Bosnia Erzegovina

La resa dei conti di un passato disumano

La resa dei conti di un passato disumano

Lo Stato di Bosnia ed Erzegovina in futuro dovrà risarcire le donne vittime degli stupri sessuali subiti durante la guerra dal 1992 al 1995

di Edvard Cucek (articolo già apparso su atlanteguerre.it  il 30/09/2019)

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Il caso è partito e potrebbe diventare “Il Precedente” dopo che una donna bosniaca stuprata nel 1993 nei dintorni di Sarajevo da un soldato serbo bosniaco, di cui l’identità è stata accertata, si è rivolta all’Onu. Dopo aver fatto il ricorso contro la decisione precedente del tribunale la vittima ha ottenuto il diritto di essere risarcita. Non potendo riscuotere la somma di denaro pari ai 15.000 euro direttamente dalla persona colpevole (il criminale risulta nullatenente) la decisione dell’apposito Comitato contro le torture delle Nazione Unite, ancora ufficiosa, è di obbligare lo Stato a risarcire i propri cittadini-vittime per poi “regolare i conti” con chi ha commesso il crimine o altro. Inoltre il Comitato dell’ONU contro le torture ha intenzione di stabilire un piano grazie al quale lo Stato bosniaco sarà invitato oltre a risarcire le donne violentate anche a offrire loro adeguati sostegni psicologici e le cure mediche laddove necessario. Proprio come prevede la Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (RS 0.105) adottata nell’Assemblea generale Onu il 10 dicembre del 1984.

Lo stesso Comitato respinge in modo ferreo qualsiasi voce sulla possibilità della prescrizione di questi crimini come un ostacolo insuperabile per restituire alle vittime la loro dignità. E come strumento per aiutare tutte le donne che in futuro vorranno rivolgersi alle istituzioni si è già offerta la Ong “Trial International” la quale ha già sostenuto il primo caso ed è grazie a loro che se la causa è andata così lontano. «Consideriamo questa decisione rivoluzionaria, non solo per la Bosnia, ma anche a livello globale perché l’Onu ha preso una decisione di grande portata sulla denuncia di una vittima di violenza sessuale», ha detto al giornale WEB “Faktor” Adrijana Hanušić Bećirović, consulente legale di questa organizzazione non profit che si batte contro l’impunità in ambito internazionale.

La ministra dei diritti umani e dei rifugiati della Bosnia Saliha Djuderija ritiene che i casi delle violenze sessuali in Bosnia ed Erzegovina degli anni Novanta potrebbero essere anche 20.000. Pur ribadendo che questi crimini erano stati commessi da soldati di tutte le appartenenze, la sistematicità di usare le donne inermi come degli “strumenti di guerra” risulta evidente soprattutto quando si tratta, come p stato accertato, soprattutto delle formazioni militari serbo bosniache, con le quali si è arrivati a numeri elevatissimi. Questo argomento scottante, una volta messo in evidenza, farà in modo che lo Stato debba affrontare anche i figli nati dopo gli stupri e le violenze sessuali. Anche loro invisibili e ignorati, fascia debole di cui ogni società normale dovrebbe occuparsi con la dovuta attenzione.

Le associazioni che da anni cercano di aiutare queste donne, “sacrificate in guerra e in pace”, ingiustamente inascoltate per troppo tempo, auspicano una svolta rivoluzionaria. Di fronte a un numero di richieste di risarcimento in termini di denaro, difficile da dire però sicuramente alto, lo Stato bosniaco potrebbe impegnarsi di più nel trovare, processare e condannare i colpevoli ancora vivi e liberi ma che non vengono toccati “per non rovinare gli scarsi equilibri di stabilità della convivenza interetnica”. Anche se questi sono spesso dettati dalla politica dei partiti con prefisso nazionalista. In poche parole una volta arrivati ai “piccoli” esecutori spesso si arriva ai mandanti che ancora oggi ricoprono ruoli politici importanti a volte anche nella diplomazia internazionale.

In copertina: Foto di  Yang Jing su Unsplash. Nel testo la ministra Saliha Djuderija

Buon compleanno, leggenda!

Buon compleanno, leggenda!

