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Eroina nei tempi delle tenebre: Diana Obexer Budisavljević

Eroina nei tempi delle tenebre: Diana Obexer Budisavljević

Diana Obexer, nata a Innsbruck nel 1891 e trasferitasi a Zagabria nel 1919 dopo aver sposato il chirurgo Julije Budisavljević, ha salvato migliaia di bambini dai campi del regime ustascia tra il ’41 e il ’45. La sua figura, scomoda sia per la Jugoslavia socialista che per i governi della Croazia indipendente degli anni ’90, è stata conosciuta solo nel 2003 con la pubblicazione postuma del suo diario. La ricorda Edvard Cucek in un articolo già apparso per Osservatorio Balcani e Caucaso (21/03/2019).


Le gesta di Diana Obexer Budisavljević sono forse paragonabili a ciò che fece il ben più noto Oskar Schindler, ed è difficile spiegare come un atto di umanità di questa portata sia stato nascosto all’opinione pubblica per quasi 60 anni.

Per uno come me, cresciuto ed istruito nel sistema scolastico socialista, molto attento a tenere viva la memoria degli atti di coraggio antifascista, il nome, le origini e l’opera di questa donna fino a pochi anni fa erano completamente sconosciuti.

Oggi appare chiaro perché, sulla sua identità e sulla straordinaria azione da lei intrapresa, per lunghissimi anni non si sia saputo nulla.

Diana Obexer nacque a Innsbruck, in Austria, il 15 gennaio del 1891. Si trasferì a Zagabria nel 1919, sposata con un chirurgo dal quale acquisì il cognome, Budisavljević. Di lui sappiamo che fu un medico apprezzato e appartenente alla comunità religiosa ortodossa, fatto che non gli impedì di dichiararsi croato e di passare miracolosamente illeso attraverso gli anni del cosiddetto “Stato indipendente Croato” governato dagli ustascia collaborazionisti di fascismo e nazismo.

Nel periodo buio, i primi anni quaranta del secolo scorso, Diana Budisavljević scoprì molto presto l’agghiacciante verità dei campi di concentramento non molto distanti dalla capitale croata. Le sofferenze delle donne serbe, rom ed ebree insieme ai loro figli nella vicina Lobograd, uno dei campi di detenzione, furono il suo primo contatto con l’inferno messo in atto a pochi passi da lei, e segnarono ufficialmente l’inizio dell’”Azione di Diana Budisavljević”, come lei stessa la ribattezzò.

Durante questa azione – inizialmente pensata come fornitura di prodotti di prima necessità alle donne e ai minorenni detenuti nei diversi campi di concentramento, con l’aiuto del Comune Ebraico di Zagabria – furono salvati 12.000 bambini.

Provenienti per lo più dal monte Kozara in Bosnia Erzegovina e da Kordun, zona montuosa della Croazia, questi bambini, per i quali la morte sarebbe altrimenti stata l’unica speranza di veder concluse le proprie sofferenze, furono salvati proprio grazie alla decisione di Diana Budisavljević di dare il via ad una vera e propria evacuazione dei minorenni da campi di concentramento come quelli di Stara Gradiska, Mlaka, Jasenovac, Gornja Rijeka e Jablanac.

Un’operazione che fu portata a termine non solo con l’obiettivo di salvare le vite di quei ragazzini innocenti, ma anche mettendo in piedi un archivio con tutta la documentazione indispensabile a tenere traccia dei loro genitori biologici con la finalità di poterli ricongiungere alla rispettive famiglie al termine della guerra.

Il diario personale

Solo nel 2003 si sono potuti ricostruire i dettagli di questa grande iniziativa di impegno civico, grazie ai documenti conservati nell’Archivio Statale della Repubblica di Croazia e all’iniziativa della nipote di Diana Budisavljević. Silvia Szabo, nipote di Diana Budisavljević, ha infatti deciso nel 1983 di renderne pubblico il diario personale che ricostruisce il periodo che va dal 1941 al 1947. Nella raccolta sono contenuti 80 documenti originali che permettono di ricostruire i nominativi di tutte le persone che aiutarono la Budisavljević a realizzare l’evacuazione dei minori dai campi: una rete segreta che fornì supporto logistico, nella produzione di documenti falsi e nell’assicurare ospitalità ai piccoli una volta che questi venivano messi in salvo.

Una memoria scomoda

Perché siano passati altri 20 anni da quando la nipote decise di aprire il diario della nonna e il momento della pubblicazione dello stesso, nel 2003, è questione che fa riferimento alla rimozione della memoria. La pubblicazione nel 2003 potrebbe essere dovuta, tra le altre cose, al termine dei 20 anni del governo dell’HDZ, il partito di Franjo Tudjman, e alla vittoria dei partiti della sinistra croata.

Il primo fatto storico che ci fa capire come e perché questa eroina finì nel dimenticatoio è il sequestro di tutta la documentazione, un archivio immenso contenente le identità di tutti i bambini salvati, da parte degli ufficiali dell’OZNA (Reparto per la Protezione del Popolo) nel maggio del 1945, subito dopo la fine della guerra sul territorio ormai della nuova Jugoslavia. Fortunatamente il diario si salvò dalla confisca ed è divenuto la base per una ricostruzione storica firmata dalla professoressa Marina Ajduković, che definisce l’iniziativa di Diana Budisavljević come la “prima opera umanitaria in Croazia” e come l’inizio della prassi di assistenza sociale e tutela delle categorie deboli e minacciate.

Si può oggi comprendere senza troppi sforzi perché la biografia di questa donna risultasse tanto scomoda per il regime comunista instauratosi dopo la guerra. È facile capirlo se si pensa che ci troviamo davanti alla storia di una donna austriaca, cattolica praticante, originaria di una famiglia dell’alta borghesia e per di più sposata con un chirurgo di religione ortodossa. Si comprende ancora meglio come la nuova classe dirigente dell’epoca, impegnata in uno sforzo notevole di indottrinamento, si sentisse impotente e disarmata di fronte al fatto che fu proprio il marito, il dottor Julije Budisavljević, misteriosamente sopravvissuto al regime ustascia, ad aiutare la propria moglie mettendola in contatto con le persone che in quell’epoca decidevano la vita o la morte, facendo in modo che il suo cognome le aprisse tante porte in quanto garanzia di discrezione e fiducia.

A complicare il quadro, la documentazione testimonia inoltre che sin dall’inizio, a sostenere l’iniziativa umanitaria di Diana Budisavljević, furono i vertici della Caritas di Zagabria, un soggetto ritenuto tra i “traditori” nell’immediato dopoguerra, in virtù della stretta associazione con la Chiesa cattolica. Una messa al bando che si fondava in parte sui gravi episodi di collaborazionismo con il regime nazifascista da parte delle gerarchie ecclesiastiche, ma che viene in parte stemperato proprio dai fatti raccolti nel diario della Budisavljević: tra le pagine si trova infatti addirittura il nome del Cardinale Alojzije Stepinac, che fu personalmente coinvolto (con il notevole ritardo di due anni come lamentato dall’autrice) nel salvataggio di alcuni dei bambini dai boia del regime ustascia. Lo stesso Stepinac inoltre si sarebbe speso per la costruzione di una solida rete di famiglie croate cattoliche disposte ad ospitare i piccoli rifugiati in città come Zagabria, Sisak e Jastrebarsko.

Nel suo diario, Diana nomina anche Camillo Bròssler, uno degli alti funzionari del regime croato dell’epoca, a capo del ministero delle Politiche sociali. Bròssler fu il fondatore del Reparto per l’assistenza sociale dei bambini ed adolescenti, e rappresenta dunque un’altra figura di origini germaniche, persona di fiducia del regime, coinvolto nello sforzo di salvare un numero altissimo di bambini e adolescenti.

Tutti questi elementi rendono la storia personale di Diana Budisavljević difficilmente riconciliabile con la nuova storia che ci si proponeva di scrivere nel secondo dopoguerra.

La memoria dei giusti

Questi sei decenni di silenzio sono un errore imperdonabile della storia moderna. Un silenzio che forse fu anche uno dei motivi per i quali Diana decise di lasciare per sempre la Jugoslavia e di tornare a Innsbruck, la sua città natale, nella quale trascorrerà gli ultimi anni della sua vita straordinaria, dal 1972 fino alla sua morte il 20 agosto del 1978.

Diana Obexer Budisavljević, Donna Coraggio, fu la seconda madre di tutti i 12.000 bambini salvati da morte certa. La sua vicenda non coincideva con la versione della storia voluta dai comunisti jugoslavi, in quanto l’intera azione non era stata organizzata da loro. Nemmeno alla classe dirigente della Croazia indipendente nata dopo il 1990 andava bene la storia dei 12.000 bambini salvati, in quanto oggi come 20 anni fa, la classe politica è impegnata a sminuire le dimensioni dello sterminio di massa condotto nei campi di concentramento di cui il più conosciuto era quello di Jasenovac.

