o l’inizio di una riscoperta per adesso è molto difficile indovinare.

“Cum grano salis”: Tuzla, città del sale, città disobbediente

“Cum grano salis”: Tuzla, città del sale, città disobbediente

di Edvard Cucek (articolo già apparso su Ossevatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa il 12/12/2018)

Trg Slobode (Foto tratta da tuzlanski.ba)
Trg Slobode (Foto tratta da tuzlanski.ba)

Potrebbe essere un esempio per le altre città bosniaco-erzegovesi e invece rimane un caso “anomalo”, estraneo o quasi alle divisioni etniche e alla spartizione del potere diffusi in quasi tutto il resto del paese.  

La città di Tuzla resiste ancora e continua a rappresentare l’unico posto dove, secondo il sottoscritto, vive ancora la Bosnia multiculturale, tollerante e dal volto umano.

Tuzla, a nord della Bosnia, è stata tra le poche città bosniache, l’unica tra le grandi città, dove nelle prime elezioni democratiche dopo il referendum per l’indipendenza dalla Jugoslavia non vinse nessuno dei tre partiti di forte orientamento nazionalista. A Tuzla vinsero i “Riformisti”, Socialisti riformati guidati dall’allora premier della Jugoslavia Ante Marković.

Solo a Tuzla questo partito ebbe la forza di sconfiggere i richiami delle onde di populismo, promesse dai nazionalismi in avanzata che proponevano le armi e i “diritti al suolo” invece che lavoro e la pace. All’epoca lo guidava Selim Bešlagić, che sarebbe diventato sindaco della città per ben due mandati. Grazie a quest’uomo Tuzla resterà un’oasi di tolleranza, almeno per quanto consentito dalle circostanze e dai vicini fronti di conflitto, per i lunghi 4 anni della sanguinosa guerra bosniaca.

La Tuzla multietnica sopportò anche l’impatto del genocidio di Srebrenica, accogliendo più di 67’000 profughi dalla Bosnia orientale. I risultati e le differenze tra i censimenti del 1991 e quello del 2013 dimostrano che il cambiamento della composizione di popolazione urbana e delle zone limitrofe a Tuzla è molto minore rispetto a tutte le altre città, nonostante l’enorme flusso di profughi provenienti dalle zone devastate lungo il fiume Drina. La città vanta ancora oggi una sostanziosa presenza di minoranze etniche e linguistiche tra le quali quella italiana, in mezzo a cui spicca quella di origine trentina e primierotta. Secondo i risultati del censimento del 2013, gli “altri” (ovvero i cittadini non appartenenti ai 3 popoli costitutivi) a Tuzla sono addirittura 9143. Assieme ai “non dichiarati”, questi rappresentano il 10% sulla popolazione totale, che sfiora i 100 mila abitanti.

La città sulle miniere di sale è riuscita a sopravvivere alla guerra, ma ha dovuto affrontare una seconda sfida a partire dal 1995. Selim Bešlagić sarà confermato primo cittadino anche dopo la guerra e ricoprirà questo incarico fino al 2001. Già nei primi anni 2000 questa municipalità, prima del conflitto molto industrializzata, sembrava sprofondare nell’abisso creatosi dopo la distruzione del tessuto industriale che aveva garantito lavoro e guadagno a gran parte dei suoi cittadini e alle loro famiglie. Destinata al lento declino in quanto “disobbediente”, la città di Tuzla e i suoi abitanti hanno sostenuto per anni il Partito Social Democratico (SDP) e il suo candidato sindaco. Fino ad oggi, la città non si è mai arresa alle promesse dei politici nazionalisti.
Una scelta, questa, che ha portato questo territorio ad essere malvisto dai governi centrali e cantonali, composti quasi sempre dalla maggioranza dei partiti di forte orientamento nazionalista.
Pochi mesi dopo la firma degli accordi di Dayton, una volta fermato il conflitto, i “tuzlazi” hanno capito rapidamente che la loro  città disobbediente e “rossa” sarebbe stata tra le ultime sulla lista degli aiuti internazionali per le ricostruzioni.

Mentre a Sarajevo si ricostruiva e si investiva, mentre la parte della Bosnia governata dai serbo bosniaci si gestiva gli aiuti internazionali e statali scegliendo con cura di organizzare la prosperità del territorio da loro controllato, tutta la zona di Tuzla era completamente e volutamente trascurata

Il sale e le voragini

La vocazione estrattiva di Tuzla nel frattempo ha iniziato a rivelare conseguenze nefaste. Gli edifici, anche nel centro storico, hanno lentamente iniziato a sprofondare nelle voragini che si aprivano a causa degli scavi sotterranei effettuati per l’estrazione del sale. Le conseguenze sulla viabilità sono diventate un problema serio. In seguito agli abbassamenti del terreno, sono crollati gli acquedotti, la rete fognaria e quella di fornitura elettrica. Affrontare questa situazione era un compito pari ad una missione impossibile per il successore sindaco del leggendario Selim Bešlagić.

