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ADDIO A ZIO JOVO, EROE DI UNA “GUERRA PERSA”

ADDIO A ZIO JOVO, EROE DI UNA “GUERRA PERSA”

L’8 aprile è morto a 84 anni Jovan Divjak, il generale serbo-bosniaco che aveva difeso Sarajevo durante l’assedio della città durante la  guerra in Bosnia negli anni Novanta. Lo ricorda Edvard Cucek (con lui nella prima foto del testo) e due immagini di Zio Jovo, com’era colloquialmente chiamato, di Mario Boccia. E’accanto a allo scrittore Predrag Matvejević e al giornalista Zlatko Dizdarević. 

di Edvard Cucek

Divjak con Matvejevic e Dizdarevic, foto di Mario Boccia
Divjak con P. Matvejević e Z. Dizdarević, foto di Mario Boccia

Mi coglie naturalmente incredulo questa triste notizia. Zio Jovo, Generale difensore della Sarajevo assediata,fondatore della Fondazione “Istruzione costruisce Bosnia ed Erzegovina”, uomo tutta la vita rimasto sulla stessa sponda, quella della verità, Jovan Divjak se ne è andato per sempre. Anche se all’età di 84 anni – con un percorso della vita straricco e pieno di obbiettivi raggiunti molto importanti – perderlo, ne sono consapevole adesso, sarebbe stato ed è comunque e sempre troppo presto. Lascia infatti un vuoto incolmabile. A noi bosniaci, agli europei, al genere umano.

Jovan Divjak con Edvard Cucek
Jovan Divjak con Edvard Cucek

Sarebbe un’occasione sprecata scrivere adesso qualcosa di essenziale e che riguarda una conoscenza quasi casuale e un’amicizia andata avanti per diversi anni, scrivendo dei dati anagrafici di Zio Jovo (così gli piaceva essere chiamato), oppure del suo percorso da soldato e da eroe della difesa di una delle città più multietniche di tutta la vecchia signora Europa. Alcune cose devo dirle però. Raccontate proprio da lui.

Anche se belgradese di nascita, aveva capito, ancora anni prima della guerra bosniaca, che quello di Sarajevo sarebbe stato per sempre il suo destino. Non ha tradito mai le proprie convinzioni. Nemmeno in quei primi giorni della sanguinosa primavera del 1992 che vedrà la sua Sarajevo incatenata dai criminali dell’esercito di Radovan Karadzić e Ratko Mladić, quando bloccò tutti gli armamenti leggeri della “Difesa Territoriale” (una specie di esercito regionale) e invece di consegnarli al quartier generale di allora – Armata Popolare Jugoslava – le consegnò ai cittadini di Sarajevo creando così le prime formazioni militari che per 4 lunghi anni difenderanno la propria città. Lui, serbo, nato a Belgrado.

Da quel giorno per tanti diventò “Il Generale serbo che difese la Sarajevo dai suoi”. Ma quanto sfortunato questo “inquadramento” di un uomo con uno spessore umano che dovremo ancora scoprire. Dal mio modesto punto di vista un uomo, soldato di professione, che ha difeso la cultura del vivere insieme, spesso sottolineata da qualche “europeista occasionale” ma anche da quelli veri, e da tutti i cittadini di Sarajevo. Tutti! E li difendeva dai criminali comandati da serbo bosniaci. Questi sono i fatti storici.

Comunque come tale non è mai stato accettato da quella parte dei “patrioti” sarajevesi o bosniaci per i quali essere un vero patriota bosniaco presumeva anche l’appartenenza all’etnia bosgnacco musulmana. Insomma parlo dei circoli vicini al “Partito del Azione Democratica” – SDA del presidente d’allora Alija Izetbegovic. Per questo motivo Zio Jovo sarà anche pensionato molto prima della fine dell’assedio. Quell’anno 1994, Zio Jovo fonderà la Fondazione “Istruzione costruisce Bosnia ed Erzegovina” la quale in questi 27 anni ha dato la possibilità di avere un livello d’istruzione medio alto e alto a un intero esercito di giovani bosniaci. Un vero esercito del nostro Jovan che gli sarà fedele per sempre.