I riconoscimenti ufficiali, le vie e le piazze che da poco portano il suo nome, arrivati tanti anni dopo la sua morte, ci servano oggi per essere consapevoli di questa vicenda di umanità e altruismo. L’opera più recente sulla straordinaria impresa di Diana Obexer Budisavljević risale all’autunno del 2012, porta il titolo di “Dianin list” (La lista di Diana) ed è opera di Dana Budisavljević e Miljenka Cogelja. Spero renderà questa storia alla portata di tutti.

Mi piace concludere questo pensiero scritto ricordando l’ultima scena della maestosa opera cinematografica del 1993 del regista Steven Spielberg, intitolata “Schindler’s List” in cui ciascuno dei sopravvissuti appoggia un sasso sulla tomba della persona alla quale deve la propria vita. In quella scena, i sopravvissuti dopo la guerra erano 1.100. Cerco per qualche istante di immaginare una piccola collina fatta dai 12.000 sassi, in qualche cimitero a Innsbruck, appoggiati dalle mani dei, all’epoca, piccoli, indifesi, discriminati ma comunque alla fine fortunati esseri umani.

Il Diario di Diana Obexer-Budisavljević (immagine tratta da Wikipedia)
Il Diario di Diana Obexer-Budisavljević (immagine tratta da Wikipedia)

Bosnia Erzegovina: i volti degli invisibili

Bosnia Erzegovina: i volti degli invisibili

La guerra in Bosnia (1992 – 1995) è stata (anche) una guerra contro le donne. La storia delle donne vittime di violenza e dei figli nati dagli stupri di guerra è stata raccontata, tra gli altri, dalla regista Jasmila Zbanić nel film Grbavica (Il segreto di Esma), Orso d’oro alla 56a edizione del Festival di Berlino nel 2006. Ne parla Edvard Cucek in un articolo già apparso su Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa il 27/02/2019, che qui si ripropone.


La madre di Alen lo ha lasciato in ospedale dopo la nascita. Non si è più fatta vedere finché lui non l’ha cercata, ormai adulto.

Quella di Ajna invece, nonostante lo stigma e il dolore che portava, ha deciso di essere la sua vera madre.Coloro che hanno violentato le loro madri sono ancora liberi, impuniti.

Alen e Ajna raccontano di essere “i ragazzi invisibili”, dimenticati ed emarginati dalla società. Gli altri bambini spesso chiamavano Alen “il bastardo di Četnik”. Per Ajna ogni Natale era un incubo perché è proprio in quel giorno che sua madre subì l’inenarrabile violenza.

Alen oggi è un tecnico in medicina ed Ajna è una studentessa universitaria di psicologia oltre che, dal novembre scorso, presidentessa dell’associazione “Zaboravljena Djeca Rata” (I dimenticati figli della guerra).

Entrambi sono giovani e simpatici. Entrambi sono figli di due tra le migliaia di donne bosniaco-erzegovesi che hanno subìto stupro durante la guerra 1992-1995, una violenza organizzata che la giurisprudenza internazionale definì “stupro come arma di guerra, strumento specifico di terrore”.

Alen

La Goražde di cui è originario Alen, Bosnia occidentale, nel 1993 era un luogo dell’orrore. Sua madre biologica, originaria della vicina Foča  , fu una delle vittime civili del conflitto. Venne imprigionata e violentata da militari di varie formazioni dell’esercito dei serbo-bosniaci. Il giorno successivo al parto lasciò il figlio in ospedale e se ne andò.

Fu all’età di dieci anni che Alen scoprì le sue vere origini. Fu a causa di un banale litigio tra ragazzi. Si prese a pugni con un ragazzo che per fargli del male disse ad Alen chi erano i suoi veri genitori. Fu la fine di un’epoca di spensieratezza. Lo stesso giorno Alen ottenne conferma da coloro che lo avevano cresciuto di questa sconcertante verità.

Il 19 giugno 2018, nella Giornata internazionale contro la violenza sessuale nei conflitti armati, Alen Muhić si è rivolto ai membri dell’Assemblea generale della Nazioni Unite a New York e il suo discorso  è stato accolto con un enorme applauso. Apertamente e senza vergogna un giovane “figlio della guerra” ha parlato della madre biologica e dell’identità che stava ancora scoprendo: “Penso comunque che non abbia commesso niente di imperdonabile. Non so che vita avrei avuto con lei se mi avesse portato con sé. Forse avrei avuto un’infanzia felice? Forse si sarebbe scagliata contro di me infastidita dal trauma fisico e psicologico che aveva vissuto durante la guerra? Non posso proprio giudicarla perché non so nemmeno cosa avrei fatto io se fossi stato al posto suo in quel momento. Senza una famiglia vera, lasciato da solo, così piccolo ho conquistato comunque i cuori di molti. In particolar modo di una persona che lavorava come portiere in ospedale e che poi diventò il mio vero padre “, raccontò Alen.

Alla fine Alen ha conosciuto la sua madre biologica ma il periodo in cui hanno mantenuto i rapporti è stato breve. Suo padre invece è un criminale di guerra. Ha scontato una penna di cinque anni e mezzo per vari crimini e ha riconosciuto di essere il padre di Alen. Vive non lontano da Foča. Una volta Alen si è presentato davanti alla sua porta. Non hanno mai avuto nessun rapporto. Questo suo padre biologico non si è mai occupato di lui, nemmeno in modo indiretto.

Oggi Alen lavora nello stesso reparto di chirurgia dell’ospedale di Goražde dove fu abbandonato da neonato.

Ajna

Più a nord, in Bosnia centrale, la guerra colpì con la stessa durezza. Lo stesso crimine, altri nomi. La madre di Ajna partorì e decise di tenera la figlia, di essere madre, portando il dolore e la tristezza che ciò avrebbe comportato. E affrontando anche quella società che l’aveva anche rispettata ma allo stesso tempo la stigmatizzava e condannava perché non aveva abortito. Il padre biologico vive ancora in Bosnia.

La storia di Ajna è stata raccontata da Eldina Jašarević  all’interno di un progetto della Fondazione Heinrich Boll. E’ in questa occasione che Ajna racconta: “Ho sempre saputo che qualcosa non andava. Ho frequentato le scuole elementari in paesi piccoli. Ero una bambina senza padre, non conoscevo né il suo nome né le sue origini. Giravano molte voci nel villaggio su di me e su mia madre. Quando mia madre si sposò, le stesse storie cominciarono a girare anche nel villaggio del mio “nuovo padre”. Tutti sapevano che non ero la sua figlia biologica. Da piccola, per alcuni versi, era più facile perché c’erano sempre i miei genitori, mia madre e mio padre o il marito di mia madre. Io lo chiamo padre. Lui e mia madre mi hanno sempre protetta. Tuttavia, all’età di 15 anni, mi sono iscritta alla scuola superiore di medicina a Zenica ed ho lasciato la città natale. Ero sola, senza nessuno che mi proteggesse e risolvesse i miei problemi. Un giorno un professore mi chiese il nome del padre visto che in rubrica al posto del suo nome c’era solo una riga vuota. Non avevo risposta. Lo stesso professore poi mi chiese: “Ma almeno tua madre lo conosce?”. Per me è stato un colpo devastante. Mi sono ricordata subito che mia madre non mi ha mai dato il mio certificato di nascita in mano. Quando mi ero iscritta alle superiori, tutti i ragazzi stavano aspettando da soli e io invece accompagnata dalla mamma. “Non puoi andare da sola, ti iscriverò io”, mi disse.

Così capì anch’io che mio padre non era mio padre biologico. Fu l’inizio della mia ricerca delle mie origini. Mi ricordo che ero andata a casa. I miei erano fuori. Nel nostro grande armadio mia madre teneva ben sistemati i nostri documenti. Tra questi ho trovato il rapporto della polizia rilasciato all’organizzazione non governativa “Medica“, che all’epoca aveva sede a Zenica e forniva assistenza psicologica alle donne stuprate”.

In quell’istante davanti ad Ajna si aprì un abisso. Un vuoto creatosi dopo che un pezzo della sua identità era crollato in un istante. Tante incognite le divennero però chiarissime. Non riusciva comunque a credere che questa “mancanza anagrafica” fosse dovuta ad un episodio così crudele, inquietante, terribile.