Il nuovo primo cittadino di Tuzla, Jasmin Imamović, eletto nel 2001 per un mandato che fu il primo dei cinque, l’ultimo confermato nel 2016, era persona con convinzioni antifasciste confermate nei fatti e in tutte le occasioni e dichiarazioni ribadite. Imamović è anche scrittore, e si deve a lui uno dei premi per la letteratura più prestigiosi in tutta la Bosnia ed Erzegovina, il premio letterario “Meša Selimović”.

La sua prima battaglia vinta è stato il salvataggio del nucleo storico della città dagli sprofondamenti causati dall’estrazione di sale. Dopo il crollo dell’esportazione industriale, e venuto meno anche il mercato della ex Jugoslavia, i giganti industriali della lavorazione del sale e dei suoi derivati sono caduti uno dopo l’altro. L’ultimo colpo sarà quello della privatizzazione selvaggia che distruggerà anche quello che gli ex-dipendenti avevano salvato dalle granate e dalle rapine.

Insieme agli sprofondamenti continui, il problema ormai storico della fornitura dell’acqua potabile divenne ancora più grave. Le prime riduzioni giornaliere dell’acqua sono state registrate nel 1931 e, causa l’assestamento del terreno sottostante, il problema non è stato risolto in maniera definitiva nemmeno durante la Jugoslavia socialista. La città rischiava di rimanere a secco nonostante disponesse di risorse idriche ben superiori ai bisogni della popolazione. Il Sindaco Imamović avviò una corsa contro il tempo e, come tra i bosniaci spesso succede, contro tutti per dare finalmente l’acqua potabile ad ogni cittadino in qualsiasi parte della città 24 ore al giorno. E in questo tentativo, molti vedevano un fallimento garantito e la fine del Sindaco- scrittore.

Imamović, il quale per un periodo di 10 giorni diresse i cantieri personalmente, divise la città in piccole zone di fornitura indipendenti dalla rete principale. Il primo passo fu la sostituzione dei tubi di asbesto fatiscenti e superati come soluzione accettabile per la fornitura d’acqua. Il successivo, la costruzione di una vera fabbrica dell’acqua. Grazie agli investimenti, trovati anche personalmente (soprattutto quello del governo ungherese), nel 2006 è entrata in funzione “Cerik”, la fabbrica dell’acqua potabile. La tecnologia avanzata della “Zenon” ungherese, figlia della multinazionale General Electric, che si alimenta del lago di accumulazione artificiale Modrac, ha messo fine alle riduzioni dell’acqua durate quasi più di 70 anni.

Tuzla (foto tratta dal sito di Deutsche Welle)
Tuzla (foto tratta dal sito di Deutsche Welle)

Una volta affrontato il problema dell’acqua potabile, a Tuzla fu avviato il progetto della cosiddetta “Panonika”, già nominata da Selim Bešlagić nel suo libro “Tuzland” del 2000. Nel volume si parla già del lago (poi diventeranno i laghi) salato in centro città. I laghi si riempiono quotidianamente di una miscela filtrata d’acqua fornita dalla già nominata fabbrica dell’acqua e delle acque saline provenienti dai pozzi situati nelle vicinanze del complesso, che contribuiscono alla salinità dell’acqua nei laghi per circa il 30%.

La prima tappa della realizzazione di un complesso balneare fu la creazione di un primo lago salato nel 2003, che ad oggi rimane l’unico esempio di lago salato in Europa. Successivamente, nel 2006, è stata messa in funzione la replica di un insediamento neolitico, corredato da un museo (sojeničko naselje) di case di legno e di paglia costruite su pali alti anche più di 2 metri. Questo tipo di abitazione è caratteristico per la pianura rimasta dopo il prosciugamento dell’antico Mare Pannonico. Nel 2008 fu aperto un altro lago di capienza minore rispetto al precedente, e alla fine nel 2012 le cascate d’acqua salata e l’ultimo dei tre laghi, il più piccolo ma anche esso pronto ad ospitare circa 2500 bagnanti al giorno. La superficie totale dei laghi è di 75 000 metri quadrati di cui solo le spiagge di ghiaia coprono 22 000 metri quadrati. I laghi salati della “Pannonica” oggi possono ospitare 17 000 persone al giorno.

Laghi salati

Dal 2003 al 2017 sono stati venduti più 4 milioni di biglietti d’ingresso. I giornalisti stranieri nella scoperta di questo fenomeno continentale spesso fanno il paragone tra la famosissima via principale conosciuta come “Stradun” a Dubrovnik con il centro storico di Tuzla nei mesi di picco della stagione estiva. La Società per azioni “Pannonica” oggi impiega 150 persone, senza calcolare gli aumenti della richiesta del personale in tutte le strutture di contorno che offrono servizi per un soggiorno piacevole e sicuro.

L’aeroporto di Tuzla, convertito nel 1998 da aeroporto militare in aeroporto civile, è al primo posto di voli venduti ormai da qualche anno in tutta la Bosnia e l’anno scorso ha registrato un record, 32% in più rispetto alle previsioni, per un numero di 535 000 biglietti venduti. Grazie alla compagnia low cost ungherese “Wizz Air”, l’aeroporto di Tuzla sta diventando lo snodo principale tra Zagabria e Belgrado.