Divjak nella sede dell'Associazione "L'Istruzione costruisce la Bosnia Erzegovina", foto di Mario Boccia
Divjak nella sede dell’Associazione “L’Istruzione costruisce la Bosnia Erzegovina”, foto di Mario Boccia

Così Zio Jovo, dopo aver difeso la cultura di vivere insieme e il multiculturalismo, camminando da solo (sempre senza guardaspalle) sulle prime linee del fronte incoraggiando i difensori e i civili, aveva deciso di difendere anche il diritto alla istruzione alle fasce più vulnerabili. Altra battaglia da vincere. Sempre tra la gente, camminando a testa alta senza paura mentre nella vicina Banja Luka o a Belgrado sulla sua testa si scrivevano le taglie per presunti crimini di guerra. Arrivate persino a Vienna dove sarà per diversi mesi chiuso in un albergo in attesa di chiarimenti diplomatici e giudiziari. Tornerà alla sua Sarajevo vincendo anche questa ingiustizia. Abbracciandola e per essere abbracciato.

Per finire un fatto di cui la vecchia signora Europa sa poco, anche perché spesso Zio Jovo deve essere dipinto seguendo uno schema preciso. Come già detto, Zio Jovo dovrebbe restare “il Serbo che difese i patrioti sarajevesi, spesso soltanto di etnia bosgnacco musulmana, dai suoi”. Ossia uno che si era “venduto” alla politica che sosteneva la Bosnia, innanzi tutto i bosgnacchi musulmani e di conseguenza traditore dei suoi, dei serbi. Traditore di tutti serbi. Anche quelli, diverse migliaia, che a Sarajevo sopravvissero proprio grazie a lui.
In mezzo si infila, quasi timidamente, tutta la storia di un uomo coraggioso e onesto che rischiò tutto per difendere i valori in cui credeva racchiusi in una città martoriata pur sapendo che dalle colline circostanti circondate dai “suoi” per lui era riservata una morte sicura. Un uomo che alle spalle non aveva mai il vero sostegno di un establishment politico anche se voleva presentarsi al mondo intero come un patriota e alla guida di un Paese che subiva un’aggressione militare.

Lo ribadì Zio Jovo a dicembre del 1997 quando con una lettera decise di restituire al Presidente della Bosnia ed Erzegovina d’allora Alija Izetbegovic i riconoscimenti, le onorificenze e le insigne del Generale brigadiere dell’Armata delle Bosnia ed Erzegovina (AR BiH) in seguito alle indagini che testimoniavano diversi casi di uccisioni di civili nella Sarajevo assediata non di etnia bosgnacco musulmana, compiuti o ordinati dai militari della stessa AR BiH tra i quali alcuni ancora dopo la guerra ricoprivano cariche importanti nello Stato e nella gerarchia militare e i quali il Presidente Izetbegovic non volle mai processare e tantomeno privarli dalle onorificenze militari. Anzi, ci furono dei casi in cui per alcuni criminali di guerra furono organizzati funerali solenni statali.

Per me era molto doloroso quello che mi disse Zio Jovo quando ci siamo visti ultima volta. “Non pensavo in quegli anni di difendere la Sarajevo di oggi, ma non rimpiango, ho sempre difeso le persone deboli e mi è capitato di farlo proprio qui”. Il Mondo è Sarajevo e io auspico che Sarajevo, almeno per quegli eroi come Zio Jovo, resti sempre il Mondo. Piccolo ma aperto a tutti.

 

IN RICORDO DI ĐORĐE BALAŠEVIĆ

IN RICORDO DI ĐORĐE BALAŠEVIĆ
Đorđe Balašević, foto tratta da kurir.rs
Đorđe Balašević, foto tratta da kurir.rs. Foto in home page tratta da youtube.com.

 

Il 19 febbraio è morto a Novi Sad il famoso cantautore jugoslavo Đorđe Balašević (1953 – 2021). Lo ricorda Edvard Cucek  in un articolo, già apparso sull’Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa il 24 febbraio.

Buon vento, mio caro Balaš

Caro mio,

tra le tante cose che vorrei dirti penso comunque a quelle che sei riuscito a dire a noi. Ad una in particolare. Che hai scritto tempo fa: “La vita? Sai quando sulla tomba c’è la data della nascita e la data della morte? Ecco, quel trattino in mezzo… quella è la vita”. Il trattino tra le tue due date, rimasto troppo corto, appartiene anche a noi. Noi di ogni età. Credo di poterlo dire a nome della tua di generazione, quella degli anni ’50, ma anche della mia, degli anni ’70… ed a nome di quelli che devono ancora nascere. Ti ameranno anche loro.

