Solidarietà europea: insieme per la Giornata delle fasce bianche

 

Jer me se tice_Prijedor
La giornata delle fasce bianche, in un’edizione di qualche anno passata. Foto tratta dalla pagina facebook dell’associazione “Jer me se tiče

Si è tenuta ieri in molte città europee la Giornata delle fasce bianche, per mantenere viva la memoria delle vittime della pulizia etnica a Prijedor. Ne parla Edvard Cucek in un articolo già apparso nel sito dell’Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa

Anche quest’anno alcune città della Regione Trentino-Alto Adige assieme ad altre città italiane prenderanno il loro posto in fila del lungo elenco delle città mondiali che ogni 31 maggio solidarizzano con la città bosniaca di Prijedor, solidarizzano con i suoi cittadini – purtroppo non tutti – nella loro battaglia contro la discriminazione, contro il negazionismo e per il diritto alla memoria.

Per il diritto di ricordare le vittime civili e innocenti

Tutto è partito il 31 maggio 2012 con la “ribellione pacifica” di un giovane cittadino di Prijedor di nome Emir Hodžić che si mise a “protestare” in silenzio nella piazza principale di questa città bosniaca conosciuta per la terribile pulizia etnica che vi è avvenuta.

Quel giorno di maggio Emir che se ne stava immobile con una fascia bianca al braccio e davanti ad un sacco semivuoto con sopra una rosa, ha manifestato contro il silenzio di omertà e il silenzioso negazionismo.

Venti anni prima una giunta guidata dai serbo-bosniaci aveva preso il potere in città dopo aver rovesciato il governo legalmente eletto alle prime elezioni democratiche nella Bosnia Erzegovina indipendente: ai cittadini non serbi della municipalità di Prijedor venne imposto di segnare le proprie case con un lenzuolo bianco e quando uscivano di casa di indossare una fascia bianca. Fu il primo passo verso la pulizia etnica che si scatenò di lì a poco.

Una fascia bianca sul braccio con davanti un sacco bianco semi vuoto e sopra appoggiata una rosa: Emir restò così nemmeno un’ora, in silenzio assoluto. Silenzio che tuonava sopra le vie del centro storico. Nessuno gli chiese né perché né che cosa facesse. Fu chiaro a tutti che cosa invocava questo ragazzo muto e immobile. Nemmeno le forze dell’ordine, poco dopo inviate in piazza, gli contestarono niente e non gli imposero di interrompere questa insolita “performance”, come i giornali locali la chiamarono successivamente.

Il suo fu un gesto per ricordare le 256 donne innocenti uccise a Prijedor dal 1992 al 1995, i 102 bambini uccisi, tutte le vittime civili dei tre campi di concentramento, 31.000 persone vi vennero internate, 3000 di queste vennero uccise. Per non perdere la memoria di quella vergognosa ordinanza che ricorda molto la Germania nazista degli anni Trenta.

Le reazioni

La storia delle fasce bianche fu così risvegliata, a dieci anni di distanza. Già dall’anno successivo vi fu una risposta massiccia anche nelle altre città bosniaco erzegovesi. Il sindaco di Prijedor di allora e tutta la sua giunta comunale iniziarono a comprendere che i tempi per fare i conti con il passato erano arrivati.

Ma la loro risposta non fu minimamente adeguata e per nulla solidale. Anzi, gli organizzatori, a quell’epoca semplici cittadini e una sola associazione, “Kvart” che aveva avuto il coraggio di sostenere la causa, vennero accusati di tentativi di destabilizzazione della municipalità e di false interpretazioni del doloroso passato. E ricevettero molte minacce.

La risposta della cittadinanza fu la nascita dell’iniziativa “Jer me se tiče” (Perché mi riguarda) che riuscì ad unire diverse realtà dell’associazionismo locale anche di orientamenti diversi. Tutti uniti nel desiderio di togliere questa piaga della vergogna dalla loro città e di cominciare il doloroso percorso della riconciliazione e di una almeno parziale condivisione del passato.

Già due anni dopo, esattamente il 25 novembre del 2014, uno degli organizzatori della prima silenziosa protesta del 2012, Fikret Bačić, presentò una richiesta alla municipalità di Prijedor, avanzata dai genitori delle 102 vittime minorenni e firmata da 1175 cittadini di Prijedor, sostenuti da altre 242 persone non residenti a Prijedor, per la concessione di un luogo dove poter erigere un monumento in ricordo dei loro figli.

La richiesta è stata fino ad oggi ignorata – e in certi momenti anche ostacolata – dalle autorità comunali. Questo nonostante i tentativi di mediazione da parte di diversi soggetti esteri presenti sul territorio bosniaco da tanti anni: Osce, Amnesty International e tante altre associazioni. Una lettera di richiesta d’aiuto firmata dai genitori delle vittime minorenni fu inviata negli anni scorsi addirittura al sindaco di Trento, allora Alessandro Andretta, affinché intervenisse come sindaco di una città italiana molto amica di Prijedor.

La giornata della fasce bianche oggi

La Giornata, ormai internazionale e giunta alla decima edizione, oggi ha come protagoniste circa 80 città in tutto il mondo che in vari modi ricordano i drammatici fatti di quel 31 maggio 1992 richiamando l’attenzione su quelle ingiustizie e discriminazioni che tanti esseri umani su questo nostro pianeta vivono quotidianamente.

Trento, città dove io abito, ha promosso quest’iniziativa per la prima volta nel 2108. Fu voluta dalle associazioni “46° Parallelo” e “Trentino con Balcani” in collaborazione con il “Forum Trentino per la Pace e Diritti Umani e l’associazione “Progetto Prijedor” e fu un’iniziativa subito sostenuta anche da OBCT, dagli Scout trentini e da tanti altri.

È una della poche città che partecipano che non ha tra gli organizzatori alcuna associazione di profughi/cittadini bosniaci. Nella maggioranza dei casi infatti l’impulso iniziale è partito proprio da loro. E questo fa onore al senso di solidarietà della mia città alpina.

Intanto a Prijedor, proprio quest’anno, Fikret Bačić potrebbe finalmente indicare ai presenti il posto dove, ancora non ufficialmente, potrebbe sorgere un piccolo monumento ai nostri piccoli che non abbiamo saputo proteggere. E io mi auguro che molte altre città italiane scenderanno presto tra le fila di coloro che non vogliono essere indifferenti. Insieme come italiani, come europei e come esseri umani.