Un monumento alle donne di Sarajevo

La ong “Obrazovanje gradi BiH” (“L’istruzione costruisce la Bosnia Erzegovina”), fondata da Jovan Divjak, uno dei più famosi difensori della Sarajevo assediata, ha compiuto 25 anni l’anno scorso. Una delle proposte recenti dell’Associazione è la realizzazione di un memoriale dedicato alle donne di Sarajevo, al loro coraggio e alle loro sofferenze durante l’assedio ‘92 – ’95. Ne parla Edvard Cucek in un articolo già apparso su Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa il 18/04/2018 (foto di copertina dal sito di OBCT).


Era il 9 giugno del 1992. Erano le 12.45. Una granata cadde in un cortile di Sarajevo e uccise due fratelli, figli di Halida Bojadžić e una bimba, cugina dei due fratelli. Morì anche un soldato della difesa di Sarajevo assediata.

Qualche giorno dopo, nella sua usuale visita a Sedrenik, uno dei quartieri di Sarajevo, il generale Jovan Divjak passò davanti al luogo dove era avvenuta la tragedia . I soldati lo informarono di quanto successo e il generale decise di entrare nel rifugio sotterraneo per porgere le proprie condoglianze. Dentro incontrò un gruppo di persone, si preparavano un caffè, piangendo, attorno ad un fuoco. La prima persona che Divjak incontrò fu proprio Halida Bojadžić, la madre dei due bimbi uccisi. “Ecco il nostro comandante”, disse lei.

Nacque un’amicizia. Halida incontrò poi il generale in varie altre occasioni. Nel 1994 fu proprio lui a dirle di cercare la consolazione in un altro figlio. Significava rimanere incinta, partorire nonostante l’età non fosse più quella adatta. Ridevano tutti e due e Halida ribadiva che i vecchi come lei ormai non fanno più niente.

Nel 1995, però, Halida ebbe una bella notizia da comunicare all’amico di famiglia Jovan Divjak. Sì, aspettava un figlio.

Il monumento

“Uno dei tre compiti che mi sono dato e mi sono impegnato a terminare finché sono ancora in vita è far sorgere un monumento a lei, alla sarajevese, a tutte le donne come Halida”, ha dichiarato recentemente il generale.

Donne che hanno perso i propri figli, i genitori e i mariti ma hanno comunque trovato la forza di andare avanti. “Sono stato anche il padrino di questo meraviglioso ragazzo”, ricorda e racconta il generale in un’intervista rilasciata al portale web Radiosarajevo.ba.

“È vero che noi uomini abbiamo difeso la nostra città dall’assedio e dalle armi del nemico, ma chi ha lavorato nelle scuole, negli ospedali e in tutte le strutture che servivano per garantire il minimo che una città possa respirare erano sempre loro, le donne sarajevesi”, sottolinea il generale sempre per Radiosarajevo.ba.

È ormai da due anni che il generale Jovan Divjak promuove quest’idea. Sembra sia già concordato anche dove sarà posizionato il primo monumento di questo tipo in tutta la Bosnia Erzegovina.

Donne e assedio

La prima vittima a Sarajevo fu una studentessa di medicina di nome Suada Dilberović originaria di Dubrovnik. Ancora prima che la città fosse assediata, durante le proteste cittadine del 5 aprile 1992 con le quali si chiedeva alle forze armate dei serbo-bosniaci di rimuovere le prime barricate. Dal tetto dell’Hotel “Holiday Inn” partirono i primi spari che tolsero la vita alla giovane studentessa sul ponte Vrbanja. Successivamente, nello stesso posto, sarà uccisa, sempre dai cecchini serbo-bosniaci, un’altra giovane donna sarajevese, Olga Sučić. Il ponte Vrbanja oggi è dedicato a queste due donne.

Il coraggio delle donne di Sarajevo si manifestava in molte occasioni. È diventata famosa una fotografia scattata dal giornalista britannico Tom Stoddart nella primavera del 1994 a Dobrinja, quartiere di Sarajevo martoriato forse più di altri, che mostrava un’orgogliosa sarajevese – truccata, con tacchi alti, capelli ben sistemati, vestito elegante, collana perfettamente abbinata ed elegante borsetta – che sfilava lungo una strada in quel momento deserta, se non per qualche soldato, e con le finestre degli edifici protette da sacchi pieni di sabbia.

Una fotografia surreale. Sembrava una scena di qualche classico cinematografico. Meliha Varešanović, questo il nome della donna ritratta, intervistata poi dalle più importanti testate giornalistiche mondiali dal “Life” al “Sunday Times” ha parlato di quella fotografia. Tornava dal lavoro e quel giorno non si era messa a correre, come al solito si faceva, nemmeno per un istante. Come se volesse che i cecchini la vedessero per bene, anche se fosse quella fosse stato l’ultimo istante della sua vita. Per dispetto, “za inat” si direbbe in Bosnia Erzegovina.

Tornerei per un attimo al nostro generale, Zio Jovo, come lo chiamano tanti ma soprattutto i giovani della Fondazione “L’istruzione costruisce la Bosnia Erzegovina” della quale si occupa ormai da più di 20 anni dando la possibilità a tanti orfani di guerra, e non solo, di studiare e di realizzarsi come giovani esperti in diversi ambiti. Il generale da più di un decennio sta lavorando anche ad una sorta di diario della guerra e dell’assedio e ammette di non essere ancora riuscito a finirlo. Vuole però sbrigarsi per pubblicarlo mentre è ancora in vita. E, come dichiara, sa benissimo quanto tempo gli è ancora concesso perché crede fermamente in quello che una donna messicana gli disse anni fa, leggendogli il palmo della mano.

Foto di Mikhail Evstafiev, da Wikimedia Commons
Foto di Mikhail Evstafiev, da Wikimedia Commons