Ci lasci caro Balaš. Mi è sempre piaciuto chiamarti semplicemente Balaš. Ormai da decenni sei il nostro Đole Balaš. Ci lasci proprio adesso. Anche se sono sicuro che non sarebbe mai arrivato “il momento giusto” per perderti. E che sarebbe stato prematuro anche se te ne fossi andato fra 20 anni.

Mi auguravo che questo momento accadesse quando anch’io fossi stato anziano. Ma non è avvenuto così. E ora cerco di ricordarmi quando per la prima volta ho sentito una delle tue intramontabili canzoni. Una delle tue poesie accompagnate dalla musica.

E non mi ricordo.

Già alle elementari cantavamo le tue storie di vita. Quelle inserite nel programma scolastico come “Računajte na nas” (Contate su di noi) e quelle che ci piacevano da morire, quando volevamo divertirci. Come “Mirka” o l’altrettanto leggendaria “Za sve je kriv Toma Sojer” (Tutta colpa di Tom Sawyer). Ma non mancavano le canzoni d’amore come “Lepa protina kći” (La bella figlia dell’arciprete) oppure “Život je more” (La vita è il mare) che cantavamo durante le scolaresche lanciando gli sguardi alle nostre giovanissime “Olivere”.

Non è mia intenzione elencare in questa occasione tutto quello che hai scritto e che ci hai regalato, ma potrei orgogliosamente dire che conosco quasi tutto il tuo operato. Da poeta, scrittore, musicista, attore, ambasciatore di pace… Da uomo! Scritto con i caratteri cubitali.

Non mi ricordo però quando ti sei presentato per la prima volta alla mia generazione. Non mi ricordo da quando ci consociamo noi due, mio caro Balaš. Pare da quando ho cominciato a coltivare sentimenti e custodire ricordi.

Tutta la mia vita, dunque.

Sono in molti che come me potrebbero esprimere sentimenti simili: senza di te saremmo sicuramente cresciuti in modo diverso. Più poveri. Meno felici, anche quando soffrivamo per i nostri primi amori (e anche per quelli successivi a dire il vero) immersi nelle tue canzoni.

Come riuscivi a farlo? Eri tremendamente sincero raccontandoci la tua vita. Ecco perché ci ritrovavamo sempre in uno dei protagonisti dei tuoi racconti musicali. Nei tuoi poemi che non lasciavano spazio per le interpretazioni. Ecco perché davanti ai primi accordi delle tue canzoni si abbracciavano quelli che amavano la musica heavy metal con quelli che amavano la musica punk. Si faceva pace. Quella che invocavi, durante la tua lunga carriera da cantautore iniziata ancora nel 1977. Eri il solo che riusciva, con le tue magiche note, a fare in modo che uno che non ascoltava altro che i Sex Pistols piangesse insieme ad un feroce fan degli Stray Cats. Facevi i miracoli caro mio. Almeno uno dei nostri brani composti da adolescenti doveva assomigliare sia nel testo che nella musica alle tue canzoni. Altrimenti si era “scarsi”.

Sono stato fortunato a vederti ed a poterti ascoltare in concerto. Che a quell’epoca sfociavano in crisi tra le giovani repubbliche ex jugoslave. Ti ho visto per la prima e l’ultima volta nel lontano 1997. Vent’anni della tua carriera celebrati con un concerto organizzato in primis per il pubblico croato e bosniaco a Lubiana. Mi ricordo le due ragazze di Mostar sedute di fronte a me e il mio amico d’infanzia che canticchiavano tutto il tempo. Mi ricordo di una signora, all’epoca 40 enne, che sul pullman per Lubiana viaggiava da sola. Pensierosa ma dall’aria incredibilmente romantica. Mi domandavo cosa la spingesse a venirti ad ascoltare.