“Mia madre ha fatto di tutto affinché non mi sentissi diversa dagli altri. Però non avevo il papà come gli altri. Negli anni dell’adolescenza proprio questa mancanza fu il grilletto che fece scoppiare in me un conflitto interno. Ci sono voluti anni per ritornare ad una vita “normale”. Dopo tante ore di assenze ingiustificate a scuola e tanti pessimi voti finì dallo psicologo della scuola e lì cominciai a confessarmi. Oggi posso dire che fu al ima fortuna. Pensavo che mia madre mi odiasse e di essere la conseguenza che le resta della sua tragica vita”, ha raccontato Ajna.

Non fu quindi casuale la sua scelta di studiare psicologia.

Stigma

Lei e Alen oggi portano avanti la loro causa, quella che lo stato bosniaco non ha saputo o non ha voluto sostenere e risolvere. Il numero delle donne che hanno subito violenze sessuali durante la guerra, il numero di quelle che poi hanno partorito ed il numero di questi ragazze e ragazzi figli del conflitto non si saprà mai. La vergogna e la società incapace di assistere queste donne e i loro figli spesso abbandonati non permette che si venga a sapere.

In Bosnia ed Erzegovina al livello statale ma anche delle Entità non esistono leggi che riconoscano ai nati da madri che li hanno concepiti a causa di stupri sessuali durante il conflitto gli stessi diritti di vittime civili di guerra. Loro stessi si chiamano “invisibili”, anche se potrebbe sembrare esagerato a qualcuno, in realtà è la descrizione esatta della loro posizione nella società odierna. Questi giovani, alcuni letteralmente orfani fin dalla nascita e con padri non identificabili e madri – per cause assolutamente comprensibili – che spesso li hanno abbandonati, non godono di alcuna agevolazione come avviene invece per i figli dei soldati caduti in guerra o dei figli di vittime civili di guerra.

Oggi l’associazione fondata soltanto a novembre dell’anno scorso, di cui Ajna è presidente, conta 15 membri. Delle persone con cui condivide il passato, solo lei ha ottenuto un’assistenza psicologica da un esperto. Gli altri nemmeno questo. Il basso numero di adesioni alla sua iniziativa si spiega con il fatto che chi ha subito questo tipo di violenza non prova niente altro che vergogna e tristezza, difficili da esprimere.

Quando nel 2006 nelle sale cinematografiche della Bosnia ha cominciato a girare l’eccellente opera cinematografica “Grbavica”, in cui la regista Jasmila Žbanić ci ha raccontato una vicenda basata proprio sulla vita di Ajna e di sua madre, sempre più vittime hanno deciso di rivelare le loro identità, le loro storie. Un migliaio forse.

Lo conferma anche Bakira Hasečić, alla guida dell’associazione “Donne vittime della guerra” (Udruženje Žene Žrtve Rata) che ad oggi conta più di 6.000 associati e non solo donne, tra le quali donne sopravvissute alle torture che però rappresentano un numero piccolissimo rispetto alle stime, che si attestano tra le 25 e le 50mila di donne vittime di stupro negli anni ’90. La stessa associazione, basandosi su documenti e dati certi, parla di 62 bambini identificati nati a seguito di stupri sessuali. Un numero non certo definitivo.

La locandina de "Il segreto di Esma (Grbavica)".  Immagini tratte da Wikipedia
La locandina de “Il segreto di Esma (Grbavica)”. Immagini tratte da Wikipedia

 

Vent’anni a Prijedor: 1999 – 2019

Vent’anni a Prijedor: 1999 – 2019

di Luigi Penasa per lo Studio d’arte Andromeda.

Vent’anni. Nei Balcani erano da poco finiti i dieci anni di Guerra. Prijedor e la Bosnia tutta erano svuotate e impoverite fisicamente e, soprattutto, nello Spirito. Noi dello Studio d’arte Andromeda, eravamo stati invitati da Michele Nardelli, della allora nascente Associazione Progetto Prijedor, a partecipare alla raccolta fondi per la realizzazione, nel centro violentato di quella città, di una Galleria d’arte. Progetto simbolicamente utopistico rafforzato dal fatto che Prijedor era conosciuta in tutti i Balcani come la “città dei pittori”. Raccolti i fondi organizzando due aste di opere d’arte generosamente donate da molti artisti amici della nostra associazione, nel dicembre del 1999 la Galleria era pronta ad aprire. Quando sono andato, in rappresentanza dell’Andromeda, per l’inaugurazione, ho trovato una città grigia e triste che faticava a rinascere schiacciata com’era dal peso di quegli anni di odio e rancore. Così che quel posto che stavamo per aprire, luminoso e aperto, pareva invitare tutti alla speranza e alla comunione. Anche la mostra scelta come prima esposizione non era stata una  casualità era una selezione di opere prese dalla Rassegna Internazionale “Don Quijote”, opere che parlavano di speranza, magari utopistica ma cercata caparbiamente, come unico possibile futuro comune.

Da allora l’Andromeda ha mantenuto una vicinanza collaborativa con il www.progettoprijedor.org  ultima ma importante iniziativa che ci vede partner è il Concorso dei murales, da sette anni ogni autunno la città vede una facciata del suo centro abbellita con opere murali importanti che hanno l’intento di accompagnare con immagini simboliche ricche di colore e di allegria i passi di chi tutti i giorni esce di casa per costruire il tessuto, ancora sfilacciato della sua comunità. Buona Vita Amici.

Vent'anni a Prijedor
Vent’anni a Prijedor, 1999 – 2019

 

L’antenato della Dichiarazione

L’antenato della Dichiarazione
A 71 anni dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, il 10 dicembre del 1948, si ripropone un articolo di Edvard Cucek che ne individua un precedente nella lettera di un francescano bosniaco, Ivan Frano Jukić, al Sultano della Sublime Porta. Articolo già pubblicato su atlanteguerre.it l’11 dicembre 2018

Sono passati 70 anni da quanto è stata pubblicata per la prima volta la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. E’ interessante scoprire come, poco meno di cent’anni prima, il primo maggio del 1850, un francescano bosniaco di nome Ivan Frano Jukić avesse scritto alla Sublime Porta, a Istanbul, una lettera che può essere considerata un’antenata della Dichiarazione del 1948. La lettera fu scritta da un uomo che era un suddito dell’Impero Ottomano di religione cattolica. Era originario di Banja Luka (Bosnia), vissuto in tempi di forti turbolenze politiche e diffidenze verso le popolazioni di religioni non musulmane nel territorio dell’Impero. In una introduzione abbastanza lunga, prima di elencare in 28 punti tutto ciò che i cristiani bosniaci – emarginati nel Impero Ottomano – “umilmente chiedono al Sultano Abdul Medjid”, frate Jukić scrisse anche questo:

Ivan Frano Jukić (da wikimedia.commons)
Ivan Frano Jukić (da wikimedia.commons)

“Vostra Maestà!

Vi sono più di 600.000 cristiani che vivono nei due eialet (distretti) della Bosnia ed Erzegovina. I Vostri fedeli sudditi, ribadendo la propria fedeltà verso l’alto devlet (Stato) turco confermata per 4 secoli, umilmente domandano che Voi, con la Vostra bontà e natura generosa, ci guardiate e possiate ascoltare le nostre grida disperate, concedendoci le seguenti misericordiose grazie;

1. che non ci chiamano più raja (it. raia), ma sudditi e cittadini del intero Impero turco ( il nome raja (raia) era “riservato” alle popolazioni del Impero Ottomano di seconda classe, una specie di schiavitù in semilibertà ndr).

2. Che davanti ai tribunali diventiamo uguali ai Turchi e che le decisioni non vengano prese basandosi sulla appartenenza religiosa, ma sempre sulla giustizia.

3. Che tutte le sure (sciure) siano composte da appartenenti in numero pari di entrambe le religioni, mussulmana e cristiana (sura era una specie di consiglio composto dai vari rappresentanti della popolazione, un organo simile alla giuria al quale si rivolgeva anche il giudice –kadija durante i processi di giudiziari ndr).

4. le tasse e “decime” cristiane siano per conto loro e Turchi per conto loro raccolgano e li portino al grande Visir ( governatore).

5. Tasse e dazi non si determinino in base al numero delle abitazioni, ma in base alle proprietà e alla situazione economica.

6. L’Harac, l’imposta che ogni famiglia cristiana deve pagare per ogni maschio del nucleo familiare, venga per sempre abrogata in quanto contrario alla eguaglianza dei popoli nel Impero.( harac era una imposta secondo la quale il Sultano aveva diritto di chiedere la somma di denaro per ogni maschio vivo in famiglia come una specie di garanzia della fedeltà all’Impero e di conseguenza essere libero ndr).