La culla delle proteste del 2014

Tuzla può vantare anche il fatto che i suoi cittadini nei primi giorni di febbraio del 2014 diedero inizio alle prime serie proteste sociali poi allargatesi sul territorio dello Stato intero. Le proteste iniziarono e finirono a Tuzla ed erano dimostrazione di un profondo disagio e di sfiducia nei confronti della classe politica e dirigente che dopo le distruzioni di guerra, dalle quali questa zona era parzialmente risparmiata, era riuscita a distruggere ogni aspettativa di ripresa in un contesto altamente industrializzato che dava almeno uno spiraglio di speranza di recupero della produzione.  L’unica città dove i cittadini non si sono fermati finché il governatore del Cantone di Tuzla Sead Čaušević non rassegnò le dimissioni.

L’unica città bosniaca dove la polizia, dopo che per diversi giorni dal 05.02 al 08.02 del 2014 difese la sede del governo del Cantone di Tuzla, decise di abbassare le armi e di solidarizzarsi con i cittadini che protestavano. Dopo quel gesto i loro concittadini li accolsero con abbracci e applausi.

Credo che le svolte come questa siano se non uniche allora sicuramente rarissime non soltanto nel sud est dell’Europa ma anche nel resto del mondo.

Proteste a Tuzla nel 2014, filmato Youtube

Sarà dovuto proprio a queste proteste, alle dimissioni del governatore Čaušević, allo spirito di una città che nutre ancora i valori di antifascismo e dei diritti della classe operaia, però già nel 2015 le ex dipendenti, le donne della fabbrica dei detersivi Dita Tuzla, hanno riavviato la produzione dopo un lungo periodo di fermo assoluto. Un’esperienza che ricorda in qualche modo il modello di autogestione socialista. Le operaie presero in mano l’intera gestione delle fasi di produzione, con l’obiettivo finale di rilanciare sul mercato alcuni prodotti, pur in quantità limitata ma di nicchia, e per i quali il governo sia cantonale che centrale promise di dare gli spazi agevolati per le vendite. Le operaie si occupavano anche della catena di distribuzione.

Tuzla e libertà

Senza dubbio, Tuzla è sempre stata una città particolare. Qualche decennio fa era conosciuta come “slobodarska Tuzla”. Tradotto non sarebbe proprio “Tuzla libera” ma di più una città che ama e crea la libertà. Semplicemente due cose che vanno insieme una accanto ad altra. Tuzla e libertà!

Il 2 ottobre del 1943, Tuzla diventò il più vasto territorio libero dai nazifascisti nella Germania di Hitler. La prima vittoria di una importanza strategica fino ad allora mai ottenuta, e tutt’oggi i suoi cittadini amano sottolineare questo fatto.

Nonostante abbiano avuto la fortuna di avere due umanisti e visionari come sindaci, i cittadini di Tuzla non conoscono tregua. Il primo dei due sindaci è riuscito a salvaguardare il carattere multietnico della città nonostante gli attacchi da parte delle forze dei serbo bosniaci e diversi piani per ostacolare la sua resistenza realizzati anche in regia delle forze armate dei croato bosniaci. Il leggendario Selim Bešlagić ha evitato in tutti i modi di permettere gli accanimenti contro le minoranze civili ma anche contro quelli capaci di combattere e non arruolati nella “Armija BiH”, armata della Bosnia ed Erzegovina. Sulla lunga lista di riconoscimenti internazionali nell’ambito dei diritti umani ce n’è una che personalmente mi colpisce molto: il fatto che Selim Bešlagić sia il fondatore delle “Olimpiadi speciali bosniache”, una specie di giochi paraolimpici per le persona colpite dalle malattie mentali. Una cosa lodevole che rende questa persona veramente ammirabile e speciale.

Il secondo sindaco, Imamović, ha voluto e ha saputo portare avanti quanto iniziato dal suo predecessore. Con la fondazione del Festival Internazionale della letteratura nominato “Cum grano salis”, il Sindaco Jasmin Imamović ha già dato un po’ di speranza ad una società che si sta deteriorando ogni giorno di più. Non si può che essere d’accordo con la sua iniziativa, se si pensa che questi tempi non richiedono altro che un pizzico di buon senso.  Sempre lui come promotore di un miracolo turistico. Promotore di una nuova sorte di turismo continentale che ogni estate attrae un numero dei turisti della Serbia, Croazia, Ungheria, Slovenia bensì quelli bosniaci quattro volte superiore al numero degli abitanti.

Sempre Imamović ha osato dire che l’esistenza dei Cantoni stessi, le unità amministrative in cui è stata suddivisa la parte dello Stato bosniaco conosciuta come Federazione della Bosnia ed Erzegovina, sarebbe da rivedere visti gli enormi costi di un apparato burocratico inefficiente, spesso corrotto che l’economia di questo paese non si può più permettere.

