Ex-YU

Storie dalla ex-Jugoslavia

Eroina nei tempi delle tenebre: Diana Obexer Budisavljević

Eroina nei tempi delle tenebre: Diana Obexer Budisavljević

Diana Obexer, nata a Innsbruck nel 1891 e trasferitasi a Zagabria nel 1919 dopo aver sposato il chirurgo Julije Budisavljević, ha salvato migliaia di bambini dai campi del regime ustascia tra il ’41 e il ’45. La sua figura, scomoda sia per la Jugoslavia socialista che per i governi della Croazia indipendente degli anni ’90, è stata conosciuta solo nel 2003 con la pubblicazione postuma del suo diario. La ricorda Edvard Cucek in un articolo già apparso per Osservatorio Balcani e Caucaso (21/03/2019).


Le gesta di Diana Obexer Budisavljević sono forse paragonabili a ciò che fece il ben più noto Oskar Schindler, ed è difficile spiegare come un atto di umanità di questa portata sia stato nascosto all’opinione pubblica per quasi 60 anni.

Per uno come me, cresciuto ed istruito nel sistema scolastico socialista, molto attento a tenere viva la memoria degli atti di coraggio antifascista, il nome, le origini e l’opera di questa donna fino a pochi anni fa erano completamente sconosciuti.

Oggi appare chiaro perché, sulla sua identità e sulla straordinaria azione da lei intrapresa, per lunghissimi anni non si sia saputo nulla.

Diana Obexer nacque a Innsbruck, in Austria, il 15 gennaio del 1891. Si trasferì a Zagabria nel 1919, sposata con un chirurgo dal quale acquisì il cognome, Budisavljević. Di lui sappiamo che fu un medico apprezzato e appartenente alla comunità religiosa ortodossa, fatto che non gli impedì di dichiararsi croato e di passare miracolosamente illeso attraverso gli anni del cosiddetto “Stato indipendente Croato” governato dagli ustascia collaborazionisti di fascismo e nazismo.

Nel periodo buio, i primi anni quaranta del secolo scorso, Diana Budisavljević scoprì molto presto l’agghiacciante verità dei campi di concentramento non molto distanti dalla capitale croata. Le sofferenze delle donne serbe, rom ed ebree insieme ai loro figli nella vicina Lobograd, uno dei campi di detenzione, furono il suo primo contatto con l’inferno messo in atto a pochi passi da lei, e segnarono ufficialmente l’inizio dell’”Azione di Diana Budisavljević”, come lei stessa la ribattezzò.

Durante questa azione – inizialmente pensata come fornitura di prodotti di prima necessità alle donne e ai minorenni detenuti nei diversi campi di concentramento, con l’aiuto del Comune Ebraico di Zagabria – furono salvati 12.000 bambini.

Provenienti per lo più dal monte Kozara in Bosnia Erzegovina e da Kordun, zona montuosa della Croazia, questi bambini, per i quali la morte sarebbe altrimenti stata l’unica speranza di veder concluse le proprie sofferenze, furono salvati proprio grazie alla decisione di Diana Budisavljević di dare il via ad una vera e propria evacuazione dei minorenni da campi di concentramento come quelli di Stara Gradiska, Mlaka, Jasenovac, Gornja Rijeka e Jablanac.

Un’operazione che fu portata a termine non solo con l’obiettivo di salvare le vite di quei ragazzini innocenti, ma anche mettendo in piedi un archivio con tutta la documentazione indispensabile a tenere traccia dei loro genitori biologici con la finalità di poterli ricongiungere alla rispettive famiglie al termine della guerra.

Il diario personale

Solo nel 2003 si sono potuti ricostruire i dettagli di questa grande iniziativa di impegno civico, grazie ai documenti conservati nell’Archivio Statale della Repubblica di Croazia e all’iniziativa della nipote di Diana Budisavljević. Silvia Szabo, nipote di Diana Budisavljević, ha infatti deciso nel 1983 di renderne pubblico il diario personale che ricostruisce il periodo che va dal 1941 al 1947. Nella raccolta sono contenuti 80 documenti originali che permettono di ricostruire i nominativi di tutte le persone che aiutarono la Budisavljević a realizzare l’evacuazione dei minori dai campi: una rete segreta che fornì supporto logistico, nella produzione di documenti falsi e nell’assicurare ospitalità ai piccoli una volta che questi venivano messi in salvo.