Di Edvard Cucek (articolo apparso su Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa il 23/09/2019)

Davorin Popović, frontman e  cantante della mitica band sarajevese “Indexi” oggi avrebbe compiuto 73 anni. Ci ha lasciato troppo presto, 18 anni fa addirittura. Da quel 18 giugno del 2001 Sarajevo è sicuramente rimasta più povera senza quest’uomo straordinario, ma più orgogliosa perché Il Cantante, come lui stesso amava chiamarsi, era l’anima della città. Lui era Sarajevo e Sarajevo era lui.

Davorin Popović, Dačo, Pimpek e alla fine “Il Cantante” come si descriveva non volendo mai essere reputato di più di quello che nella vita faceva con il suo leggendario e fino ad oggi insuperabile gruppo di musica pop rock progressiva di nome “Indexi”.

Ma era molto di più.

Archivio privato scatto di agosto del 2019 - Murales inaugurato a giugno di quest’anno a Sarajevo via  Radiceva ulica
Archivio privato scatto di agosto del 2019 – Murales inaugurato a giugno di quest’anno a Sarajevo via Radiceva ulica

Da promessa sportiva a rivoluzionario del rock progressivo

Davorin nasce nel 1946 in casa della famiglia Popović delle origini isolane. I suoi Popović una volta vennero a Sarajevo dalla bellissima isola di Hvar (Lesina) in Croazia. Pochi lo sapevano e nella sua Sarajevo non era importante. Dal nome e cognome del Cantante non si poteva nemmeno capire di che etnia, se la avesse mai voluto riconoscere, lui fosse. Diventò famoso nella propria città già da giovanissimo, come ottimo pallavolista e cestista. Nel mondo di pallacanestro nei primi anni sessanta figurava come “il migliore che la città di Sarajevo fin allora abbia visto”. Per il “KK Zeljezničar” la squadra cestistica, seconda dopo la “Bosna” (vincitrice della medaglia d’oro nel campionato cestistico dell’Europa a Grenoble nel 1975), ha giocato più di 500 partite. Resterà ricordato come ragazzo a cui la palla si attaccava alla mano. Riusciva a fare l’impossibile. Anche se né alto né robusto come gli avversari spesso portati alla disperazione causa suo modo di giocare.

Come studente della -Facoltà delle Scienze Politiche- comincia sempre di più dedicarsi alla musica. Dal 1968 smette di praticare i due sport in modo attivo. Nel modo dei cosiddetti VIS (gruppo vocale e strumentale) approda nel 1962 con la band “Lutalice” (Vagabondi) e dal 1964 fino al decesso nel 2001 resta sempre fedele e inseparabile dalla sua band “Indexi”.  Insieme a lui a trasferirsi da una band ad altra, anche se nessuno in quegli anni lo sapeva, saranno anche Slobodan Bodo Kovačević, il miglior chitarrista della ex Jugoslavija, e Fadil Redžić, il basso elettrico più originale che quella terra abbia mai dato. Loro due saranno il duo tipo Lennon /McCartney bosniaci, dando al gruppo e alla discografia jugoslava in generale i più grandi e intramontabili successi musicali. Il fatto che i tre si trovassero insieme era un buon inizio di una storia diventata unica e non solo nel mondo della musica bosniaco erzegovese e jugoslava. Alla batteria ci fu Ismet Arnautalić e alla chitarra ritmica Đorđe Kisić.

Dall’inizio era chiaro che i ragazzi avevano, oggi si direbbe, il fattore X. Appena Il Cantante, dopo primi due anni di carriera vissuta con il nuovo gruppo, riuscì a riconoscere e consolidare la dote che probabilmente aveva dalla nascita. Una voce potente ma sofisticata, definita come tante “la voce nasale” (voci sempre particolari) ma con un timbro molto raro. Difficile da imitare, anche quando si trattava di imitazioni allo scopo umoristico e comico. Il Cantante riusciva a dare il massimo delle corde vocali quando gli atri di solito rimanevano senza fiato. Proprio come lo definisce la medicina “la risonanza nasale aiuta ad eliminare lo sforzo delle corde vocali”. E di conseguenza il canto di Davorin Popović, dal vivo o no, faceva un effetto straordinario.

Le cose per gli Indexi partirono a gonfie vela dopo la vittoria ad un festival di Belgrado nel 1963. Il premio fu la possibilità di registrare un disco single. Uscì il loro primo disco con quattro temi strumentali stile Shadows.  Una curiosità che li porterà nelle acque della musica d’autore era il fatto che le radio emittenti, Radio Sarajevo compresa, nei primi decenni dopo guerra evitavano in tutti i modi di mandare in etere le canzoni cantate, anche se in inglese, dai gruppi jugoslavi. Si favoriva la madre lingua ufficiale, ovvero il serbo croato.