Anche lui sulla lunga lista dei riconoscimenti e premi internazionali sarà ricordato come quadruplo vincitore del riconoscimento “Beacon” per il celere sviluppo economico e turismo e per l’efficacia energetica raggiunta dalla città durante la sua amministrazione. Sarà ricordato, anche questo non è un fenomeno molto diffuso, come premiato dal “Associazione delle città multietniche del sud est Europa” per il contributo straordinario alla divulgazione della multiculturalità nel sud est Europa. Diverse volte è stato nominato come personaggio dell’anno in Bosnia ed Erzegovina.

L’autostrada della pace mancata

Pur ammettendo che la città di Tuzla rappresenta un’anomalia, nel senso positivo del termine, non si può pensare che tutte le battaglie sono ormai state combattute e vinte. L’anno 2017 ha messi i cittadini di Tuzla davanti ad un’altra incognito.

L’attuale progetto dell’autostrada Sarajevo- Belgrado, tanto nominata e tra i bosniaci conosciuta come “Autostrada della Pace”, potrebbe infatti deviare il passaggio dal Cantone di Tuzla, aggirando la città stessa ed escludendola così dai benefici derivanti dalla nuova infrastruttura.

Un danno significativo, se si pensa che solo dal Cantone di Tuzla, senza considerare il resto della regione, le esportazioni verso la Serbia nel 2016 erano pari a 76 milioni di euro.

La soluzione del cosiddetto Y, che tutela gli interessi di Tuzla, risulta sconveniente al governo di Sarajevo. Si spinge invece la variante che da Sarajevo porterebbe a Višegrad per collegare il Sangiaccato in Serbia con la capitale della Serbia. Quasi tutto il percorso sarebbe realizzato sul territorio della RS. L’autostrada della Pace, secondo il governo della Federazione di BiH, così attraverserebbe un territorio con poche migliaia di persone per permettere un collegamento unico dalla Erzegovina del sud attraverso la capitale serba passando per il Sangiaccato e arrivando alla capitale bosniaca.

Alla fine di questo percorso, il collegamento autostradale lascerebbe tutta la parte della Bosnia nord occidentale che ancora produce e consuma completamente fuori. Pare incomprensibile sentirlo dai partiti e politici di un certo orientamento che li unisce nel parlare di Bosnia unità e centralizzata. Un altro prezzo che i “tuzlazi” potrebbero pagare per la loro non appartenenza etnica. Spero vivamente che vincerà quel “cum grano” di buon senso e ragionevolezza.

Auspico tanta forza e fortuna a questi guerrieri anche nei tempi di pace ricordando l’episodio più doloroso e vergognoso che hanno saputo vivere in dolore ma dignitosamente.

Il 25 maggio del 1995 dalle posizioni dell’esercito serbo bosniaco sul monte Ozren furono sparate diverse granate su una folla di giovani usciti fuori proprio in quel giorno che ricordiamo come “Festa della gioventù”. In quella data, scelta anche dal Presidente jugoslavo Tito per festeggiare il proprio compleanno, le bombe bruciarono 71 giovanissime vite. I feriti furono quasi 150. Quel pomeriggio resta impresso nella nostra memoria come “strage di Tuzlanska kapija” (Portico di Tuzla). La città di Tuzla era stata dichiarata “zona protetta” dalle Nazioni Unite dal 1993.

Quegli innocenti, morti forse sorridendo, sono stati sepolti insieme nel complesso memoriale Slana Banja. La decisione presa da tutti i genitori appartenenti a diversi gruppi etnici e appoggiata dal loro Sindaco che si è opposto personalmente ai tentativi delle rappresentanze religiose di ostacolare questo gesto insolito e nobile.

La resa dei conti di un passato disumano

La resa dei conti di un passato disumano

Lo Stato di Bosnia ed Erzegovina in futuro dovrà risarcire le donne vittime degli stupri sessuali subiti durante la guerra dal 1992 al 1995

di Edvard Cucek (articolo già apparso su atlanteguerre.it  il 30/09/2019)

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Il caso è partito e potrebbe diventare “Il Precedente” dopo che una donna bosniaca stuprata nel 1993 nei dintorni di Sarajevo da un soldato serbo bosniaco, di cui l’identità è stata accertata, si è rivolta all’Onu. Dopo aver fatto il ricorso contro la decisione precedente del tribunale la vittima ha ottenuto il diritto di essere risarcita. Non potendo riscuotere la somma di denaro pari ai 15.000 euro direttamente dalla persona colpevole (il criminale risulta nullatenente) la decisione dell’apposito Comitato contro le torture delle Nazione Unite, ancora ufficiosa, è di obbligare lo Stato a risarcire i propri cittadini-vittime per poi “regolare i conti” con chi ha commesso il crimine o altro. Inoltre il Comitato dell’ONU contro le torture ha intenzione di stabilire un piano grazie al quale lo Stato bosniaco sarà invitato oltre a risarcire le donne violentate anche a offrire loro adeguati sostegni psicologici e le cure mediche laddove necessario. Proprio come prevede la Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (RS 0.105) adottata nell’Assemblea generale Onu il 10 dicembre del 1984.