Una memoria scomoda

Perché siano passati altri 20 anni da quando la nipote decise di aprire il diario della nonna e il momento della pubblicazione dello stesso, nel 2003, è questione che fa riferimento alla rimozione della memoria. La pubblicazione nel 2003 potrebbe essere dovuta, tra le altre cose, al termine dei 20 anni del governo dell’HDZ, il partito di Franjo Tudjman, e alla vittoria dei partiti della sinistra croata.

Il primo fatto storico che ci fa capire come e perché questa eroina finì nel dimenticatoio è il sequestro di tutta la documentazione, un archivio immenso contenente le identità di tutti i bambini salvati, da parte degli ufficiali dell’OZNA (Reparto per la Protezione del Popolo) nel maggio del 1945, subito dopo la fine della guerra sul territorio ormai della nuova Jugoslavia. Fortunatamente il diario si salvò dalla confisca ed è divenuto la base per una ricostruzione storica firmata dalla professoressa Marina Ajduković, che definisce l’iniziativa di Diana Budisavljević come la “prima opera umanitaria in Croazia” e come l’inizio della prassi di assistenza sociale e tutela delle categorie deboli e minacciate.

Si può oggi comprendere senza troppi sforzi perché la biografia di questa donna risultasse tanto scomoda per il regime comunista instauratosi dopo la guerra. È facile capirlo se si pensa che ci troviamo davanti alla storia di una donna austriaca, cattolica praticante, originaria di una famiglia dell’alta borghesia e per di più sposata con un chirurgo di religione ortodossa. Si comprende ancora meglio come la nuova classe dirigente dell’epoca, impegnata in uno sforzo notevole di indottrinamento, si sentisse impotente e disarmata di fronte al fatto che fu proprio il marito, il dottor Julije Budisavljević, misteriosamente sopravvissuto al regime ustascia, ad aiutare la propria moglie mettendola in contatto con le persone che in quell’epoca decidevano la vita o la morte, facendo in modo che il suo cognome le aprisse tante porte in quanto garanzia di discrezione e fiducia.

A complicare il quadro, la documentazione testimonia inoltre che sin dall’inizio, a sostenere l’iniziativa umanitaria di Diana Budisavljević, furono i vertici della Caritas di Zagabria, un soggetto ritenuto tra i “traditori” nell’immediato dopoguerra, in virtù della stretta associazione con la Chiesa cattolica. Una messa al bando che si fondava in parte sui gravi episodi di collaborazionismo con il regime nazifascista da parte delle gerarchie ecclesiastiche, ma che viene in parte stemperato proprio dai fatti raccolti nel diario della Budisavljević: tra le pagine si trova infatti addirittura il nome del Cardinale Alojzije Stepinac, che fu personalmente coinvolto (con il notevole ritardo di due anni come lamentato dall’autrice) nel salvataggio di alcuni dei bambini dai boia del regime ustascia. Lo stesso Stepinac inoltre si sarebbe speso per la costruzione di una solida rete di famiglie croate cattoliche disposte ad ospitare i piccoli rifugiati in città come Zagabria, Sisak e Jastrebarsko.

Nel suo diario, Diana nomina anche Camillo Bròssler, uno degli alti funzionari del regime croato dell’epoca, a capo del ministero delle Politiche sociali. Bròssler fu il fondatore del Reparto per l’assistenza sociale dei bambini ed adolescenti, e rappresenta dunque un’altra figura di origini germaniche, persona di fiducia del regime, coinvolto nello sforzo di salvare un numero altissimo di bambini e adolescenti.

Tutti questi elementi rendono la storia personale di Diana Budisavljević difficilmente riconciliabile con la nuova storia che ci si proponeva di scrivere nel secondo dopoguerra.

La memoria dei giusti

Questi sei decenni di silenzio sono un errore imperdonabile della storia moderna. Un silenzio che forse fu anche uno dei motivi per i quali Diana decise di lasciare per sempre la Jugoslavia e di tornare a Innsbruck, la sua città natale, nella quale trascorrerà gli ultimi anni della sua vita straordinaria, dal 1972 fino alla sua morte il 20 agosto del 1978.

Diana Obexer Budisavljević, Donna Coraggio, fu la seconda madre di tutti i 12.000 bambini salvati da morte certa. La sua vicenda non coincideva con la versione della storia voluta dai comunisti jugoslavi, in quanto l’intera azione non era stata organizzata da loro. Nemmeno alla classe dirigente della Croazia indipendente nata dopo il 1990 andava bene la storia dei 12.000 bambini salvati, in quanto oggi come 20 anni fa, la classe politica è impegnata a sminuire le dimensioni dello sterminio di massa condotto nei campi di concentramento di cui il più conosciuto era quello di Jasenovac.