Già nel 1967, individuata la strada dell’avvicinamento al pubblico, parteciparono ad un altro festival, la prima edizione di  “Vas šlager sezone”- (Vostra canzone della stagione), all’epoca importante, con un  brano scritto da Popović e Kovačević intitolato “Per le piccole cose litighiamo noi”.  Un grande successo musicale fu lanciato e gli “Indexi” spazzarono via praticamente qualsiasi concorrenza esistente nel ambito dei gruppi musicali negli anni sessanta.

Seguirono tre concerti a Londra, si scherzava che in quel occasione Freddie Mercury copiò l’idea del suo look anni ottanta proprio dal Cantante.

Fine degli anni sessanta ed il decennio successivo furono gli anni d’oro per i “fabulous five” di Sarajevo. Anche quando gli studi musicali di registrazione (in uno dei casi proprio quello di capofila “Jugoton” di Zagabria) si rifiutarono di pubblicare qualche brano come nel 1969 quello straordinario di nome “Plima” (La Marea).  Boiccotato per tre lunghi anni ma una volta uscito nessuno più lo poteva fermare. Brano considerato antologico ed il primo caso di un “prodotto jugoslavo” completamente rock (ovviamente stando ai tempi che correvano) cantato in lingua madre e di un arrangiamento musicale “senza tempo”. Il loro modo di suonare virtuoso e abbastanza libero dai cliché degli anni settanta e la voce originale ed innovativa del Cantante li tenevano sempre abbastanza alti nelle classifiche anche quando alla fine degli anni settanta e nei primi anni ottanta le nuove tendenze musicali e i nuovi talenti cominciarono ad affermarsi sui palchi e nel mondo discografico. Alla fine: 3 album usciti dagli studi musicali, 27 dischi single, 7 compilazioni e 2 live album musicali e quasi 40 anni di carriera mai interrotta seriamente, tranne negli anni dell’assedio di Sarajevo, testimoniano abbastanza. Tutto questo non può brillare di più e non può oscurare la figura di Davorin Popović e quello che lui era come persona umana.

L’anima della sua Sarajevo

Il Cantante non lascerà mai la propria città. Nemmeno quando tanti artisti, e Sarajevo ne era un vivaio, durante gli anni bui di orrore favorirono il buon senso e contro i sentimenti e con qualche valigia decisero di cercare la salvezza dovunque. Mentre Sarajevo, come è sempre stata, a questi con molta fatica riesce perdonare, Il Cantante invece era anche in questo caso controcorrente. Non li giudicava, come diceva: “quando scoppia il pandemonio nemmeno chi pensa di conoscere sé stesso non sa come reagirà”. Cercava e invitava concittadini di fare il possibile affinché tutti coloro che avevano dovuto lasciare Sarajevo al più presto possibile tornassero. Per renderla quella di prima.

“Questo, adesso dopo la guerra, è il nostro compito”, lo ribadiva in varie occasioni.

Quanto era diverso e altruista, imprevedibile nel senso positivo e apprezzato anche da chi non l’ho conosceva personalmente raccontano tanti aneddoti.

In occasione di un’intervista a Davorin nel 1976, il giornalista della famosa rivista belgradese “Džuboks” (Jukebox) Petar Popović ricorda come dopo il giro per Sarajevo che inevitabile precedeva qualsiasi intervista con Davorin si accorse che aveva rotto l’orologio e aveva perso il borsellino con i documenti. Per l’orologio c’era poco da fare, per il borsellino invece ci pensò Davorin. Scese velocemente fino alla ultima trattoria dove si erano fermati prima di iniziare l’intervista nel suo appartamento per spargere la voce. Quando tornò gli disse che il borsellino sarebbe stato trovato. La mattina dopo alla porta di Davorin suonò un piccolo Rom con in mano il suo borsellino. Con tutto dentro.

Davorin gli chiese; Dove l’hai trovato?

“Non l’ho trovato io”, rispose.

“Ho girato tutti i posti che mi hai indicato e ho detto a tutti che tu lo cercavi. Qualcuno lo aveva già portato via. Poi mi hanno chiamato per consegnarmelo.”, raccontò il ragazzo.