Lo stesso Comitato respinge in modo ferreo qualsiasi voce sulla possibilità della prescrizione di questi crimini come un ostacolo insuperabile per restituire alle vittime la loro dignità. E come strumento per aiutare tutte le donne che in futuro vorranno rivolgersi alle istituzioni si è già offerta la Ong “Trial International” la quale ha già sostenuto il primo caso ed è grazie a loro che se la causa è andata così lontano. «Consideriamo questa decisione rivoluzionaria, non solo per la Bosnia, ma anche a livello globale perché l’Onu ha preso una decisione di grande portata sulla denuncia di una vittima di violenza sessuale», ha detto al giornale WEB “Faktor” Adrijana Hanušić Bećirović, consulente legale di questa organizzazione non profit che si batte contro l’impunità in ambito internazionale.

La ministra dei diritti umani e dei rifugiati della Bosnia Saliha Djuderija ritiene che i casi delle violenze sessuali in Bosnia ed Erzegovina degli anni Novanta potrebbero essere anche 20.000. Pur ribadendo che questi crimini erano stati commessi da soldati di tutte le appartenenze, la sistematicità di usare le donne inermi come degli “strumenti di guerra” risulta evidente soprattutto quando si tratta, come p stato accertato, soprattutto delle formazioni militari serbo bosniache, con le quali si è arrivati a numeri elevatissimi. Questo argomento scottante, una volta messo in evidenza, farà in modo che lo Stato debba affrontare anche i figli nati dopo gli stupri e le violenze sessuali. Anche loro invisibili e ignorati, fascia debole di cui ogni società normale dovrebbe occuparsi con la dovuta attenzione.

Le associazioni che da anni cercano di aiutare queste donne, “sacrificate in guerra e in pace”, ingiustamente inascoltate per troppo tempo, auspicano una svolta rivoluzionaria. Di fronte a un numero di richieste di risarcimento in termini di denaro, difficile da dire però sicuramente alto, lo Stato bosniaco potrebbe impegnarsi di più nel trovare, processare e condannare i colpevoli ancora vivi e liberi ma che non vengono toccati “per non rovinare gli scarsi equilibri di stabilità della convivenza interetnica”. Anche se questi sono spesso dettati dalla politica dei partiti con prefisso nazionalista. In poche parole una volta arrivati ai “piccoli” esecutori spesso si arriva ai mandanti che ancora oggi ricoprono ruoli politici importanti a volte anche nella diplomazia internazionale.

In copertina: Foto di  Yang Jing su Unsplash. Nel testo la ministra Saliha Djuderija

Buon compleanno, leggenda!

Buon compleanno, leggenda!

Di Edvard Cucek (articolo apparso su Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa il 23/09/2019)

Davorin Popović, frontman e  cantante della mitica band sarajevese “Indexi” oggi avrebbe compiuto 73 anni. Ci ha lasciato troppo presto, 18 anni fa addirittura. Da quel 18 giugno del 2001 Sarajevo è sicuramente rimasta più povera senza quest’uomo straordinario, ma più orgogliosa perché Il Cantante, come lui stesso amava chiamarsi, era l’anima della città. Lui era Sarajevo e Sarajevo era lui.

Davorin Popović, Dačo, Pimpek e alla fine “Il Cantante” come si descriveva non volendo mai essere reputato di più di quello che nella vita faceva con il suo leggendario e fino ad oggi insuperabile gruppo di musica pop rock progressiva di nome “Indexi”.

Ma era molto di più.

Archivio privato scatto di agosto del 2019 - Murales inaugurato a giugno di quest’anno a Sarajevo via  Radiceva ulica
Archivio privato scatto di agosto del 2019 – Murales inaugurato a giugno di quest’anno a Sarajevo via Radiceva ulica

Da promessa sportiva a rivoluzionario del rock progressivo

Davorin nasce nel 1946 in casa della famiglia Popović delle origini isolane. I suoi Popović una volta vennero a Sarajevo dalla bellissima isola di Hvar (Lesina) in Croazia. Pochi lo sapevano e nella sua Sarajevo non era importante. Dal nome e cognome del Cantante non si poteva nemmeno capire di che etnia, se la avesse mai voluto riconoscere, lui fosse. Diventò famoso nella propria città già da giovanissimo, come ottimo pallavolista e cestista. Nel mondo di pallacanestro nei primi anni sessanta figurava come “il migliore che la città di Sarajevo fin allora abbia visto”. Per il “KK Zeljezničar” la squadra cestistica, seconda dopo la “Bosna” (vincitrice della medaglia d’oro nel campionato cestistico dell’Europa a Grenoble nel 1975), ha giocato più di 500 partite. Resterà ricordato come ragazzo a cui la palla si attaccava alla mano. Riusciva a fare l’impossibile. Anche se né alto né robusto come gli avversari spesso portati alla disperazione causa suo modo di giocare.