I riconoscimenti ufficiali, le vie e le piazze che da poco portano il suo nome, arrivati tanti anni dopo la sua morte, ci servano oggi per essere consapevoli di questa vicenda di umanità e altruismo. L’opera più recente sulla straordinaria impresa di Diana Obexer Budisavljević risale all’autunno del 2012, porta il titolo di “Dianin list” (La lista di Diana) ed è opera di Dana Budisavljević e Miljenka Cogelja. Spero renderà questa storia alla portata di tutti.

Mi piace concludere questo pensiero scritto ricordando l’ultima scena della maestosa opera cinematografica del 1993 del regista Steven Spielberg, intitolata “Schindler’s List” in cui ciascuno dei sopravvissuti appoggia un sasso sulla tomba della persona alla quale deve la propria vita. In quella scena, i sopravvissuti dopo la guerra erano 1.100. Cerco per qualche istante di immaginare una piccola collina fatta dai 12.000 sassi, in qualche cimitero a Innsbruck, appoggiati dalle mani dei, all’epoca, piccoli, indifesi, discriminati ma comunque alla fine fortunati esseri umani.

Il Diario di Diana Obexer-Budisavljević (immagine tratta da Wikipedia)
Il Diario di Diana Obexer-Budisavljević (immagine tratta da Wikipedia)

Fiera del libro di Belgrado: sparare con un libro

Fiera del libro di Belgrado: sparare con un libro
La fiera del libro a Belgrado (di  Jovan Popović, da Wikimedia Commons)
La fiera del libro a Belgrado (di Jovan Popović, da Wikimedia Commons)
La presentazione alla fiera del libro di Belgrado di una pubblicazione sui crimini di Srebrenica rivela, ancora una volta, l’impossibilità di scrivere una storia condivisa dei fatti degli anni ’90. Ne parla Edvard Cucek in un articolo apparso il 5 novembre su Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa.

La Fiera del Libro di Belgrado, giunta ormai alla 64esima edizione, anche quest’anno ha ospitato uno stand gestito direttamente dal governo della Republika Srpska (RS), una delle due entità che costituiscono la Bosnia Erzegovina.

Il padiglione dedicato alla letteratura della RS è stato inaugurato lo scorso 21 ottobre dalla ministra dell’Istruzione e della Cultura della RS Natalija Trivić. La ministra si è rivolta ai presenti dicendo che parla come se fosse a casa propria, sottolineando che all’interno di un popolo non esistono confini soprattutto quando si parla di letteratura e cultura comune.

Tra i vari titoli di opere presenti anticipati in quell’occasione dalla ministra ne è spiccato uno, una di quelle pubblicazione che fanno crollare ogni speranza sul fatto che la storia dei conflitti che negli anni ’90 hanno dilaniato la Jugoslavia possa essere almeno in parte condivisa.

800 pagine di revisionismo

Si tratta di una raccolta di 800 pagine di testi risultato delle “ricerche” di 48 coautori. Il titolo: “Srebrenica – realtà e manipolazioni”. La pubblicazione è stata finanziata dal governo della RS ed ha – utilizzando le parole degli stessi funzionari della RS – tra gli obiettivi quello di “smontare il mito costruito sui crimini fabbricati a Srebrenica”.

La pubblicazione fa seguito ad un convegno tenutosi a Banja Luka nell’aprile di quest’anno, organizzato e sostenuto dall’“Unione degli ufficiali dell’ex esercito dei serbo-bosniaci”, dall’”Università indipendente di Banja Luka” e dall’“Istituto per le ricerche del martirio dei serbi nel ventesimo secolo”.

Nel libro, tradotto anche in inglese, viene apertamente negato il genocidio di Srebrenica, interpretando quanto accaduto a Srebrenica e nei dintorni nel 1995 come un “mito”. Una tesi del resto affermata in diverse occasioni anche dall’ex presidente della stessa RS e oggi membro della Presidenza della Bosnia Erzegovina Milorad Dodik.