Davorin gli diede la mancia senza permettere al giornalista di sapere quanto.

Così scrisse Petar Popović dopo quella lunga antologica intervista.

Accuse infondate

Il giorno prima dell’assedio di Sarajevo Davorin e un calciatore noto di nome Safet Sušić ricevettero una telefonata direttamente da Željko Ražnjatović Arkan, poi conosciuto meglio per i crimini contro i non serbi in Bosnia. Arkan telefonò per dire a loro di scappare subito via. Sapeva bene che cosa seguiva il giorno dopo. Qualche anno dopo Davorin darà anche la conferma di questa telefonata in una trasmissione televisiva.

Davorin rifiutò di andarsene e fu messo sulla lista nera della macchina propagandistica del regime di Slobodan Milosevic. Sui giornali serbi come “Politika”, Večernje novosti” e “Politika Express” per alcuni mesi si scriveva di “Mostro di Sarajevo”e della sua gestione dello “Zoo di Sarajevo” dove avrebbe aperto anche una specie di prigionia per i serbi con i quali cibava i leoni dello zoo.

Così un altro giornalista serbo di spessore, Petar Luković ricordava quanta ingiustizia è stata fatta ad uno come Davorin in un articolo intitolato “Nije gotovo” (Non è finita) scritto per dare l’addio al Cantante, deluso profondamente perché la menzogna non è mai stata ufficialmente smentita e chi la diffondeva sui giornali mai sanzionato.

Ricordi indelebili

Dopo la triste notizia della morte di Davorin, Ahmed Burić, giornalista bosniaco, scrive con molta tenerezza ma anche schiettezza per il settimanale “BH Dani” di quello che Il Cantante era fuori dal mondo musicale.

Sono convinto che un riassunto delle testimonianze che questo giornalista, attento e consapevole, ci ha lasciato e salvato dall’oblio, meriti di essere riportato anche in questa occasione.

Burić nel suo testo del 2001 riporta una testimonianza confermata personalmente da uno dei protagonisti, allenatore di Judo Brane Crnogorac.

“In seguito ad un avvertimento dalle forze dei ribelli serbo bosniaci agli abitanti di Faletići, una frazione di Sarajevo, di abbandonare le case, altrimenti sarebbero stati tutti uccisi, Davorin decise di formare una delegazione composta dai sportivi con una certa reputazione in città. Era il luglio del ’92 e dopo aver sentito che tra i soldati serbi c’erano dei giovani pugili e altri atleti attirati dalla “causa nazionale” cercò di puntare sulla solidarietà e su quel legame che tra i sportivi esiste tacitamente. La delegazione alla fine fu composta dal testimone diretto Brane Crnogorac, un dirigente dei -Servizi di sicurezza- ancora attuale, un selettore della squadra nazionale dei pugili e Davorin. Quel mattino, completamente disarmati, si avviarono verso il primo posto di blocco delle forze serbo bosniache per incontrare chi comandava i soldati, giovani fuggitivi da Sarajevo. Lì Davorin si scatenò quasi dando le lezioni di patriottismo a chi gli stava davanti. Rimproverava i giovani soldati serbi cercando di convincerli di non distruggere la propria città. Li invitava di tornare a casa con i toni aspri e quando gli rispondevano che il loro posto era lì con il proprio popolo lui contrastava ancora più forte, chiedendo se questo significasse che lui non era del loro popolo. Scagliandosi contro un giovane pugile sul quale il Kalašnjikov sembrava un giocattolino.  Infine insoddisfatto di quanto ottenuto chiese agli interlocutori di portarlo “su dai capi”. Quando gli risposero che sopra non c’era più nessuno e poteva andare soltanto da Milosevic con una dose di cinismo i suoi amici lo costrinsero a tornare in città”.

Ultime imprese

Nonostante quanto e come la propaganda impegnata contro qualsiasi forma presente o futura della convivenza in Bosnia ed Erzegovina cercava di infangare il nostro Cantante, proprio lui con i suoi Indexi fu il primo a tenere uno spettacolo, tre concerti completamente svenduti, proprio a Belgrado il 24.04.1998. Lo fece quando nessun artista bosniaco di ogni genere osava farlo. Soli 3 anni dopo la guerra mettendo così l’opinione pubblica a dura prova e dividendola decisamente. Senza timore Indexi, come nei tempi di gloria, si presentarono davanti al pubblico serbo smontando ogni accusa fatta al Cantante con la loro musica invincibile. Dopo Belgrado seguiva Novi Sad che fu un altro successo.