Come studente della -Facoltà delle Scienze Politiche- comincia sempre di più dedicarsi alla musica. Dal 1968 smette di praticare i due sport in modo attivo. Nel modo dei cosiddetti VIS (gruppo vocale e strumentale) approda nel 1962 con la band “Lutalice” (Vagabondi) e dal 1964 fino al decesso nel 2001 resta sempre fedele e inseparabile dalla sua band “Indexi”.  Insieme a lui a trasferirsi da una band ad altra, anche se nessuno in quegli anni lo sapeva, saranno anche Slobodan Bodo Kovačević, il miglior chitarrista della ex Jugoslavija, e Fadil Redžić, il basso elettrico più originale che quella terra abbia mai dato. Loro due saranno il duo tipo Lennon /McCartney bosniaci, dando al gruppo e alla discografia jugoslava in generale i più grandi e intramontabili successi musicali. Il fatto che i tre si trovassero insieme era un buon inizio di una storia diventata unica e non solo nel mondo della musica bosniaco erzegovese e jugoslava. Alla batteria ci fu Ismet Arnautalić e alla chitarra ritmica Đorđe Kisić.

Dall’inizio era chiaro che i ragazzi avevano, oggi si direbbe, il fattore X. Appena Il Cantante, dopo primi due anni di carriera vissuta con il nuovo gruppo, riuscì a riconoscere e consolidare la dote che probabilmente aveva dalla nascita. Una voce potente ma sofisticata, definita come tante “la voce nasale” (voci sempre particolari) ma con un timbro molto raro. Difficile da imitare, anche quando si trattava di imitazioni allo scopo umoristico e comico. Il Cantante riusciva a dare il massimo delle corde vocali quando gli atri di solito rimanevano senza fiato. Proprio come lo definisce la medicina “la risonanza nasale aiuta ad eliminare lo sforzo delle corde vocali”. E di conseguenza il canto di Davorin Popović, dal vivo o no, faceva un effetto straordinario.

Le cose per gli Indexi partirono a gonfie vela dopo la vittoria ad un festival di Belgrado nel 1963. Il premio fu la possibilità di registrare un disco single. Uscì il loro primo disco con quattro temi strumentali stile Shadows.  Una curiosità che li porterà nelle acque della musica d’autore era il fatto che le radio emittenti, Radio Sarajevo compresa, nei primi decenni dopo guerra evitavano in tutti i modi di mandare in etere le canzoni cantate, anche se in inglese, dai gruppi jugoslavi. Si favoriva la madre lingua ufficiale, ovvero il serbo croato.

Già nel 1967, individuata la strada dell’avvicinamento al pubblico, parteciparono ad un altro festival, la prima edizione di  “Vas šlager sezone”- (Vostra canzone della stagione), all’epoca importante, con un  brano scritto da Popović e Kovačević intitolato “Per le piccole cose litighiamo noi”.  Un grande successo musicale fu lanciato e gli “Indexi” spazzarono via praticamente qualsiasi concorrenza esistente nel ambito dei gruppi musicali negli anni sessanta.

Seguirono tre concerti a Londra, si scherzava che in quel occasione Freddie Mercury copiò l’idea del suo look anni ottanta proprio dal Cantante.

Fine degli anni sessanta ed il decennio successivo furono gli anni d’oro per i “fabulous five” di Sarajevo. Anche quando gli studi musicali di registrazione (in uno dei casi proprio quello di capofila “Jugoton” di Zagabria) si rifiutarono di pubblicare qualche brano come nel 1969 quello straordinario di nome “Plima” (La Marea).  Boiccotato per tre lunghi anni ma una volta uscito nessuno più lo poteva fermare. Brano considerato antologico ed il primo caso di un “prodotto jugoslavo” completamente rock (ovviamente stando ai tempi che correvano) cantato in lingua madre e di un arrangiamento musicale “senza tempo”. Il loro modo di suonare virtuoso e abbastanza libero dai cliché degli anni settanta e la voce originale ed innovativa del Cantante li tenevano sempre abbastanza alti nelle classifiche anche quando alla fine degli anni settanta e nei primi anni ottanta le nuove tendenze musicali e i nuovi talenti cominciarono ad affermarsi sui palchi e nel mondo discografico. Alla fine: 3 album usciti dagli studi musicali, 27 dischi single, 7 compilazioni e 2 live album musicali e quasi 40 anni di carriera mai interrotta seriamente, tranne negli anni dell’assedio di Sarajevo, testimoniano abbastanza. Tutto questo non può brillare di più e non può oscurare la figura di Davorin Popović e quello che lui era come persona umana.

L’anima della sua Sarajevo

Il Cantante non lascerà mai la propria città. Nemmeno quando tanti artisti, e Sarajevo ne era un vivaio, durante gli anni bui di orrore favorirono il buon senso e contro i sentimenti e con qualche valigia decisero di cercare la salvezza dovunque. Mentre Sarajevo, come è sempre stata, a questi con molta fatica riesce perdonare, Il Cantante invece era anche in questo caso controcorrente. Non li giudicava, come diceva: “quando scoppia il pandemonio nemmeno chi pensa di conoscere sé stesso non sa come reagirà”. Cercava e invitava concittadini di fare il possibile affinché tutti coloro che avevano dovuto lasciare Sarajevo al più presto possibile tornassero. Per renderla quella di prima.