7. Che anche i cristiani possano entrare nell’esercito del Impero, anche come ufficiali e che abbiano i propri preti tra di loro.

8. Che la “decima reale” si calcoli come tassa e si paghi con il denaro (la decima reale era una tassa che, tradizionalmente, veniva imposta chiedendo per il Re un decimo del raccolto annuale. Essendo difficilmente calcolabile e sempre a sfavore dei contadini cristiani, la richiesta voleva che diventasse un’imposta di valore pari a tutti i cittadini ndr).

9. Che i contadini non debbano pagare altro tranne un sesto del raccolto di grano, fieno e tabacco e i padroni non debbano per loro pagare le tasse all’Imperatore, come i primi non debbano portare i guadagni propri a casa del padrone

10. Che mai il padrone possa sfrattare il contadino dai propri poderi di sua volontà, ma soltanto se si dimostra davanti al giudice la malafede del contadino e pagando prima dello sfratto, al contadino, tutte le spese sostenute per i disboscamenti, coltivazioni ed altro.

11. Che il lavoro gratuito ai beg, conosciuto come beglucenje, non avvenga mai più (si tratta di lavori che i contadini cristiani erano costretti ad eseguire per i beg, nobili proprietari turchi o soltanto slavi mussulmani, a titolo gratuito).

12. Tutte le spese dei viaggi, spostamenti e mantenimento dei funzionari del Impero in Bosnia che vengano pagate dalle casse reali.

13. Via sia la manutenzione delle strade e dei ponti, degli uffici postali ed altro per promuovere il commercio e l’artigianato e che al più presto diventi a carico del governo reale.

14. Che lo stesso governo reale permetta e sostenga economicamente anche le tipografie per i cristiani

15. Che non sia impedito ai cristiani del rito ortodosso di eleggere da soli i suoi episcopi, i quali conoscono la lingua e le usanze di queste terre e che dalla Vostra Maestà vengano poi confermati.

16. Che vi sia il libero esercizio del proprio credo e religione e che ci venga consentito di riparare, ampliare e laddove vi è necessità ricostruire le vecchie chiese e i monasteri, ed avere i campanili e le campane e liberamente e pubblicamente celebrare i nostri riti religiosi.

17. Che il mercato domenicale venga spostato ad un altro giorno feriale.

18. Che ci sia concesso liberamente, in ogni comune, di aprire le scuole e se necessario invitare e ospitare gli insegnanti dagli altri paesi o, per migliorare l’istruzione, inviare i nostri studenti in altri stati e paesi.

19. Che anche i nostri studenti (cristiani bosgnachi), futuri ingeneri e medici vengano accettati nelle università di Istanbul, con la borsa di studio del Imperatore (gli abitanti della Bosnia ed Erzegovina a differenza di altre minoranze nel Impero Ottomano non godevano i vantaggi di poter studiare nella capitale ed avere una borsa di studio).

20. Che anche noi possiamo avere i nostri due rappresentanti nel Vostro Alto Consiglio (devlet) e che si faccia in modo che tutte le nostre richieste Vi vengano fedelmente riferite (la prassi per secoli non permetteva che nessuna richiesta dei cattolici bosniaci, passata sempre per le mani dei funzionari locali, arrivasse direttamente al Sultano, senza prima essere modificata. A volte veniva “persa” o diventava ragione di pesanti ritorsioni verso i richiedenti ndr).

21. Che tutti i pubblici ufficiali, turchi o cristiani, vengano stipendiati dalle casse dell’Impero.

22. Che venga abrogata cosiddetta “krvarina”, tassa del sangue, in caso di omicidio. Che per questo reato non paghino più i paesani, ma il giudice (tur. Kadija) cerchi e condanni l’omicida (questa tassa veniva imposta a tutti i contadini del paese del delitto e la metà andava data alla famiglia della vittima e l’altra metà ai vari collaboratori del giudice per le indagini parzialmente o mai svolte ndr).

23. Che la Bosnia e l’ Erzegovina tornino ad essere governate da un solo funzionario. Questo come un risparmio sia per le casse dell’Impero che per i suoi sudditi (quando dalla Bosnia venne separata la regione dopo nominata Erzegovina, come riconoscimento ai nobili locali per la fedeltà al Sultano, fu insediato un altro funzionario, anche nella sede della regione Mostar. Così poveri ed emarginati bosniaci dovevano mantenere due funzionari di solito corrotti e crudeli ndr).

24. Che commercio e artigianato siano concessi a tutti, a prescindere all’appartenenza religiosa (non era permessa agli “infedeli” per esempio la lavorazione di cuoio, pelle per le cinture e cuoio. Vendere il miele o il burro ai cristiani era altrettanto proibito ndr).

25. Che tutta la contabilità delle entrate e uscite del denaro dell’Impero venga pagata dalle casse statali e venga resa pubblica all’intero popolo.

26. Che tutte le decisioni e gli avvisi dell’Imperatore vengano comunicati anche in lingua bosniaca, perché con il sistema d’informazione usato sino ad oggi non siamo mai stati certi di ciò che ci si comunica e di che cosa ci si chiede.

27. Che siamo liberi di incontrarci tra di noi, senza armi, per discutere dei temi di scuola, istruzione, economia e altro.

28. Che ci sia concesso di trasferirci in altri paesi e stati, anche al di fuori dell’Impero Ottomano.

Queste sono le nostre umili domande e preghiere, fondate sul principio di eguaglianza. Il principio quale il Vostro caro e ben ricordato padre e Voi, suo laborioso erede, avete tante volte in passato solennemente ribadito, ma che nelle nostre terre, sempre a causa di spiacevoli circostanze, mai si potevano realizzare.”

Più di venti di queste 28 domande e richieste indirizzate 168 anni fa al grande Sultano Imperatore Ottomano trovano incredibile corrispondenza, ovviamente tenendo conto dei contesti storici diversi, con altrettante della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
Frate Jukic pagherà questo generoso e folle gesto con una specie di isolamento dai circoli ai quali apparteneva. Gli sarà anche proibito di tornare nella sua patria. Forse era tropo avanti, forse era un visionario. Fatto sta, che la sua salute – già precaria – precipitò e peggiorò molto velocemente. Morì a Vienna, a soli 39 anni. Le sue opere letterarie, come lo straordinario impegno nel tentare di migliorare le condizioni di vita dei bosniaci di ogni religione, stanno tornando ora alla luce.

(in copertina, l’effigie di Ivan Frano Jukić sulla banconota di 1 KM, tratto da Wikipedia.bs)


 

Fiera del libro di Belgrado: sparare con un libro

Fiera del libro di Belgrado: sparare con un libro
La fiera del libro a Belgrado (di  Jovan Popović, da Wikimedia Commons)
La fiera del libro a Belgrado (di Jovan Popović, da Wikimedia Commons)
La presentazione alla fiera del libro di Belgrado di una pubblicazione sui crimini di Srebrenica rivela, ancora una volta, l’impossibilità di scrivere una storia condivisa dei fatti degli anni ’90. Ne parla Edvard Cucek in un articolo apparso il 5 novembre su Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa.

La Fiera del Libro di Belgrado, giunta ormai alla 64esima edizione, anche quest’anno ha ospitato uno stand gestito direttamente dal governo della Republika Srpska (RS), una delle due entità che costituiscono la Bosnia Erzegovina.

Il padiglione dedicato alla letteratura della RS è stato inaugurato lo scorso 21 ottobre dalla ministra dell’Istruzione e della Cultura della RS Natalija Trivić. La ministra si è rivolta ai presenti dicendo che parla come se fosse a casa propria, sottolineando che all’interno di un popolo non esistono confini soprattutto quando si parla di letteratura e cultura comune.

Tra i vari titoli di opere presenti anticipati in quell’occasione dalla ministra ne è spiccato uno, una di quelle pubblicazione che fanno crollare ogni speranza sul fatto che la storia dei conflitti che negli anni ’90 hanno dilaniato la Jugoslavia possa essere almeno in parte condivisa.

800 pagine di revisionismo

Si tratta di una raccolta di 800 pagine di testi risultato delle “ricerche” di 48 coautori. Il titolo: “Srebrenica – realtà e manipolazioni”. La pubblicazione è stata finanziata dal governo della RS ed ha – utilizzando le parole degli stessi funzionari della RS – tra gli obiettivi quello di “smontare il mito costruito sui crimini fabbricati a Srebrenica”.

La pubblicazione fa seguito ad un convegno tenutosi a Banja Luka nell’aprile di quest’anno, organizzato e sostenuto dall’“Unione degli ufficiali dell’ex esercito dei serbo-bosniaci”, dall’”Università indipendente di Banja Luka” e dall’“Istituto per le ricerche del martirio dei serbi nel ventesimo secolo”.