Le conclusioni del convegno di Banja Luka

Nelle conclusioni pubblicate a seguito del convegno si può leggere: “Le opinioni pragmatiche dei giudici del Tribunale di Aja sui crimini e le responsabilità dei serbi per quanto accaduto a Srebrenica non devono essere accettate perché sono lontane dalla verità e le sentenze del tribunale non possono essere un ostacolo alla ricerca scientifica al fine di stabilire la verità definitiva”.

Posizione ribadita poi anche nel libro presentato a Belgrado il cui gruppo di autori in modo di fatto unanime si oppone alle sentenze del Tribunale Internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia sostenendo che tutta questa storia non è altro che un’invenzione per incolpare il popolo serbo e i loro governi ed eserciti su entrambe le sponde del fiume Drina. Non si tratterebbe di altro che un complotto di livello internazionale.

Ad esempio, senza addurre alcuna prova se non la propria parola, l’ex ufficiale dell’esercito serbo-bosniaco Nikola Mijatović Miša afferma: “In qualità di membro del Comando dell’Esercito della Republika Srpska presente sul pericolosissimo campo di battaglia intorno a Sarajevo, affermo che nel 90% dei comuni della Republika Srpska non è stato commesso alcun crimine di guerra o stupro. A differenza della Federazione di Bosnia Erzegovina, dove la maggior parte dei mostruosi crimini di guerra sono stati commessi sui territori sotto controllo delle formazioni militari mussulmane”.

Data la presentazione di questa scandalosa pubblicazione alla Fiera del libro di Belgrado non ci si può non chiedere quanto possano essere stati sinceri il Presidente serbo Aleksandar Vučić oppure il membro della Presidenza bosniaco erzegovese Milorad Dodik quando hanno deciso di andare a inchinarsi a Potočari (Srebrenica) davanti alle vittime del genocidio. Era solo una mossa calcolata per compiacere la politica mondiale e per passare come dei politici responsabili? Per poi tornare alle menzogne di quelle tragiche 800 pagine?

 

Haludovo: la Monte Carlo oltre Cortina di ferro

Haludovo: la Monte Carlo oltre Cortina di ferro

La parabola di un audace esperimento capitalista, avviato nella Jugoslavia socialista degli anni ’70, raccontata in un articolo di Edvard Cucek apparso su Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa il 18/07/2019.

Nella Jugoslavia socialista quanto di più opulento potesse esprimere la società capitalista è accaduto sull’isola di Krk nei primi anni ’70. L’artefice? Bob Guccione, fondatore ed editore della rivista per adulti Penthouse, che investì 45 milioni di dollari per un complesso che oggi è solo rovine

Palace Hotel Haludovo abbandonato, Malinska - (foto di Tor Lindstrand. CC-BY-SA-2.0, da Wilimedia CC)
Palace Hotel Haludovo abbandonato, Malinska – (foto di Tor Lindstrand. CC-BY-SA-2.0, da Wilimedia CC)

Alla fine degli anni sessanta il fondatore ed editore della rivista per adulti Penthouse (l’unica vera concorrenza dell’epoca a Playboy), il milionario Bob Guccione  , scoprì Malinska sull’isola di Krk (Veglia), allora Jugoslavia. Poco dopo venne a conoscenza di Haludovo, con il suo complesso alberghiero ancora nascente. Inaugurato nel 1971, sulla superficie di quasi 100.000 m2, quest’ultimo era composto da due eccellenze del turismo jugoslavo: l’Hotel Tamaris e il Palace Hotel, che potevano ospitare senza difficoltà 1500 persone.

Pare che proprio durante un suo soggiorno a Malinska prese forma l’idea di avviare lì una nuova avventura. Un po’ per l’incoraggiamento del suo amico Čedo Komljenović – al pubblico jugoslavo conosciuto come direttore della famosa rivista jugoslava di Zagabria “Start” ed al resto del mondo (soprattutto in quello della fotografia erotica) conosciuto come Monty Shadow – e un po’ perché gli affari dei suoi casinò a Londra stavano registrando un notevole calo, si decise per un notevole investimento: Guccione mise sul piatto 45 milioni di dollari per inserire nel neonato complesso di lusso anche il “Penthouse Adriatic Casinò Club”, con 5 stelle a garanzia di un lusso vertiginoso.