“Questo, adesso dopo la guerra, è il nostro compito”, lo ribadiva in varie occasioni.

Quanto era diverso e altruista, imprevedibile nel senso positivo e apprezzato anche da chi non l’ho conosceva personalmente raccontano tanti aneddoti.

In occasione di un’intervista a Davorin nel 1976, il giornalista della famosa rivista belgradese “Džuboks” (Jukebox) Petar Popović ricorda come dopo il giro per Sarajevo che inevitabile precedeva qualsiasi intervista con Davorin si accorse che aveva rotto l’orologio e aveva perso il borsellino con i documenti. Per l’orologio c’era poco da fare, per il borsellino invece ci pensò Davorin. Scese velocemente fino alla ultima trattoria dove si erano fermati prima di iniziare l’intervista nel suo appartamento per spargere la voce. Quando tornò gli disse che il borsellino sarebbe stato trovato. La mattina dopo alla porta di Davorin suonò un piccolo Rom con in mano il suo borsellino. Con tutto dentro.

Davorin gli chiese; Dove l’hai trovato?

“Non l’ho trovato io”, rispose.

“Ho girato tutti i posti che mi hai indicato e ho detto a tutti che tu lo cercavi. Qualcuno lo aveva già portato via. Poi mi hanno chiamato per consegnarmelo.”, raccontò il ragazzo.

Davorin gli diede la mancia senza permettere al giornalista di sapere quanto.

Così scrisse Petar Popović dopo quella lunga antologica intervista.

Accuse infondate

Il giorno prima dell’assedio di Sarajevo Davorin e un calciatore noto di nome Safet Sušić ricevettero una telefonata direttamente da Željko Ražnjatović Arkan, poi conosciuto meglio per i crimini contro i non serbi in Bosnia. Arkan telefonò per dire a loro di scappare subito via. Sapeva bene che cosa seguiva il giorno dopo. Qualche anno dopo Davorin darà anche la conferma di questa telefonata in una trasmissione televisiva.

Davorin rifiutò di andarsene e fu messo sulla lista nera della macchina propagandistica del regime di Slobodan Milosevic. Sui giornali serbi come “Politika”, Večernje novosti” e “Politika Express” per alcuni mesi si scriveva di “Mostro di Sarajevo”e della sua gestione dello “Zoo di Sarajevo” dove avrebbe aperto anche una specie di prigionia per i serbi con i quali cibava i leoni dello zoo.

Così un altro giornalista serbo di spessore, Petar Luković ricordava quanta ingiustizia è stata fatta ad uno come Davorin in un articolo intitolato “Nije gotovo” (Non è finita) scritto per dare l’addio al Cantante, deluso profondamente perché la menzogna non è mai stata ufficialmente smentita e chi la diffondeva sui giornali mai sanzionato.

Ricordi indelebili

Dopo la triste notizia della morte di Davorin, Ahmed Burić, giornalista bosniaco, scrive con molta tenerezza ma anche schiettezza per il settimanale “BH Dani” di quello che Il Cantante era fuori dal mondo musicale.

Sono convinto che un riassunto delle testimonianze che questo giornalista, attento e consapevole, ci ha lasciato e salvato dall’oblio, meriti di essere riportato anche in questa occasione.

Burić nel suo testo del 2001 riporta una testimonianza confermata personalmente da uno dei protagonisti, allenatore di Judo Brane Crnogorac.

“In seguito ad un avvertimento dalle forze dei ribelli serbo bosniaci agli abitanti di Faletići, una frazione di Sarajevo, di abbandonare le case, altrimenti sarebbero stati tutti uccisi, Davorin decise di formare una delegazione composta dai sportivi con una certa reputazione in città. Era il luglio del ’92 e dopo aver sentito che tra i soldati serbi c’erano dei giovani pugili e altri atleti attirati dalla “causa nazionale” cercò di puntare sulla solidarietà e su quel legame che tra i sportivi esiste tacitamente. La delegazione alla fine fu composta dal testimone diretto Brane Crnogorac, un dirigente dei -Servizi di sicurezza- ancora attuale, un selettore della squadra nazionale dei pugili e Davorin. Quel mattino, completamente disarmati, si avviarono verso il primo posto di blocco delle forze serbo bosniache per incontrare chi comandava i soldati, giovani fuggitivi da Sarajevo. Lì Davorin si scatenò quasi dando le lezioni di patriottismo a chi gli stava davanti. Rimproverava i giovani soldati serbi cercando di convincerli di non distruggere la propria città. Li invitava di tornare a casa con i toni aspri e quando gli rispondevano che il loro posto era lì con il proprio popolo lui contrastava ancora più forte, chiedendo se questo significasse che lui non era del loro popolo. Scagliandosi contro un giovane pugile sul quale il Kalašnjikov sembrava un giocattolino.  Infine insoddisfatto di quanto ottenuto chiese agli interlocutori di portarlo “su dai capi”. Quando gli risposero che sopra non c’era più nessuno e poteva andare soltanto da Milosevic con una dose di cinismo i suoi amici lo costrinsero a tornare in città”.