Nel libro, tradotto anche in inglese, viene apertamente negato il genocidio di Srebrenica, interpretando quanto accaduto a Srebrenica e nei dintorni nel 1995 come un “mito”. Una tesi del resto affermata in diverse occasioni anche dall’ex presidente della stessa RS e oggi membro della Presidenza della Bosnia Erzegovina Milorad Dodik.

Le conclusioni del convegno di Banja Luka

Nelle conclusioni pubblicate a seguito del convegno si può leggere: “Le opinioni pragmatiche dei giudici del Tribunale di Aja sui crimini e le responsabilità dei serbi per quanto accaduto a Srebrenica non devono essere accettate perché sono lontane dalla verità e le sentenze del tribunale non possono essere un ostacolo alla ricerca scientifica al fine di stabilire la verità definitiva”.

Posizione ribadita poi anche nel libro presentato a Belgrado il cui gruppo di autori in modo di fatto unanime si oppone alle sentenze del Tribunale Internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia sostenendo che tutta questa storia non è altro che un’invenzione per incolpare il popolo serbo e i loro governi ed eserciti su entrambe le sponde del fiume Drina. Non si tratterebbe di altro che un complotto di livello internazionale.

Ad esempio, senza addurre alcuna prova se non la propria parola, l’ex ufficiale dell’esercito serbo-bosniaco Nikola Mijatović Miša afferma: “In qualità di membro del Comando dell’Esercito della Republika Srpska presente sul pericolosissimo campo di battaglia intorno a Sarajevo, affermo che nel 90% dei comuni della Republika Srpska non è stato commesso alcun crimine di guerra o stupro. A differenza della Federazione di Bosnia Erzegovina, dove la maggior parte dei mostruosi crimini di guerra sono stati commessi sui territori sotto controllo delle formazioni militari mussulmane”.

Data la presentazione di questa scandalosa pubblicazione alla Fiera del libro di Belgrado non ci si può non chiedere quanto possano essere stati sinceri il Presidente serbo Aleksandar Vučić oppure il membro della Presidenza bosniaco erzegovese Milorad Dodik quando hanno deciso di andare a inchinarsi a Potočari (Srebrenica) davanti alle vittime del genocidio. Era solo una mossa calcolata per compiacere la politica mondiale e per passare come dei politici responsabili? Per poi tornare alle menzogne di quelle tragiche 800 pagine?

 

Marijan Beneš, il poeta dal pugno d’acciaio

Marijan Beneš, il poeta dal pugno d’acciaio
Il 4 settembre 2018 è scomparso il grande pugile jugoslavo Marijan Beneš. Nato a Belgrado e cresciuto a Tuzla, aveva scelto Banja Luka come sua città. Si ripropone un articolo scritto da Edvard Cucek pochi giorni dopo la scomparsa del pugile e poeta (articolo già apparso su Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa il 12/09/2018).

Il 4 settembre, nella “sua amata Banja Luka” si è spento all’età di 67 anni il grande pugile Marijan Beneš. E’ stato uno dei migliori pugili europei e una vera leggenda del pugilato jugoslavo. E’ spirato dopo una lunga malattia, un po’ dimenticato, se non da tutti sicuramente da tanti.

I suoi ultimi giorni in ospedale, come del resto gli anni che li hanno preceduti, da quando era rientrato in Bosnia Erzegovina, sono trascorsi senza il dovuto interesse delle autorità locali e del “Comitato olimpico della Bosnia Erzegovina”. Beneš lascia un vuoto nella città alla quale ha dato tutto e dove ha perso quasi tutto pur senza mai smettere si sentirsene parte anche quando la città ha cambiato il suo volto e lui da cittadino, è stato trattato come straniero.

Non era nemmeno un vero “banjalucanin”. Era infatti nato a Belgrado nel 1951 e fino ai suoi 16 anni ha poi vissuto a Tuzla. La sua carriera inizia nel 1967 quando ancora minorenne finisce nel club di pugilato “Slavija” a Banja Luka. In pochi anni vincerà moltissimo nelle categorie amatoriali, periodo culminato con la vittoria della medaglia d’oro agli europei per amatori nel 1973 a Belgrado.

Nel 1977 passa poi al professionismo e di 39 incontri ne vincerà 32 di cui addirittura 21 con il suo famoso “colpo di martello” che finiva con l’avversario steso definitivamente sul pavimento e con il pubblico in delirio.

Campione europeo

Un evento del lontano 1979 racconta della straordinarietà di questo “ragazzo semplice”. Il 17 marzo di quell’anno si avverò uno dei più grandi desideri di Marijan: combattere per il titolo di campione d’Europa nella propria terra. Non solo in Jugoslavia, ma addirittura a Banja Luka, la città che riteneva sua in tutti i sensi. Lo sfidante era il temibile francese nato in Tunisia Gilbert Cohen. Dal 1974 al 1975 in 25 incontri ne aveva persi solo 4.

L’incontro era organizzato in una sala del complesso sportivo “Borik”. Anche se aveva pochi anni di vita, si temette addirittura per la staticità del edifico. La sala destinata ad ospitare l’evento venne stipata con molte più persone della capienza massima. L’intera città era in stato d’allerta. Dopo pochi secondi dal gong del quarto round su Gilbert Cohen scese una pioggia di colpi precisi e inarrestabili. Il campione francese che difendeva il titolo europeo finì sul pavimento del ring, immobile e con un tentativo di rialzarsi che, a vederlo ancora oggi, fa tenerezza.

Tutt’oggi i testimoni di questo evento straordinario sparsi sull’intero globo si raccontano che la città non ha mai vissuto un’agitazione simile a quel giorno primaverile. Le strade erano deserte. Tutta la città sembrava essersi versata davanti al complesso sportivo e i più fortunati nella sala dell’incontro. I bambini e i vecchi davanti ai televisori.

Dopo la vittoria così spettacolare, che andò oltre ogni ottimistica previsione, la gente portò a braccia il proprio eroe per le vie della città. Fu una festa indimenticabile. Marijan aveva vinto il titolo del campione d’Europa nella propria città, davanti ai concittadini, che lo amavano tantissimo. Ad un passo dal titolo di campione del mondo, nel 1980, dovette rinunciare per gravi problemi ad un occhio. Dopo lo perderà purtroppo. Decise di ritirarsi dal mondo della boxe nel 1983, facendo solo qualche match di esibizione fino agli anni Novanta.

Figlio di un insegnate di musica di origini ceche nato in Vojvodina presso una famiglia cattolica e di un’insegnante originaria della regione della Lika, in Croazia, di famiglia ortodossa Marijan da giovane frequenta la scuola di musica, suona il flauto e il pianoforte e un po’ anche il violino.

Crebbe a Tuzla, città all’epoca multietnica (tante altre città bosniache lo erano) e nella sua infanzia sia l’appartenenza etnica che la religione furono elementi irrilevanti. Lontano da queste questioni si dichiarava da giovane semplicemente “jugoslavo”.

La guerra

Amava la Jugoslavia, i suoi popoli e il Presidente Tito. Con queste convinzioni sentirà addosso tutta la negatività portata dalla guerra degli anni Novanta e dalla pulizia etnica che colpì anche la sua città.

I primo tragico evento che lo colpì personalmente fu la morte del fratello Ivica, attivo nella politica locale e ucciso da estremisti serbi in quanto visto come un pericolo per il nuovo ordine nel quale per i non serbi della città non c’era più posto. Né mandante né esecutore di questo crimine saranno mai scoperti e processati.

Poco dopo Marijan Beneš venne brutalmente aggredito davanti al bar di sua proprietà da un gruppo di cittadini. “Chi è più forte adesso campione?” fu l’ultima cosa che sentì dopo essere caduto a terra, dolente e umiliato laddove solo pochi anni prima era una leggenda vivente. Racconterà tutto il suo dolore per questa aggressione in varie interviste rilasciate negli anni successivi.

Per la sua presunta appartenenza alla religione cattolica veniva considerato croato e quindi Marijan, come tanti altri non serbi di Banja Luka, dovette fuggire temendo per la propria vita. Considerandosi sempre jugoslavo decise di scappare in quello che rimaneva della Jugoslavia, ormai in fase di violenta dissoluzione, e si rifugiò a Belgrado. Una città però che gli fu subito ostile. In quegli anni lui veniva semplicemente identificato come un “ustascia”, un estremista croato, uno qualsiasi, insignificante. Nessuno mostrava alcuna empatia per quello che gli stava accadendo.