Dalla matita del geniale architetto Boris Magaš – autore dello stadio di calcio Poljud  a Spalato e di tanto altro – uscì una vera e propria opera d’arte insuperabile, sia esteticamente sia come contenitore di offerte turistiche inimmaginabili sino ad allora nella tradizione turistica isolana, nata più di mezzo secolo prima. Guccione amava chiamare la sua impresa “ottima ricetta per placare la guerra fredda”: un casinò – e tanto altro – per soddisfare qualsiasi esigenza dei ricchissimi occidentali sul suolo di un paese socialista. In realtà – oltre che per trarne il profitto – si trattò di un progetto che unì la sua voglia di notorietà e il desiderio di realizzare qualcosa che mai si era visto da quella sponda dell’Adriatico.

L’investitore ufficiale fu il colosso industriale “Brodokomerc” di Fiume, il quale formalmente come società statale era il gestore del complesso. Ma era Guccione che in realtà, con l’aiuto del consiglio degli operai (all’epoca inevitabile strumento della cosiddetta autogestione del mondo di lavoro nel sistema socialista) dettava le regole. Motivato dalla ottima collaborazione con la rappresentanza operaia – spesso scherzava che le trattative con loro andavano sempre a buon fine in quanto molto vicini alla sua mentalità siciliana – Guccione si prese l’impegno di investire altri 500.000 dollari in pubblicità sulla sua e altre riviste in Europa ma anche Oltreoceano. Così spesso su più pagine di Penthouse (ciascuna per un costo di 15.000 dollari) apparivano pubblicità del tipo “Resort di un lusso stravagante dall’altra parte della cortina di ferro”.

Impatto ambientale e culturale

Anche se negli anni settanta Malinska e l’intera isola di Krk avevano già una tradizione turistica che datava più di mezzo secolo, l’avvento di Guccione implicò una vera e propria rivoluzione. Una comunità ancora patriarcale, ufficialmente secolarizzata ma nella sua quotidianità molto cattolica, si trovò a dover gestire fenomeni e situazioni completamente sconosciute. Già l’apertura dell’aeroporto di Krk – come aeroporto ufficiale della vicina città costiera di Fiume – aveva cambiato la vita degli isolani e il turismo di massa diventò una novità con tutti i problemi che portava con sé. La presenza di bellezze femminili dell’intero globo invitate da Guccione e battezzate “coccolone” in un paesino fondato da pescatori ne scombussolò gli abitanti.

All’ingresso nel villaggio spesso apparivano pannelli pubblicitari, pari a quelli dell’Europa occidentale, che riportavano donne completamente nude fotografate sulle spiagge locali mentre si tuffavano nel mare cristallino lasciando sulla sabbia costumi da bagno di minime dimensioni. Troppo “osé” per quell’epoca, pur avendo il turismo reso la vita dell’intera comunità molto più agiata. A differenza dai resort di lusso di oggi l’intero complesso di Haludovo, su tutta la superficie pari a 15 stadi da calcio, è inoltre sempre stato senza alcun recinto ed in ogni sua parte accessibile alla gente del posto o ai turisti che soggiornavano altrove. Il lusso – e la rivoluzione culturale – pareva alla portata di tutti.

L’inaugurazione e i primi ospiti famosi

L’inaugurazione nel 1972 aprì una serie di sontuose feste memorabili. Non mancarono i rappresentanti del governo jugoslavo e altri vertici del mondo politico. Ancora oggi non si dimenticano i tempi in cui “scorrevano fiumi di champagne”. Le feste “all’americana” continuarono almeno per un anno, tra hotel, casinò e le “offerte penthouse”. I clienti in una grande hall venivano accolti da ragazze in abiti da cameriere e fin da subito si percepiva lo spirito voluto da Guccione. All’inizio lavoravano 50 ragazze americane, poi raggiunte da altre 20 europee. Ci vollero dei mesi per aver nello staff anche le prime ragazze del posto.

Divenne frequente poter vedere esibirsi per l’intera stagione musicisti britannici ed americani sui palchi degli alberghi. Ed a capo della modernissima cucina venne subito messo uno dei migliori cuochi della ex Jugoslavia, se non il migliore, lo sloveno Ludvig Križanec.

A ricordarsi di tutti i personaggi famosi che soggiornarono ad Haludovo è Zdenko Cerović, arrivato a lavorarvi negli anni ’70 da studente alla reception sino a divenirne direttore, purtroppo l’ultimo. “Qui soggiornò anche Saddam Hussein con uno dei figli in una delle suite più lussuose dell’hotel e mi ricordo quando le cameriere dopo la loro partenza e dopo che ci avevano lasciato una mancia di 1000 dollari, trovarono una pistola tra le lenzuola. Era una situazione delicata e chiamare la polizia non era pensabile. Nessuno voleva scandali diplomatici. Fecero una telefonata dalla direzione all’aeroporto invitando qualcuno della scorta a tornare per verificare se ‘l’orologio’ che il figlio di Saddam aveva dimenticato era effettivamente il suo”, ricorda Cerović in una delle tante interviste rilasciate ai giornali tra le quali una anche a “Novi List”  di Fiume.