L’ultimo concerto regalato alla loro città Indexi hanno suonato nel ottobre del 2000. L’ultima volta che si sono esibiti insieme al Cantante fu il 05.05.2001 a Banja Luka (un’altra roccaforte dalla quale qualche anno prima partivano le “accuse” contro di lui) nonostante le sue condizioni di salute furono più che precarie e lui non voleva assolutamente cancellare quel concerto.

Davorin Popović- Il Cantante, morirà nemmeno un mese dopo lasciando ed un vuoto che difficilmente mai più potrà essere riempito. Le autorità sarajevesi hanno voluto ricordarlo dedicandogli una via in periferia assoluta, un “monumento” di vetro e, forse la miglior cosa che potevano fare, hanno fatto a giugno di quest’anno con il murale in via Radićeva in centro della città. IL Cantante adesso è uno dei pochi, insieme a David Bowie, che ci guarda dall’alto, dalle facciate della sua Sarajevo.

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“Due scuole sotto un tetto”: separazione etnica a scuola in BiH

“Due scuole sotto un tetto”: separazione etnica a scuola in BiH

di Edvard Cucek

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“Due scuole sotto lo stesso tetto” è un fenomeno del periodo postbellico che tristemente dura tutt’oggi. Uno dei casi “modello” è proprio l’edificio di epoca austroungarica che ospita due istituti scolastici i quali sono frequentati dagli studenti che seguono due programmi scolastici leggermente diversi (uno croato- importato dalla Croazia) e l’altro bosniaco (per bosgnacchi musulmani). L’inizio delle lezioni è pianificato rigorosamente seguendo due fasce orarie diverse. Il fatto di eseguire le lezioni con gli orari completamente sfasati è un sistema pensato proprio per impedire, per quanto possibile, il contatto tra i ragazzi, nominalmente, di due etnie diverse. Addirittura gli orari delle ricreazioni non combaciano.

Trattandosi di un caso dove il recinto che divide i cortili delle due scuole(rispetto ad altre situazioni dove i dirigenti si sono dati da fare costruendo muri alti anche 2 metri per dividere anche gli sguardi dei giovani) il caso di Travnik potrebbe essere considerato una segregazione scolastica “soft”. Sarà per mancanza di una muraglia tra due scuole oppure perché i tempi che corrono stanno portando in quel Paese martoriato qualcosa di buono ma un altro colpo ai sostenitori della divisione e segregazione tra i giovani di Travnik è arrivato. Inaspettatamente. Fulmine a ciel sereno si dice anche in Bosnia (e in Italia).

Bosnian couple

Un matrimonio – ecco il caso – celebrato alla fine del mese di giugno di quest’anno, tra una giovane e bella ex studentessa del – Liceo Cattolico Petar Barbarić- di nome Elisabeth Hrgić (palesemente di religione cattolica) e il suo amore “dai tempi della segregazione” ex studente della Scuola superiore mista di nome Inas Dagoja di appartenenza bosgnacco musulmana. L’annuncio della loro decisione di sposarsi ricorrendo ai rischi della “controtendenza” è stato accompagnato dalle foto che li immortalano.

E’ stato un bel pugno in faccia a chi si impegna quotidianamente per creare i presupposti per rendere la convivenza impossibile. Mentre la regione festeggia questi due eventi, che paiono di estrema importanza, girano già i commenti e varie dichiarazioni che cercano anche di sminuire quanto accaduto. Una dichiarazione del dirigente del “Liceo Cattolico” annuncia un nuovo recinto che dovrebbe proteggere l’intero edifico. Effettivamente l’edifico è la proprietà della curia di cui una parte è stata ceduta per fini di insegnamento scolastico al ministero dell’Istruzione del Cantone della Bosnia Centrale. Per il momento non è chiaro quale proprietà il nuovo recinto dovrebbe proteggere. Se l’edificio storico oppure le istituzioni scolastiche ospitate?

Per altro, con una sentenza definitiva del 2014, la Corte Suprema della Federazione della Bosnia ed Erzegovina (una della due entità bosniache) si è pronunciata contro l’esistenza di “due scuole sotto lo stesso tetto” in quanto simboli di una innegabile segregazione degli studenti su base etnica.