Dopo una breve permanenza in Serbia, decise di trasferirsi a Zagabria dove si augurava di trovare un po’ di quiete. Ma anche lì non vi fu una grande accoglienza. Tanti non avevano dimenticato le sue dichiarazioni a favore della Jugoslavia, come quando alla vigilia della guerra lui stesso si dichiarava partigiano rifiutandosi di schierarsi con alcuna delle correnti dei nazionalismi appena risvegliatisi. Deluso di quello che era rimasto di questo paese che amava e che lo amava decise di tornare in Bosnia, a Banja Luka, già nel 1996, a guerra appena terminata.

Gli ultimi anni

La sua vita continuò quasi inosservata. In quegli anni tornò alle sue passioni giovanili: la poesia e suonare, per quanto glielo permettessero le mani in più punti fratturate, ricordo degli anni gloriosi.

Tante proprietà dell’eroe di Banja Luka gli erano state espropriate, il suo appartamento svuotato e danneggiato. In condizioni di salute ormai precarie – con problemi di vista e gravi problemi con le corde vocali, Marijan trova sistemazione sia presso qualche lontano parente che presso amici di vecchia data. In una città la cui popolazione è stata “rinnovata” dalla pulizia etnica riesce almeno a muoversi con un rischio ridotto di essere riconosciuto, in un periodo in cui le tensioni ancora non mancavano. Una vita in incognito.

Passeranno molti anni prima che in città ci si accorgesse che l’eroe viveva nuovamente lì. Marijan Beneš riuscirà a riottenere la proprietà su parte di ciò che gli era stato illegittimamente espropriato. Un giornalista sportivo nel 2004 farà un film documentario “C’era un volta un Campione” che gli permetterà di girare i paesi della ex Jugoslavia e di guadagnare qualcosa per vivere dignitosamente.

Qualche anno dopo, riconoscimento arrivato però troppo tardi, gli sarà concessa la cosiddetta “pensione olimpica”. Un importo irrisorio rispetto a quello che lui aveva dato ai propri concittadini. Dall’inizio degli anni 2000 Marijan ha poi iniziato a pubblicare le sue poesie e uno dei suoi libri, di carattere autobiografico, titola “L’altro lato della medaglia”.

Oltre alla poesia Marijan ha fondato – pur con le modeste risorse a sua disposizione – anche una piccola scuola di pugilato per giovani rom. Non lo hanno mai voluto invece come allenatore nel suo club, lo “Slavija” al quale ha portato una gloria mai più raggiunta.

Nella carriera ha combattuto 299 incontri, 272 volte ha vinto, 16 ha perso e 11 volte ha pareggiato.

Addio campione, spero che la tua città saprà valorizzare almeno adesso quanto sei stato un cittadino modesto, altruista, onesto e tragico.

Fiumi, ponti e barche ‘maledette’

Fiumi, ponti e barche ‘maledette’
La barca dajak (pron. “daiak”),  la gondola del Vrbas tipica della zona di Banja Luka, nel racconto di Edvard Cucek (articolo apparso su atlanteguerre.it il 03/11/2017).

Chi è capitato sulle sponde del fiume Vrbas (uno dei fiumi della Bosnia ed Erzegovina Nord Occidentale, sempre particolari, freddi e veloci, soprattutto se le strade lo hanno portato laddove il fiume attraversa una delle città bosniaco erzegovesi oggi contesa e con un bagaglio di ricordi che dagli anni Novanta in poi la rende famosa ma per niente di buono) sicuramente si è accorto che lungo il fiume verde e vivace navigano barchette strane e particolari e a volte difficili da capire.

Chi naviga sta in piedi e Venezia è molto lontana.
Nelle mani non si vedono né remi né pagaia ma un bastone lungo a volte quattro metri.
Il fiume è largo e c’è spazio anche per il battello, però queste barche sono strette e curiosamente molto basse. Su quella larghezza che non supera un metro, la lunghezza di circa otto metri sembra una cosa sproporzionata.

Questi ‘oggetti’ sfiorano il fiume e quando l’osservatore, turista, ospite o semplice ‘ignorante in materia’ si accorge che la direzione in cui avanzano è in realtà quella contro corrente a qualcuno dati, misure e fatti incomprensibili cominciano ad essere po’ più chiari.

Vi presento “La Barca di Vrbas” e il sempre presente “Daiak”, il bastone che la spinge, frena solo se è nelle mani dei coraggiosi custodi di questa tradizione urbana.
Una delle poche tradizioni rimaste e sopravvissute.

Cosa dice la storia?
La Barca e Daiak convivono sul fiume Vrbas ormai da secoli. Li conoscevano già gli Ottomani quando regnavano tutta la Bosnia. Lì hanno trovato in luogo anche gli Austroungarici quando da conquistatori sono arrivati nel 1878 per sostituire una occupazione plurisecolare con un’altra che durerà molto meno. Uno dei documenti usciti per caso allo scoperto dall’“Archivio della Bosanska krajina” che adesso porta un altro nome, dice che durante i primi anni della occupazione austriaca (nel 1879) in una notte di coprifuoco “alcuni disobbedienti bosgnacchi anche se non si vedevano sulle strade si spostavano da una riva all’altra del fiume sulle loro barche lunghe, silenziose e poco visibili” ( una volta erano coperte di catrame) ignorando gli ordini del Governatore.
Conoscendo la mentalità locale direi che in questo caso la violazione dei divieti imposti non era nemmeno accaduta. “Il Governatore impedisce la circolazione sulle piazze e strade”.

Il genio umano anche nel suo piccolo riesce sempre a sorprenderci.
In lingua turca la parola “dayak” significa il bastone nel contesto generalizzato, non un bastone di lunghezza ormai standard con la punta in acciaio detta “stizza” di una forma specifica e simile alla lettera Y. Nessuno mette in dubbio che il nome odierno del bastone derivi ed è quasi identico alla parola di origine turca. Spesso anche la barca di Vrbas viene chiamata “barca daiak” ma incuriosisce la casualità che le tribù del Borneo, i famosi “cacciatori alle teste” usano le barche simili, più grandi di quelle di cui stiamo parlando, e le spingono con il bastone che tutti conosciamo come popoli “Dayak”.
Torniamo in Bosnia ed Erzegovina.

Se questo paese nel ambito di turismo oggi può offrire qualche cosa di particolare, che non si trova nelle altre città e sugli altri fiumi, io personalmente come uniche due attrazioni vedo i tuffi dal “Ponte vecchio” di Mostar e le gite sulle “Barche di Vrbas” o ancora meglio le gare di queste barchette che sono una vera battaglia navale.

I tuffi dal “Ponte vecchio” sono una attrazione turistica, pubblicizzata bene e che porta a Mostar tante persone. La nostra barca, che vive solo su meno di 20 chilometri dell’intera lunghezza del fiume, è quasi sconosciuta. Non è inserita nella offerta turistica della propria città, la sua produzione non è sostenuta dalle autorità locali, non è mai stata pubblicizzata come dovrebbe essere e rischia di morire per la seconda volta.

La prima volta è stata quasi uccisa negli anni Novanta. Dal 1992 al 1995 delle 50 e 60 barche ne sono sopravvissute soltanto sei. Una di queste salvata da un ragazzo, allora minorenne, strappata dalle mani di un soldato ubriaco che stava per prepararsi la legna d’ardere. Miracolosamente si è salvato, seguito da spari. anche il ragazzo regalandoci queste testimonianze.

Le “barche daiak” finivano slegate e lasciate navigare senza controllo lungo il fiume fino alla Sava, un altro fiume che divide la Croazia dalla Bosnia ed Erzegovina. Era impossibile recuperarle una volta finite qualche decina di chilometri lontano dall’ormeggio. Finivano bruciate anche quando ancora sanissime galleggiavano sull’acqua. Oppure, la cosa che intristisce di più, finivano spaccate e bruciate sui fuochi nelle spiagge ormai deserte mentre intorno cantavano i militari evocando la morte e la vendetta, spesso con qualche animale allo spiedo per rendere l’evento più vivace.

A chi dava così tanto fastidio questo oggetto di inusuale bellezza?
Alcune tradizioni, valori, usanze e peculiarità nella città della “Barca di Vrbas” non sono mai state accettate dai “nuovi cittadini”. Come spesso accade quando il rurale incontra l’urbano nelle aree urbane ci si inserisce ed integra con molte difficoltà. A volte il “nuovo cittadino” non accetta il suo nuovo insediamento. A volte questa diffidenza si riesce a trasmettere anche ai propri figli rendendoli sempre cauti verso le cose sconosciute. Sconosciute ai giovani, nati ormai lontano dall’ambiente rurale di provenienza, soltanto per il fatto che i genitori cercavano nell’infanzia e più avanti di tenerli lontano dalle realtà incompatibili con il loro habitat originario.