In Croazia ancora non potevi cantare. Davi fastidio un po’ a tutti degli establishment statali in quegli anni. Eri scarso come serbo, in quanto di madre slovena e di presunte origini paterne ungheresi. Troppo legato a quella Vojvodina autonomista. Sostenevi il premier assassinato Zoran Đinđić e criticavi apertamente il regime di Slobodan Milošević. Un vero croato non sei mai stato, nonostante fosse impossibile separare te, Arsen Dedić e Oliver Dragojević le leggende della scena musicale croata, da qualche anno scomparsi anche loro. Amavi e difendevi troppo la Bosnia di tutti i suoi cittadini. Sei andato a cantare a Sarajevo troppo presto dopo l’assedio e questa mossa in tanti non te l’hanno mai perdonata. In primo luogo i “miei” e i “tuoi” di Banja Luka.

Non eri di nessuno di loro. Ma eri nostro fino in fondo.

E così quell’anniversario dei vent’anni di carriera, da Zagabria, dove era cancellato, fu spostato a Lubiana, facendo infuriare chi spingeva per l’isolamento della Croazia dal resto della regione balcanica sino ad arrivare ad un vero e proprio incidente diplomatico con la Slovenia: ero in uno di quei 22 pullman, partiti da Zagabria, fermati dalla polizia croata al confine croato-sloveno di Bregana. Ci hanno schedati uno ad uno. Il rischio di non arrivare a Lubiana quel primo dicembre del 1997 in tempo per l’inizio del concerto fu altissimo. La tensione era alta. Non ci permisero per diverse ore di scendere dai pullman mentre da fuori sentivamo quelli che dovevano essere degli insulti. Ci chiamavano jugonostalgici.

La stessa cosa sarebbe poi accaduta alle due di notte, nel rientro a Zagabria. Ma fu meno drammatico. Eravamo ormai purificati dal tuo concerto, disarmati dalla potenza della tua esibizione di 4 ore e mezza senza che nemmeno bevessi un bicchiere d’acqua. Quella notte sei diventato definitivamente il mio re. Il re del piccolo mondo di un profugo bosniaco di 22 anni con “l’indirizzo forzato” in una delle città della pianura croata. Ti ho visto da vicino. Tanto vicino che sono riuscito a lanciare una letterina, come da tradizione, sul palco. L’avrai mai letta? Non importa. Lì non c’era scritto niente altro di quello che tu non ci avessi già insegnato. Amore e pace prima di tutto.

Eri una specie di guardiano durante i miei anni di guerra, durante quelli da profugo scombussolato, durante i travagliati periodi della vita nella mia nuova patria italiana. Tutti i tuoi album hanno viaggiato con me ovunque.

C’eri sempre. Io ci sono soltanto adesso. Sarebbe stato più onesto se avessi scritto queste righe mentre cantavi ancora. L’indirizzo lo sapevo. Da sempre. Eri sempre tu a ricordarcelo nella tua famosissima “Neki novi klinci” (Alcuni fanciulli nuovi).

Ho tentato di avvicinarmi anche un’altra volta. Era l’agosto del 2019. Insieme alla famiglia feci una sorta di jugo-tour. Per la prima volta nella vita abbiamo visitato la tua magnifica città, Novi Sad. La regina della tua Vojvodina. A tutt’oggi culla del multiculturalismo. Ferita ma viva.

Siamo stati tentati, ma non abbiamo osato, di suonare alla tua porta, qualche minuto prima delle 22.00 di un martedì. Lo facevano in tanti, sperando che qualcuno si sarebbe affacciato, a cui lasciare per te un messaggio. Se aveste aperto a tutti in qualsiasi ora della notte… Figuriamoci. Forse però se tu avessi saputo da dove venivamo per vederti…?!

Non importa caro mio. Non ha molto senso ricordare qui le moltissime verità da te cantate. Vorrei però riprendere un verso della tua canzone intitolata “Panonski mornar” (Marinaio pannonico);

Il mio mare non c’è e non so cosa fare

Mio padre dice che il Danubio non è male

Il mio mare non c’è ma io vivo nella speranza

Che comunque da qualche parte ci incontreremo ancora

 

Proprio a me che capita ‘sta cosa

Questa è storia per le lacrime e per ridere

Qualche marinaio forse rimane senza nave

Ma senza mare, questa è una sfiga particolare…

 

Troverai laddove sei andato il tuo mare perduto. Sono sicuro. Aspettaci. Ci saremo in tanti imbarcati sulla tua nave. Prima o poi. Buon vento mio caro Balaš.