Ultime imprese

Nonostante quanto e come la propaganda impegnata contro qualsiasi forma presente o futura della convivenza in Bosnia ed Erzegovina cercava di infangare il nostro Cantante, proprio lui con i suoi Indexi fu il primo a tenere uno spettacolo, tre concerti completamente svenduti, proprio a Belgrado il 24.04.1998. Lo fece quando nessun artista bosniaco di ogni genere osava farlo. Soli 3 anni dopo la guerra mettendo così l’opinione pubblica a dura prova e dividendola decisamente. Senza timore Indexi, come nei tempi di gloria, si presentarono davanti al pubblico serbo smontando ogni accusa fatta al Cantante con la loro musica invincibile. Dopo Belgrado seguiva Novi Sad che fu un altro successo.

L’ultimo concerto regalato alla loro città Indexi hanno suonato nel ottobre del 2000. L’ultima volta che si sono esibiti insieme al Cantante fu il 05.05.2001 a Banja Luka (un’altra roccaforte dalla quale qualche anno prima partivano le “accuse” contro di lui) nonostante le sue condizioni di salute furono più che precarie e lui non voleva assolutamente cancellare quel concerto.

Davorin Popović- Il Cantante, morirà nemmeno un mese dopo lasciando ed un vuoto che difficilmente mai più potrà essere riempito. Le autorità sarajevesi hanno voluto ricordarlo dedicandogli una via in periferia assoluta, un “monumento” di vetro e, forse la miglior cosa che potevano fare, hanno fatto a giugno di quest’anno con il murale in via Radićeva in centro della città. IL Cantante adesso è uno dei pochi, insieme a David Bowie, che ci guarda dall’alto, dalle facciate della sua Sarajevo.

Bowie_Sarajevo

“Due scuole sotto un tetto”: separazione etnica a scuola in BiH

“Due scuole sotto un tetto”: separazione etnica a scuola in BiH

di Edvard Cucek

Segregated Schools_BiH

“Due scuole sotto lo stesso tetto” è un fenomeno del periodo postbellico che tristemente dura tutt’oggi. Uno dei casi “modello” è proprio l’edificio di epoca austroungarica che ospita due istituti scolastici i quali sono frequentati dagli studenti che seguono due programmi scolastici leggermente diversi (uno croato- importato dalla Croazia) e l’altro bosniaco (per bosgnacchi musulmani). L’inizio delle lezioni è pianificato rigorosamente seguendo due fasce orarie diverse. Il fatto di eseguire le lezioni con gli orari completamente sfasati è un sistema pensato proprio per impedire, per quanto possibile, il contatto tra i ragazzi, nominalmente, di due etnie diverse. Addirittura gli orari delle ricreazioni non combaciano.

Trattandosi di un caso dove il recinto che divide i cortili delle due scuole(rispetto ad altre situazioni dove i dirigenti si sono dati da fare costruendo muri alti anche 2 metri per dividere anche gli sguardi dei giovani) il caso di Travnik potrebbe essere considerato una segregazione scolastica “soft”. Sarà per mancanza di una muraglia tra due scuole oppure perché i tempi che corrono stanno portando in quel Paese martoriato qualcosa di buono ma un altro colpo ai sostenitori della divisione e segregazione tra i giovani di Travnik è arrivato. Inaspettatamente. Fulmine a ciel sereno si dice anche in Bosnia (e in Italia).

Bosnian couple

Un matrimonio – ecco il caso – celebrato alla fine del mese di giugno di quest’anno, tra una giovane e bella ex studentessa del – Liceo Cattolico Petar Barbarić- di nome Elisabeth Hrgić (palesemente di religione cattolica) e il suo amore “dai tempi della segregazione” ex studente della Scuola superiore mista di nome Inas Dagoja di appartenenza bosgnacco musulmana. L’annuncio della loro decisione di sposarsi ricorrendo ai rischi della “controtendenza” è stato accompagnato dalle foto che li immortalano.

E’ stato un bel pugno in faccia a chi si impegna quotidianamente per creare i presupposti per rendere la convivenza impossibile. Mentre la regione festeggia questi due eventi, che paiono di estrema importanza, girano già i commenti e varie dichiarazioni che cercano anche di sminuire quanto accaduto. Una dichiarazione del dirigente del “Liceo Cattolico” annuncia un nuovo recinto che dovrebbe proteggere l’intero edifico. Effettivamente l’edifico è la proprietà della curia di cui una parte è stata ceduta per fini di insegnamento scolastico al ministero dell’Istruzione del Cantone della Bosnia Centrale. Per il momento non è chiaro quale proprietà il nuovo recinto dovrebbe proteggere. Se l’edificio storico oppure le istituzioni scolastiche ospitate?

Per altro, con una sentenza definitiva del 2014, la Corte Suprema della Federazione della Bosnia ed Erzegovina (una della due entità bosniache) si è pronunciata contro l’esistenza di “due scuole sotto lo stesso tetto” in quanto simboli di una innegabile segregazione degli studenti su base etnica.