 

Dajak
La “barca daiak” sul fiume Vrbas (dal sito klix.ba)

 

Lo si vedeva all’inizio del 20esimo secolo, tra le due Guerre mondiali. Già in quel periodo la barca si stava trasformando da mezzo di trasporto delle merci, utile quando le fangose e strette stradine della città erano sommerse dalla neve, in un oggetto di prestigio, della gioventù che cercava la libertà, ma anche della fascia media benestante che poteva permettersela.

Sfogliando i vecchi album fotografici, guardando le foto dei primi decenni del secolo scorso con dietro le descrizioni, le date e i nomi delle persone fotografate, il tutto ovviamente legato alle giornate trascorse sul fiume, nella barca o accanto a lei, non sfugge all’occhio che ogni gruppo di giovani sorridenti immortalati con lo scatto della magia fotografica rappresenta una piccola Europa, un multiculturalismo “galleggiante”, unico e possibile solo a quell’epoca e in quel logo.

Non c’è una fotografia sul quale i fotografati barcaioli non appartengono ai popoli originariamente lontani tante centinaia di chilometri. Dall’Ucraina all’Italia, dalla Bulgaria alle fredde pianure teutoniche. Tutti senza né pensare né sapere il vero, perché trovatisi a vivere e convivere nelle terre bosniache. Storicamente la “Barca di Vrbas” era custodita dalle famiglie su cui le case erano affacciate: potevano usarla quotidianamente ed era normale vederla trasformarsi da anatroccolo nero, imbrattato di catrame in cigno bianco, slanciato, rivoluzionato, e veloce in modo da diventare un desiderio dei giovani pieni di voglia di essere visti, notati e apprezzati come ragazzi del fiume con il daiak nelle mani.

Il caso vuole che sulle sponde di quel fiume in quell’epoca quelle famiglie erano mussulmane bosniache. L’altro caso vuole che con l’arrivo degli Austriaci ed Ungheresi e, inserendo la Bosnia ed Erzegovina in un nuovo contesto, la composizione della popolazione sia cambiata già dai primi anni dell’amministrazione Austroungarica. Ai nuovi abitanti tra cui tanti imprenditori e industriali arrivati da quelle parti anche con un po’ di spirito avventuriero dai paesi dove rilassarsi remando in qualche barca non era cosa strana, ma soprattutto ai loro figli la nostra “barca daiak” piacerà molto. L’amore a prima vista e le condizioni economiche che molto spesso proprio a loro permettevano di seguire la nuova moda di navigare sul fiume caricando sulla barca soltanto 3-4 amici, oppure qualche bella ragazza borghese. Ormai non la conoscevano diversamente ma soltanto come simbolo della borghesia, gioventù libera che è riuscita a trasformare un oggetto a prima vista semplice e insignificante in un simbolo della propria appartenenza che non si può descrivere utilizzando la chiave etnica e religiosa. Una appartenenza al “viale” più famoso e amato dei loro giorni felici: il loro carissimo fiume Vrbas.

Oggi non sappiamo con certezza se in quel posto ci sono ancora abbastanza giovani entusiasti per salvarla.

Non per niente oggi gli unici che dobbiamo ringraziare perché questo testimone della storia vissuta intorno al fiume verde sono due ragazzi insieme al loro zio, discendenti dei coraggiosi friulani spintisi nelle terre appena lasciate dagli Ottomani per cercare fortuna e successo.

La famiglia Zamolo, originaria di Tavagnacco in provincia di Udine, inizialmente due fratelli Mario ed Antonio, il primo geniale costruttore/innovatore delle barche ed il secondo imbattibile vincitore di tutte le gare delle barche negli anni Sessanta e Settanta e poi i figli di Antonio, scomparso nel 2006, Dario ed Andrej. Sono infatti gli unici rimasti di diverse famiglie che alla produzione e manutenzione di questi gioiellini si dedica con passione e serietà. Gli unici custodi di una tradizione plurisecolare, salvo qualche caso di fabbricazione di poche unità esclusivamente per la proprie famiglie fatte dagli altri e fuori dalla officina degli Zamolo.

Gli unici grazie per i quali oggi abbiamo il Daiak club che insegna ai giovani come avventurarsi nel mondo delle veloci gondole bosniache. Oltre che trasmettere l’amore ed il rispetto per la città che la propria identità, anche quella di oggi in diversi modi mutilata. Gli Zamolo in questa loro battaglia sono abbastanza soli, lasciati ad un incerto destino. Un po’ per l’invidia, un po’ per la solita negligenza del classico uomo “balcanico”, un po’ perché per il momento il fenomeno non porta i soldi nelle tasche degli onnipotenti terrestri della città stessa. Anche se nessuno può negare che l’aspetto delle barche che si vede oggi rispetti gli standard impostati tanti anni fa dal geniale Mario Zamolo, un riconoscimento dovuto a lui e a loro non è mai stato dato.

Se sarà la fine o l’inizio di una riscoperta per adesso è molto difficile indovinare.

“Prijedor grad murala”: inaugurazione del murale vincitore 2019

“Prijedor grad murala”: inaugurazione del murale vincitore 2019

E’ stato inaugurato il 12 ottobre il murale vincitore dell’edizione 2019 del premio “Paola de Manincor”.

Il premio è andato a “What is inside?” (“Šta je unutra?”) dello street artist Andrej Žikić Artez, di Belgrado. All’inaugurazione erano presenti, oltre all’artista, il sindaco Milenko Đaković, Boris Eremić dell’Associazione Artisti di Prijedor (ULUP), Slađana Miljević per LDA-Prijedor, il Presidente Dario Pedrotti con Cristina Bertotti per l’Associazione Progetto Prijedor.

Inaugurazione del murale "Šta je unutra?" di Andrej Žikić Artez
Inaugurazione del murale “Šta je unutra?” di Andrej Žikić Artez

Haludovo: la Monte Carlo oltre Cortina di ferro

Haludovo: la Monte Carlo oltre Cortina di ferro

La parabola di un audace esperimento capitalista, avviato nella Jugoslavia socialista degli anni ’70, raccontata in un articolo di Edvard Cucek apparso su Osservatorio Balcani e Caucaso – Transeuropa il 18/07/2019.

Nella Jugoslavia socialista quanto di più opulento potesse esprimere la società capitalista è accaduto sull’isola di Krk nei primi anni ’70. L’artefice? Bob Guccione, fondatore ed editore della rivista per adulti Penthouse, che investì 45 milioni di dollari per un complesso che oggi è solo rovine

Palace Hotel Haludovo abbandonato, Malinska - (foto di Tor Lindstrand. CC-BY-SA-2.0, da Wilimedia CC)
Palace Hotel Haludovo abbandonato, Malinska – (foto di Tor Lindstrand. CC-BY-SA-2.0, da Wilimedia CC)

Alla fine degli anni sessanta il fondatore ed editore della rivista per adulti Penthouse (l’unica vera concorrenza dell’epoca a Playboy), il milionario Bob Guccione  , scoprì Malinska sull’isola di Krk (Veglia), allora Jugoslavia. Poco dopo venne a conoscenza di Haludovo, con il suo complesso alberghiero ancora nascente. Inaugurato nel 1971, sulla superficie di quasi 100.000 m2, quest’ultimo era composto da due eccellenze del turismo jugoslavo: l’Hotel Tamaris e il Palace Hotel, che potevano ospitare senza difficoltà 1500 persone.

Pare che proprio durante un suo soggiorno a Malinska prese forma l’idea di avviare lì una nuova avventura. Un po’ per l’incoraggiamento del suo amico Čedo Komljenović – al pubblico jugoslavo conosciuto come direttore della famosa rivista jugoslava di Zagabria “Start” ed al resto del mondo (soprattutto in quello della fotografia erotica) conosciuto come Monty Shadow – e un po’ perché gli affari dei suoi casinò a Londra stavano registrando un notevole calo, si decise per un notevole investimento: Guccione mise sul piatto 45 milioni di dollari per inserire nel neonato complesso di lusso anche il “Penthouse Adriatic Casinò Club”, con 5 stelle a garanzia di un lusso vertiginoso.

Dalla matita del geniale architetto Boris Magaš – autore dello stadio di calcio Poljud  a Spalato e di tanto altro – uscì una vera e propria opera d’arte insuperabile, sia esteticamente sia come contenitore di offerte turistiche inimmaginabili sino ad allora nella tradizione turistica isolana, nata più di mezzo secolo prima. Guccione amava chiamare la sua impresa “ottima ricetta per placare la guerra fredda”: un casinò – e tanto altro – per soddisfare qualsiasi esigenza dei ricchissimi occidentali sul suolo di un paese socialista. In realtà – oltre che per trarne il profitto – si trattò di un progetto che unì la sua voglia di notorietà e il desiderio di realizzare qualcosa che mai si era visto da quella sponda dell’Adriatico.