Tra gli ospiti vi furono poi Olof Palme – in quegli anni presidente del Partito Socialdemocratico svedese oltre che primo ministro, George Orson Welles – regista, attore, produttore cinematografico statunitense, oltre a tutti gli industriali che all’epoca contavano. E molti ospiti importanti non vennero mai alla luce, esigendo l’anonimato. Già nel 1972, inoltre, diventò operativo il volo diretto tra New York e l’isola di Krk.

Tempi di gloria e rapido tracollo

È stato più lungo il tempo di progettazione e costruzione del complesso che quello del suo splendore. A poco più di un anno dalla clamorosa inaugurazione del “Penthouse Adriatic Casinò Club” cominciò il suo lento ma inesorabile declino. Purtroppo la guerra fredda non aiutò questo business di lusso e spensieratezza e nemmeno Bob Guccione riuscì a placarla. Dopo poco più di un anno di festini e celebrazioni da record il casinò chiuse i battenti. Causa i costi esorbitanti di mantenimento e le leggi sull’azzardo sempre più restrittive nel 1973 l’“Haludovo” fallì. Guccione, dal canto suo, morì negli Usa nel 2010 in difficoltà finanziarie.

Il complesso alberghiero rimase aperto ancora una ventina d’anni e nonostante dalla fine degli anni Settanta e nel decennio successivo fosse diventato la meta preferita della cosiddetta “crvena buržoazija“ (termine utilizzato dagli studenti in Jugoslavia, durante le proteste del 1968, ndr), ovvero la classe diventata benestante grazie alla sua posizione nella gerarchia politica socialista e comunista, non riuscì mai a risollevarsi economicamente. Dopo un periodo di autogestione e diversi passaggi di proprietà negli anni Ottanta, sempre riducendo di più le offerte turistiche, arrivò al limite della chiusura. Poi divenne luogo di accoglienza dell’ondata di profughi provocata dalle guerre jugoslave all’inizio degli anni Novanta e il complesso chiuse definitivamente i battenti.

Tradimento e ultimi giorni del gioiello di Quarnero

È sempre Zdenko Cerović a ricordare il suo primo incontro con un rappresentante di rilievo dell’appena proclamata Repubblica di Croazia nel 1991: “Con un ritardo di due ore rispetto all’appuntamento si presentò all’ingresso del Palace Hotel Janko Vranyczany Dobrinović, nuovo ministro del Turismo. Dopo un tiepido saluto la prima cosa che disse fu ‘Dobbiamo demolire tutto, questo è un obbrobrio comunista'”.

Invece della demolizione arrivò la privatizzazione. L’intero complesso fu venduto nel 2000 al commerciante dei diamanti armeno Are Abramyan e alla sua “Isleta Trading Limited”, con sede a Cipro. Quello fu l’ultimo colpo che porterà alla chiusura, nel 2004, anche di quel poco che era ancora in funzione. Quello stesso anno, paradossalmente, nonostante il numero ingente di prenotazioni, mai registrato dall’inizio della guerra e dalla temporanea chiusura per ospitare i profughi, arrivò l’ordine della proprietà di cancellarle tutte le prenotazioni e chiudere i battenti, ponendo fine a questa straordinaria storia.

L’obiettivo era quello di demolire tutto per partire da zero con la concessione per edificare un nuovo resort, concessione ad oggi mai arrivata. L’ennesima battuta di arresto è avvenuta a novembre 2018  , quando Are Abramyan ha presentato ai cittadini e alla municipalità di Malinska il progetto di risanamento del complesso. Il magnate armeno ha ricevuto un netto rifiuto, perché nel progetto richiedeva che una parte del lungomare gli venisse concesso per uso esclusivo degli ospiti del resort.

“Un tradimento preannunciato – sottolinea Zdenko Cerović in numerose interviste – del resto per questioni ideologiche il nuovo governo dai primi anni Novanta voleva già distruggere tutto”. Oggi Haludovo è in rovina, in attesa che prevalga il buon senso o la demolizione definitiva.