L’investitore ufficiale fu il colosso industriale “Brodokomerc” di Fiume, il quale formalmente come società statale era il gestore del complesso. Ma era Guccione che in realtà, con l’aiuto del consiglio degli operai (all’epoca inevitabile strumento della cosiddetta autogestione del mondo di lavoro nel sistema socialista) dettava le regole. Motivato dalla ottima collaborazione con la rappresentanza operaia – spesso scherzava che le trattative con loro andavano sempre a buon fine in quanto molto vicini alla sua mentalità siciliana – Guccione si prese l’impegno di investire altri 500.000 dollari in pubblicità sulla sua e altre riviste in Europa ma anche Oltreoceano. Così spesso su più pagine di Penthouse (ciascuna per un costo di 15.000 dollari) apparivano pubblicità del tipo “Resort di un lusso stravagante dall’altra parte della cortina di ferro”.

Impatto ambientale e culturale

Anche se negli anni settanta Malinska e l’intera isola di Krk avevano già una tradizione turistica che datava più di mezzo secolo, l’avvento di Guccione implicò una vera e propria rivoluzione. Una comunità ancora patriarcale, ufficialmente secolarizzata ma nella sua quotidianità molto cattolica, si trovò a dover gestire fenomeni e situazioni completamente sconosciute. Già l’apertura dell’aeroporto di Krk – come aeroporto ufficiale della vicina città costiera di Fiume – aveva cambiato la vita degli isolani e il turismo di massa diventò una novità con tutti i problemi che portava con sé. La presenza di bellezze femminili dell’intero globo invitate da Guccione e battezzate “coccolone” in un paesino fondato da pescatori ne scombussolò gli abitanti.

All’ingresso nel villaggio spesso apparivano pannelli pubblicitari, pari a quelli dell’Europa occidentale, che riportavano donne completamente nude fotografate sulle spiagge locali mentre si tuffavano nel mare cristallino lasciando sulla sabbia costumi da bagno di minime dimensioni. Troppo “osé” per quell’epoca, pur avendo il turismo reso la vita dell’intera comunità molto più agiata. A differenza dai resort di lusso di oggi l’intero complesso di Haludovo, su tutta la superficie pari a 15 stadi da calcio, è inoltre sempre stato senza alcun recinto ed in ogni sua parte accessibile alla gente del posto o ai turisti che soggiornavano altrove. Il lusso – e la rivoluzione culturale – pareva alla portata di tutti.

L’inaugurazione e i primi ospiti famosi

L’inaugurazione nel 1972 aprì una serie di sontuose feste memorabili. Non mancarono i rappresentanti del governo jugoslavo e altri vertici del mondo politico. Ancora oggi non si dimenticano i tempi in cui “scorrevano fiumi di champagne”. Le feste “all’americana” continuarono almeno per un anno, tra hotel, casinò e le “offerte penthouse”. I clienti in una grande hall venivano accolti da ragazze in abiti da cameriere e fin da subito si percepiva lo spirito voluto da Guccione. All’inizio lavoravano 50 ragazze americane, poi raggiunte da altre 20 europee. Ci vollero dei mesi per aver nello staff anche le prime ragazze del posto.

Divenne frequente poter vedere esibirsi per l’intera stagione musicisti britannici ed americani sui palchi degli alberghi. Ed a capo della modernissima cucina venne subito messo uno dei migliori cuochi della ex Jugoslavia, se non il migliore, lo sloveno Ludvig Križanec.

A ricordarsi di tutti i personaggi famosi che soggiornarono ad Haludovo è Zdenko Cerović, arrivato a lavorarvi negli anni ’70 da studente alla reception sino a divenirne direttore, purtroppo l’ultimo. “Qui soggiornò anche Saddam Hussein con uno dei figli in una delle suite più lussuose dell’hotel e mi ricordo quando le cameriere dopo la loro partenza e dopo che ci avevano lasciato una mancia di 1000 dollari, trovarono una pistola tra le lenzuola. Era una situazione delicata e chiamare la polizia non era pensabile. Nessuno voleva scandali diplomatici. Fecero una telefonata dalla direzione all’aeroporto invitando qualcuno della scorta a tornare per verificare se ‘l’orologio’ che il figlio di Saddam aveva dimenticato era effettivamente il suo”, ricorda Cerović in una delle tante interviste rilasciate ai giornali tra le quali una anche a “Novi List”  di Fiume.

Tra gli ospiti vi furono poi Olof Palme – in quegli anni presidente del Partito Socialdemocratico svedese oltre che primo ministro, George Orson Welles – regista, attore, produttore cinematografico statunitense, oltre a tutti gli industriali che all’epoca contavano. E molti ospiti importanti non vennero mai alla luce, esigendo l’anonimato. Già nel 1972, inoltre, diventò operativo il volo diretto tra New York e l’isola di Krk.

Tempi di gloria e rapido tracollo

È stato più lungo il tempo di progettazione e costruzione del complesso che quello del suo splendore. A poco più di un anno dalla clamorosa inaugurazione del “Penthouse Adriatic Casinò Club” cominciò il suo lento ma inesorabile declino. Purtroppo la guerra fredda non aiutò questo business di lusso e spensieratezza e nemmeno Bob Guccione riuscì a placarla. Dopo poco più di un anno di festini e celebrazioni da record il casinò chiuse i battenti. Causa i costi esorbitanti di mantenimento e le leggi sull’azzardo sempre più restrittive nel 1973 l’“Haludovo” fallì. Guccione, dal canto suo, morì negli Usa nel 2010 in difficoltà finanziarie.

Il complesso alberghiero rimase aperto ancora una ventina d’anni e nonostante dalla fine degli anni Settanta e nel decennio successivo fosse diventato la meta preferita della cosiddetta “crvena buržoazija“ (termine utilizzato dagli studenti in Jugoslavia, durante le proteste del 1968, ndr), ovvero la classe diventata benestante grazie alla sua posizione nella gerarchia politica socialista e comunista, non riuscì mai a risollevarsi economicamente. Dopo un periodo di autogestione e diversi passaggi di proprietà negli anni Ottanta, sempre riducendo di più le offerte turistiche, arrivò al limite della chiusura. Poi divenne luogo di accoglienza dell’ondata di profughi provocata dalle guerre jugoslave all’inizio degli anni Novanta e il complesso chiuse definitivamente i battenti.

Tradimento e ultimi giorni del gioiello di Quarnero

È sempre Zdenko Cerović a ricordare il suo primo incontro con un rappresentante di rilievo dell’appena proclamata Repubblica di Croazia nel 1991: “Con un ritardo di due ore rispetto all’appuntamento si presentò all’ingresso del Palace Hotel Janko Vranyczany Dobrinović, nuovo ministro del Turismo. Dopo un tiepido saluto la prima cosa che disse fu ‘Dobbiamo demolire tutto, questo è un obbrobrio comunista'”.

Invece della demolizione arrivò la privatizzazione. L’intero complesso fu venduto nel 2000 al commerciante dei diamanti armeno Are Abramyan e alla sua “Isleta Trading Limited”, con sede a Cipro. Quello fu l’ultimo colpo che porterà alla chiusura, nel 2004, anche di quel poco che era ancora in funzione. Quello stesso anno, paradossalmente, nonostante il numero ingente di prenotazioni, mai registrato dall’inizio della guerra e dalla temporanea chiusura per ospitare i profughi, arrivò l’ordine della proprietà di cancellarle tutte le prenotazioni e chiudere i battenti, ponendo fine a questa straordinaria storia.

L’obiettivo era quello di demolire tutto per partire da zero con la concessione per edificare un nuovo resort, concessione ad oggi mai arrivata. L’ennesima battuta di arresto è avvenuta a novembre 2018  , quando Are Abramyan ha presentato ai cittadini e alla municipalità di Malinska il progetto di risanamento del complesso. Il magnate armeno ha ricevuto un netto rifiuto, perché nel progetto richiedeva che una parte del lungomare gli venisse concesso per uso esclusivo degli ospiti del resort.

“Un tradimento preannunciato – sottolinea Zdenko Cerović in numerose interviste – del resto per questioni ideologiche il nuovo governo dai primi anni Novanta voleva già distruggere tutto”. Oggi Haludovo è in rovina, in attesa che prevalga il buon senso o la demolizione definitiva.